Confabulare e spiegare

27 06 2009

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Il cervello umano è un cervello particolarmente abile a produrre spiegazioni sul mondo, anche quando le informazioni che ha a disposizione sono estremamente labili e incomplete. In termini tecnici, possiamo dire che siamo “creature abduttive”, creature, cioè, continuamente impegnate a spiegare cosa avviene.

Il caso della confabulazione, che viene presentato nel video qui sopra, è un esempio lampante di questa attitudine. Nel video il paziente, a causa di un problema di comunicazione fra emisfero destro del cervello e quello sinistro, non è in grado di accedere consciamente alle percezioni, che derivano da oggetti che stanno nel campo visuale sinistro. Così, quando gli viene mostrato un cartello con la scritta “alzati” posto alla sua sinistra, il paziente si alza, ma, non sapendo dire il perché, è costretto inventare una spiegazione: questo processo cognitivo è tecnicamente descritto come “confabulazione”.

Dal punto di vista strettamente formale, confabulare non è tanto diverso dal generare delle ipotesi rispetto a un determinato comportamento. Tutti congetturiamo e tutti noi più o meno possiamo prendere un clamoroso abbaglio. Nel confabulare, però, avviene un fenomeno degno di interesse per gli appassionati alla logica di House. Nel formulare una spiegazione rispetto a un evento ci possiamo sbagliare. Accorgerci del nostro errore è fondamentale. Al nostro cervello, infatti, giungono nella fase di generazione delle ipotesi, diverse congetture concorrenti. Tuttavia non tutte ci arrivano alla coscienza, perché vengono vagliate, come se fosse una specie di dogana. Ad esempio, davanti alla brocca del latte versato, non pensiamo che possa essere stato il gatto della vicina. Perché? Perché la vicina non ha nessun gatto.

Nel confabulare, invece, avviene che le strutture predisposte a fare il tagliando alle nostre ipotesi iniziali non funzionano come dovrebbero. E perché non funzionano come dovrebbero? Perché il cervello – nei casi di pazienti con sindromi particolari o con danni celebrali – non è in grado di fare un aggiornamento delle informazioni che arrivano dall’ambiente. Succede, ad esempio, che pazienti che, a causa di un incidente non sono più in grado di vedere, dicano di non vederci bene perché non hanno gli occhiali giusti o perché la luce nella stanza è troppo debole per farlo. In questo caso, il paziente genera una serie di spiegazioni, che sono in contraddizione con la realtà, perché il cervello non ha fatto l’aggiornamento, come avviene un po’ per un computer. E quindi, fa pervenire alla coscienza delle ipotesi, che normalmente sarebbero scartate a priori.

Vi è infine un ultimo elemento di interesse relativo alla confabulazione. I pazienti che presentano questo sintomo non sono in grado di capire quando non sanno. Cioè, sembrerebbe che dal punto di vista neurologico il “non sapere” non sarebbe quella situazione in cui nessuna risposta arriva al nostro cervello. Al contrario, sarebbe da considerare a tutti gli effetti come una affermazione. Infatti, i pazienti che confabulano, pur non avendo le informazioni necessarie per rispondere al perché di un determinato evento, non riescono a valutare la propria conoscenza e ammettere la propria ignoranza.





La fallacia del Presidente

7 05 2009

Volevamo evitare di parlare del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma l’attualità ci offre uno spunto interessante per occuparcene. Il tema sono i suoi ragionamenti.

Nei dibattiti politici le fallacie sono all’ordine del giorno. Si attacca l’avversario, si citano fonti autorevoli per denigrarne delle altre, si citano i sondaggi. E così via. La fallacia che viene maggiormente utilizzata – soprattutto dai politici – viene chiamata dai latini ignoratio elenchi. Questa fallacia mira a distogliere l’attenzione dal tema dibattuto, introducendo informazioni irrilevanti. Un caso tipico è il cosiddetto ad hominem:

P sostiene q.
P è un farabutto.
Allora, q è sbagliato.

Ora la cosa interessante del nostro Premier è che raramente utilizza questo tipo di ragionamento. Raramente, cioè, introduce volutamente informazioni irrilevanti per distogliere l’attenzione dalla questione in discussione.

