In un recente articolo apparso su Scientific American, Michael Shermer ha criticato l’utilizzo spregiudicato di alcuni strumenti quali l’fMRI (risonanza magnetica funzionale) utilizzati normalmente nelle ricerche riguardanti il cervello. La critica essenzialmente si basa su due punti:
- l’fMRI consente di registrare il cambimento del flusso sanguigno, non l’attività neuronale;
- il fatto che nel compiere una determinata azione Y si riscontri un cambiamento del flusso sanguigno in una zona X del cervello non vuole dire che quella zona X è interamente predisposta a compiere (o causi) Y .
Coloro i quali vedono il dr House avranno già capito ciò di cui sto parlando, perché spesse volte l’equipe del nostro caro dottore è impegnata dell’utilizzo della macchina. La risonanza magnetica funzionale è uno strumento fondamentale per la diagnosi di patologie neurologiche.
Tuttavia, uno strumento eccellente per la diagnosi può rivelarsi meno utile nel momento in cui il nostro obiettivo è quello di scoprire, e non semplicemente diagnosticare. Abbiamo già discusso della differenza fra le cosiddette abduzione selettive e quelle creative: nel primo caso, il processo abduttivo ci porta a selezionare l’ipotesi migliore a partire da una librerie di ipotesi già note. Nel secondo caso, invece, l’abduzione che compiamo ci porta alla formulazione di una ipotesi totalmente nuova.
Tenendo a mente questa distinzione, possiamo allora pensare che strumenti quali l’fMRI allo stato attuale del loro sviluppo tecnologico possano essere molto utili per ampliare lo spettro dei sintomi a nostra disposizioni, soprattutto nel caso delle diagnosi. Tuttavia risulterebbero abbastanza lacunose nel caso in cui le usassimo per generare delle nuove ipotesi circa il funzionamento del cervello.
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