Il cervello umano è un cervello particolarmente abile a produrre spiegazioni sul mondo, anche quando le informazioni che ha a disposizione sono estremamente labili e incomplete. In termini tecnici, possiamo dire che siamo “creature abduttive”, creature, cioè, continuamente impegnate a spiegare cosa avviene.
Il caso della confabulazione, che viene presentato nel video qui sopra, è un esempio lampante di questa attitudine. Nel video il paziente, a causa di un problema di comunicazione fra emisfero destro del cervello e quello sinistro, non è in grado di accedere consciamente alle percezioni, che derivano da oggetti che stanno nel campo visuale sinistro. Così, quando gli viene mostrato un cartello con la scritta “alzati” posto alla sua sinistra, il paziente si alza, ma, non sapendo dire il perché, è costretto inventare una spiegazione: questo processo cognitivo è tecnicamente descritto come “confabulazione”.
Dal punto di vista strettamente formale, confabulare non è tanto diverso dal generare delle ipotesi rispetto a un determinato comportamento. Tutti congetturiamo e tutti noi più o meno possiamo prendere un clamoroso abbaglio. Nel confabulare, però, avviene un fenomeno degno di interesse per gli appassionati alla logica di House. Nel formulare una spiegazione rispetto a un evento ci possiamo sbagliare. Accorgerci del nostro errore è fondamentale. Al nostro cervello, infatti, giungono nella fase di generazione delle ipotesi, diverse congetture concorrenti. Tuttavia non tutte ci arrivano alla coscienza, perché vengono vagliate, come se fosse una specie di dogana. Ad esempio, davanti alla brocca del latte versato, non pensiamo che possa essere stato il gatto della vicina. Perché? Perché la vicina non ha nessun gatto.
Nel confabulare, invece, avviene che le strutture predisposte a fare il tagliando alle nostre ipotesi iniziali non funzionano come dovrebbero. E perché non funzionano come dovrebbero? Perché il cervello – nei casi di pazienti con sindromi particolari o con danni celebrali – non è in grado di fare un aggiornamento delle informazioni che arrivano dall’ambiente. Succede, ad esempio, che pazienti che, a causa di un incidente non sono più in grado di vedere, dicano di non vederci bene perché non hanno gli occhiali giusti o perché la luce nella stanza è troppo debole per farlo. In questo caso, il paziente genera una serie di spiegazioni, che sono in contraddizione con la realtà, perché il cervello non ha fatto l’aggiornamento, come avviene un po’ per un computer. E quindi, fa pervenire alla coscienza delle ipotesi, che normalmente sarebbero scartate a priori.
Vi è infine un ultimo elemento di interesse relativo alla confabulazione. I pazienti che presentano questo sintomo non sono in grado di capire quando non sanno. Cioè, sembrerebbe che dal punto di vista neurologico il “non sapere” non sarebbe quella situazione in cui nessuna risposta arriva al nostro cervello. Al contrario, sarebbe da considerare a tutti gli effetti come una affermazione. Infatti, i pazienti che confabulano, pur non avendo le informazioni necessarie per rispondere al perché di un determinato evento, non riescono a valutare la propria conoscenza e ammettere la propria ignoranza.








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