Il modo di argomentare del Premier è lucido e cartesiano. Discute le questioni nel dettaglio e offre quello che gli inglesi chiamano un “body of evidence”, cioè, tutta una serie di prove a sostegno delle proprie argomentazioni. Il recente intervento a Porta a Porta ne è un esempio lampante.

C’è però qualcosa che non funziona. Anche se apparentemente le dimostrazioni del Premier sembrano convincere, e convincono, in realtà si fa uso in modo abbondante di una fallacia, che in inglese viene chiamata – fra gli altri – card stacking. Potremmo dire, la fallacia del “truccare le carte in tavolo”. In pratica, questa mossa argomentativa sta nel utilizzare per dimostrare una certa conclusione solo le informazioni, che ne confermano la validità, omettendo tutte le altre. Insomma, si cerca e si utilizza solo ciò che costituisce una prova della nostra teoria, tralasciando e non discutendo tutto il resto.

Ecco come descrive la fallacia delle carte truccate wikipedia

Card stacking is a propaganda technique that seeks to manipulate audience perception of an issue by emphasizing one side and repressing another, for example by creating media events that emphasize a certain view, by using one-sided testimonial, or by making sure critics are not heard. Often used in persuasive speeches.

Solitamente questo genere di mossa argomentativa è favorita dal fatto che la persona che la utilizza non ha sostanzialmente contraddittorio. E quindi può spaziare su qualsiasi argomento utilizzando e manipolando le prove un po’ come gli pare.

Vi è un ultimo dettaglio da non trascurare: la persona che commette questo genere di fallacia deve avere solitamente un certo credito per poter aver presa su chi lo ascolta. Non avere contraddittorio non basta, occorre anche porsi come un’autorità creduta e stimata come tale.





Ci sono cose che voglio sapere. Cose importanti

25 04 2009

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Ned Flanders nel video dice “I say there are some things we don’t want to know! Important things!”. Dico che ci sono cose che non voglio sapere. Cose importanti.

Questo a mio parere rappresenta benissimo un certo atteggiamento nei confronti della scienza, quello per cui essa sembrerebbe rispondere a questioni in fin dei conti marginali. Quello che conta è altro. E si suppone che su quell’altro la scienza non abbia di che dire.

Un altro discorso affine è del tipo “la scienza fornisce solo i mezzi, non i fini”. L’idea in questo caso è che la scienza sia semplicemente utile per raggiungere qualcosa d’altro, che ovviamente è sottratto all’analisi scientifica.

Qualcosa di vero in queste argomentazioni c’è. Ma c’è anche del falso. Da un lato è vero perché ci sono cose su cui non decidiamo. Ad esempio, gli esseri umani aspirano a essere sereni (non aspirano alla felicità, perché la felicità si esaurisce in un momento, mentre la serenità si protrae nel tempo). Su questo la scienza non può decidere, né dire nulla. Puoi avere una scienza della felicità? Non credo, al massimo puoi avere un’etica della felicità.

Tuttavia, la serenità come la felicità sono ideali che detti così sono assai vaghi e dipendono da una moltiplicità di cose. Possiamo anche sapere di voler la felicità, ma poi la felicità cos’è?

Il punto è che la scienza produce conoscenze attraverso cui capire meglio come sono fatte le persone e come è fatto il mondo. Cosa è lecito aspettarsi e cosa non è lecito aspettarsi. In che senso? Nel senso che la scienza offre delle spiegazioni del mondo e nell’offrirle ci permette di aumentare la nostra consapevolezza rispetto a ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è. Il che non è banale.

Immaginiamo per assurdo di avere una macchina. Questa macchina non sappiamo a cosa serva. Qualcuno dice che da la vita eterna, altri dicono che al massimo può fare il cappuccino. In base alle nostre idee rispetto a cosa può fare la macchina noi iniziamo a elaborare le nostre aspettative. Allora ci sono quelli che iniziano a pensare che la macchina possa far resuscitare i morti. E allora tutti iniziano a pensare che la felicità sia poter rivedere la propria nonna o il proprio papà. Altri pensano che la macchina stampi dei soldi. E allora le persone iniziano a pensare che la felicità sia avere tanti soldi. E così via.
Nella metafora la scienza è il sistema migliore – almeno fino a ora – di capire meglio ciò che può fare la macchina. Poi è vero che decidiamo noi se sfruttarla o meno, però il poter spiegare il mondo e comprenderlo è già una forma di felicità.





