“La sveglio per dirle che sta per morire?”. Questo è il dilemma che affronta Wilson nell’ultima puntata della quarta seria, puntata in cui muore Amber (la sua fidanzata) .
Amber è stata messa in coma farmacologico per evitare che la malattia, che aveva contratto, potesse colpire via via tutti gli organi. Il Team di House è giunto alla diagnosi, ma troppo tardi. Quindi il dilemma: svegliarla per dirle che sta per morire? O per salutarla per l’ultima volta?
La filosofia ci offre due pensieri degni di nota attorno alla morte, con cui affrontare questo dilemma. Il primo pensiero è: se siamo vivi, non siamo morti. E se siamo morti, non siamo vivi. Quindi la morte non è un affare nostro, almeno fin tanto che siamo in vita. Questa però non è una grande spiegazione. I draghi non esistono, eppure li possiamo pensare. Così la morte. È questo che ci frega.
Questo ci permette di provare con un secondo ragionamento attorno alla morte. Le cose – dice il filosofo – si dividono in due categorie: quelle che sono in nostro potere e quelle che non lo sono. E le categorie di buono o cattivo, di bene o male, possono essere utilizzate solo per le cose che sono in nostro potere. Ha senso dire che la forza di gravità è odiosa?
Ora veniamo alla morte. È in nostro potere evitare di morire? Certo che no, quindi il morire non è in alcun modo un bene o un male. È un fatto di natura. Ciò che ci fa soffrire non è quindi la morte, ma i nostri pensieri, i nostri giudizi attorno alla morte.
Qualcuno potrebbe dirmi: “certo, ma a Wilson dispiacerà non vedere più Amber”. Al che si potrebbe rispondere che dispiacersi per questo è come dispiacersi che vi sia la forza di gravità. È un fatto essere mortali, che va al di là del nostro potere. Perché giudicarlo? Semmai è in nostro potere quello di cercare di essere felici nel maggior numero di volte possibile.
Quindi, al dilemma di Wilson io risponderei, che sì, è giusto svegliarla per dirle che sta per morire. E salutarla per l’ultima volta.









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