L’onere della prova

24 04 2009

In un qualsiasi processo l’onere della prova spetta all’accusa. Fino a prova contraria una persona è innocente. Questo semplice meccanismo operazionalizza la nostra ignoranza, perché si fa un ragionamento di questo tipo:

Se fosse colpevole, lo sapremmo.
Per ora non lo sappiamo.
Quindi, non è colpevole.

È come se la nostra ignoranza congelasse temporaneamente il mondo e ci permettesse di sapere come esso è, senza saperlo. Questo è il tipico argomento fallace che in latino viene chiamato argumentum ad ignorantiam.

Ora, in realtà attribuire l’onere della prova può portare a un tipo di ragionamento, che spesse volte viene maldestramente attribuito alla scienza. Per semplicità lo chiameremo la fallacia de l’onere della prova.
Come ho detto, in un processo l’onere della prova spetta all’accusa. Nella scienza esiste qualcosa di analogo? Oppure no?
Molti pensano che la scienza fornisca delle conoscenze certe e sicure. E che quindi la certezza delimiti il campo delle conoscenze scientifiche da quelle che scientifiche non sono. Abbiamo avuto un esempio molto chiaro di questo atteggiamento per la vicenda della prevedibilità del terremoto. A seguito del disastro in Abruzzo i sismologi italiani, rappresentati da direttori di varie strutture scientifiche, si sono affrettati a dire che i terremoti non si possono prevedere e che i vari metodi sviluppati per prevederli non sono ancora stati provati con certezza. Questo è il caso, ad esempio, del famoso radon, utilizzato da Giuliani come precursore sismico.

Questo caso mi pare simmetrico rispetto al caso del processo. Fino a quando non si ha la prova che un fatto sia vero, esso è falso. Ci sono anche delle varianti. Ad esempio possiamo dire: fino a quando un fatto non è stato provato, esso non è scientifico.

Entrambi questi ragionamenti sono fallaci. Dire che un fatto non è stato provato non significa per nulla dire che sia falso o, peggio ancora, che non sia scientifico. In realtà, l’onere della prova nella scienza ha come esito parziale solo il dubbio o, se preferite, lo scetticismo. Semplicemente, non si sa ancora. La scienza non ha il problema della prescrizione. Per cui in linea teoria lo spazio a sua disposizione è estremamente dilatato.
Vi è poi un’altra considerazione da fare non tanto sulla verità o sulla falsità, ma sulla scientificità di un asserzione. Il ragionamento che alcuni hanno avanzato è stato: siccome non è stato provato, allora non è scientifico. Questo ovviamente non è accettabile per due motivi. Prima di tutto si ammette che una teoria scientifica sia falstificata, perché ciò che caratterizza una teoria come scientifica è la controllabilità delle affermazioni che vengono fatte. QUindi, può accadere che una teoria sia falsificata, pur rimanendo scientifica. Ad esempio, la teoria Newtoniana. Inoltre, va detto che in molti casi la scienza accetta certe conclusioni in modo provvisorio perché sono le più plausibili o, se preferite, le migliori in campo in quel momento, quelle che si avvicinano di più a ciò che potrebbe essere vero.





Si parla di noi

22 04 2009

“Tra i tanti miei “amici” curiosamente ho incontrato qualcuno che si é iscritto non come una persona reale, quindi con nome e cognome, ma con un concetto. Si presentava dunque, come “ lalogicadihouse”, dove House sta per il noto personaggio di telefilm americano che tanto successo ha anche da noi.”

da http://www.italiasera.it/index.php?key=show&id=46459&val=





Bugie e conoscenza di seconda mano

17 04 2009

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Tutti mentono è una delle frasi più ricorrenti nel Dr House. E la frase è – devo dire – molto semplice e immediata. La bugia è effettivamente un carattere ricorrente nell comunità umane. Ma forse – come accade spesse volte – c’è qualcosa di più da dire.

È un dato di fatto che la maggior parte di cose che sappiamo non le sappiamo di prima mano. Andiamo dal medico e il medico ci racconta cosa abbiamo. A scuola o all’unviersità c’è un insegnante che ci dice cosa è vero e cosa non è vero. E se siamo religiosi, la chiesa ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Se la scienza moderna nasce con l’intento di mettere in dubbio qualsiasi autorità, eccezion fatta per quella dei fatti, è indubbio che nella vita di tutti i giorni, se non credessimo agli altri, saremmo “persi nella conoscenza”.

Il fatto che molte delle cose le sappiamo, perché qualcuno ce le ha raccontate, nasconde una faccenda assai interessante. Le conoscenze che abbiamo “di seconda mano” hanno una caratteristica interessante. Noi sappiamo che una cosa è vera, perché conosciamo qualcuno che supponiamo conosca quella cosa. La conoscenza che mettiamo in gioco non è quindi relativa all’oggetto della nostra conoscenza, ma alla persona che la possiede. Per cui, ad esempio, io so che la teoria della relatività è vera, ma questo non vuole dire che io conosca la teoria della relatività. Basta che io sappia che c’è qualcuno, che la conosce, che sostiene che sia vera.

Quale è il limite – ovvio – di questo modello così potente di conoscenza (e della sua trasmissione)? Il fatto che diventa fondamentale sapere è se la persona, che ci dice di conoscere, non dica bugie. Ed è qui che arriva il motto di House.

Facendo un passo in avanti, sembrerebbe – allora – che House stia propagandando una teoria scettica sulle nostre capacità di conoscere. Se tutti mentono, allora come sarebbe possibile conoscere anche le cose, che non possiamo sapere direttamente, ma che sono così comuni nelle comunità umane?





La divulgazione scientifica dei telefilm

5 04 2009

Pur essendo prodotti di massa, accade che alcuni film, telefilm e perfino dei cartoni animati possano contenere o trattare dei temi estremamente raffinati dal punto di vista intellettuale. Questo blog si pone come obiettivo di mostrare come dietro al dr House vi sono delle idee e dei concetti, che sono (e sono stati) al centro del dibattito scientifico e filosofico. E tutto questo rimanendo un prodotto essenzialmente destinato al grande pubblico.

Il successo di House, infatti, dovrebbe far riflettere, da un lato chi scrive programmi, ma anche lo studente, che spesse volte annaspa dietro alla superficialità delle cose che gli stanno attorno.

È bene osservare come il Dr. House non è un programma di divulgazione scientifica. Però, esattamente come avviene nel caso di un programma come Quark, ad esempio, la scienza (e anche la filosofia) entra in modo deciso all’interno della confezione del prodotto. Ed entra in un modo particolare. Spesse volte si pensa che la divulgazione sia sostanzialmente un racconto, che può avere la forma di una lezione o di una intervista, nella quale uno scienziato o un giornalista scientifico parlano di un argomento di interesse per la scienza.

Ci sono casi, tuttavia, in cui la divulgazione può avvenire non solo attraverso un racconto, ma anche attraverso una rappresentazione, che può essere una scena di un film o una puntata di un serial televisivo. Il Dr. House, ad esempio, rappresenta con una grande precisione il processo di generazione delle ipotesi, come abbiamo potuto osservare nei post di questo blog.

Vi lascio con un bellissimo spezzone sul ragionamento religioso tratto dai Simpson.

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Fra scienza e religione

4 04 2009

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È normale che talvolta scienza e religione entrino in conflitto. Entrano in conflitto perché offrono due metodi di spiegare le cose del mondo, che non sempre collimano. La scienza – come è noto – cerca di utilizzare concetti che siano controllabili sperimentalmente. Mentre la religione spesse volte indugia su concetti, che vengono accolti senza una prova certa.

In realtà però questo tipo di argomento può risultare incompleto. Ad esempio, molti oggetti della scienza non li vediamo. Chi ha mai visto un atomo oppure delle particelle sub-atomiche? E degli elettroni cosa mi dite? In fondo, un elettrone non l’abbiamo mai visto, esattamente come non vediamo Dio o lo Spirito santo.

Questo è per dire che sia la scienza che la religione hanno a che fare con dei concetti, che non sono immediatamente presenti nelle nostre ecologie, cioè, in ciò che ci sta attorno e che percepiamo attraverso i nostri sensi.

Vi è però una distinzione, che è importante da fare. I concetti della religione non spiegano la realtà. Mentre invece quelli della scienza sì. Cosa vuole dire questo? Vuole dire che l’elettrone, anche se non lo vediamo con i nostri occhi, ha un potere esplicativo rispetto a certi fenomeni di carattere fisico. Nel caso del Dr House, per fare un altro esempio, la malattia può non essere immediatamente presente, tuttavia ha un potere esplicativo nei riguardi dei sintomi, che il paziente esibisce, per cui riconosciamo la malattia, perché ci sono i sintomi.

Al contrario, un concetto religioso – come ad esempio può essere la verginità della Madonna o la trinità – ha uno scarso potere esplicativo. Cosa potrebbe spiegare il fatto che un essere può essere uno, ma allo stesso tempo trino?

Per concludere, vi lascio un pezzo molto interessante tratto dalla puntata dei Simpson “Lisa la scettica”, in cui emerge chiaramente questa “differenza di vedute”.

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La logica di House come kit per la sopravvivenza

1 04 2009

L’effetto placebo è un caso curioso nella medicina: un paziente prende un caramella, pensa che sia una medicina che lo faccia guarire, quindi guarisce sul serio. Alcuni ricercatori hanno messo in dubbio la validità concettuale dell’effetto placebo, sostenendo che in realtà è un concetto troppo labile per finire nei libri di scienza. L’idea alternativa avanzata da questi ricercatori è che in realtà non è tanto il credere che la medicina possa far star bene, che mette in atto un reazione positiva dell’organismo. Piuttosto, l’effetto benefico è dato dal fatto di sapere cosa si ha. Più nello specifico questi ricercatori hanno mostrato come nei pazienti, a cui veniva fornita una spiegazione del loro problema, veniva riscontrato un generale miglioramento delle condizioni di salute.

I risultati ottenuti sembrano suggerire una tesi suggestiva: che il fornire (o l’aver) spiegazioni, quella per altro che sta alla base della logica di House, ha radici evolutive molto più profonde di quanto si possa pensare. Se il fatto di avere a disposizione una spiegazione ha un effetto generale su quello che gli inglesi chiamano il nostro well-being, cioè, la nostra salute psico-fisica, allora è ragionevole ipotizzare, che “la logica di House” abbia messo le radici non solo all’interno delle funzioni cognitive più alte. Anzi, possiamo pensare che avere a disposizione una spiegazione degli eventi naturali e sociali possa far parte di una sorta di kit di sopravvivenza, che tutti hanno a disposizione fin dalla nascita, come portato dell’evoluzione della nostra specie.

In fondo, pensare di poter spiegare le cose immediatamente ci riporta alla possibibilità di controllare le cose che ci accadono e, per certi versi, di poter esibire un minimo di libertà di scelta, una volta che siamo in grado di prevedere le possibili conseguenze delle nostre azioni. Ovviamente, il fatto di sostenere che la logica di House sia, come dire, iscritta nei nostri geni non significa che poi ciascuno di noi sia in grado di formulare le spiegazioni “alla House”. Anzi, significa semplicemente che parte di questo kit per la sopravvivenza è tutt’ora sottoposto a un certa “pressione” evolutiva, visto che non sempre funziona a dovere, visto che di Dr House in giro ce ne sono molto pochi.





Irrilevanti, ma non troppo

22 03 2009

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In questo video torna nuovamente il problema dei pregiudizi nel processo di formazione delle diagnosi. Cameron è irritata dal fatto che il paziente – un ciclista di successo – ha improgliato assumendo del doping. L’irritazione entra nel processo diagnostico a tal punto che Cameron sostiene, che si debba dare per scontato che il paziente abbia improgliato, quindi che abbia assunto della droga, e che quindi le malattie incompatibili con questo fatto siano da scartare.

House da buon diagnosta esperto capisce bene quando un motivo personale può indurre in errore e quando invece può fornire un reale aiuto nel processo di formulazione della spiegazione. L’idea di Cameron appartiene alla prima categoria. Il punto della questione è che l’irritazione di Cameron non è in alcun modo sintomatico. Voler il mondo più giusto, con i dopati che ammettono le loro colpe, è semplicemente irrilevante rispetto alla malattia del paziente. Non spiega nulla.
Vi è un secondo senso in cui l’argomento di Cameron è irrilevante. Talvolta un motivo personale, anche se completamente irrilevante rispetto alla questione in discussione, può però condurre attraverso la catena dei ragionamenti a notare un sintomo, che risulta successivamente decisivo per la formulazione della diagnosi. Il caso di Cameron non appartiene neppure a questo secondo caso. Semplicemente porterebbe il team alla malattia sbagliata e alla morte del paziente.