La logica di Facebook (o del perché ha successo)

31 01 2009

Credo di essere un utente di Internet antiquato, perché il centro delle mie relazioni “informatizzate” è e rimane l’email (o la mail). Per questo sono rimasto – direi – quasi scioccato al vedere che diverse persone, che non rispondevano sistematicamente ai miei email, erano invece perfettamente a loro agio nel comunicare con facebook. Perché? Non trovate che sia una anomalia? Non rispondi all’email, ma “su facebook” sì? House direbbe che questa è un’anomalia. E le anomalie necessitano di spiegazioni.

L’ipotesi che ho formulato è questa: facebook è facile. Ed è facile non nel senso che è usabile, ma nel senso che le persone si immaginano immediatamente a cosa può servire una roba del genere. E perché si immaginano facilmente a cosa può servire? La risposta è che si capisce a cosa possa servire, perché si basa sullo stesso meccanismo, per cui le persone tendono, ad esempio, ad antropomorfizzare le cose o gli eventi, oppure a procacciarsi informazioni attraverso attività di gossip, ecc..

La logica di House ci può venire in soccorso per chiarire meglio questo meccanismo. House nel risolvere i casi fa leva sulle sue abilità diagnostiche. Queste abilità diagnostiche riguardano sia le conoscenze mediche, sia tutta una serie di abilità di carattere cognitivo, che hanno a che fare con la generazione di spiegazioni in un ambito specifico, quello della medicina. Ora, se non tutti gli esseri umani hanno queste abilità per la medicina, lo hanno invece per il sociale. Cioè, gli esseri umani – chi più chi meno – possiedono in maniera spiccatamente sviluppata rispetto al resto un tipo di intelligenza, che viene chiamata intelligenza sociale. In questo caso, siamo un po’ tutti House.

Alcuni scienziati cognitivi e dei neuroscienziati hanno affermato, con una discreta mole di dati empirici, che il nostro cervello è “tagliato” – e si è evoluto di conseguenza – per risolvere problemi riguardanti i rapporti con gli altri simili. Cioè, parte dei nostri meccanismi cognitivi sono progettati con un preciso scopo, quello di vivere in gruppi socialmente complessi.

screenshot-clipser-intelligenza-sociale-mozilla-firefox

La cosa interessante è che in realtà parte di questi meccanismi, nati e progettati per la gestione delle relazioni di gruppo, vengono recultati – e si “mescolano” – con altre abilità cognitive (ad esempio, il ragionare, il cercare informazioni, ecc), non strettamente sociali. Si può, ad esempio, utilizzare una categoria sociale per descrivere certi fenomeni naturali. E questo è tipico del pensiero antropomorfico. Ad esempio, diciamo che il vento ulula, che la montagna è assassina, che il mare ha spazzato via tutto. E in taluni casi attribuiamo perfino delle intenzioni alle cose, anche se sappiamo benissimo, che non hanno niente di simile. Questo perché – per dirla come House – i sintomi che riconosciamo con più facilità, sono quelli che sono facilmente descrivibili in termini “sociali”.

Ora, facebook è facile – cioè, si capisce facilmente – perché permette alle persone di interpretare o rappresentarsi lo strumento in termini prettamente sociali. Infatti, tutto è gestito non a partire da procedure astratte e complicate, ma è immerse all’interno di un contesto particolare, che aiuta l’utente ha “vedere” le cose innazitutto come qualcosa che riguarda sostanzialmente altri esseri umani. Per fare una similitudine, è come il sale, una sorta di condimento, che va bene e migliora una grande varietà di cibi. Con alcuni limiti, che però vedremo nei prossimo giorni.





Morale e conoscenza

29 01 2009

screenshot-clipser-la-morale-mozilla-firefox

La morale è un argomento che ricorre spesso nel dr House, sia nell’affrontare alcuni casi particolari (consenso informato, aborto, ecc.), ma anche in generale. Infatti, il personaggio di House è per certi versi rappresentativo di una vera e propria morale, ad esempio, nel modo con cui gestisce i rapporti con i pazienti, ma soprattutto nell’esercizio della sua professione.

Anche se House struttura una sua vera e propria morale, e in diverse puntate sono ampiamente sottolineati alcuni sui elementi “anarcoidi”, in realtà il nostro caro dottore non è al di sopra delle regole. Certo, ve ne sono alcune che viola sistematicamente, ma come dimostra il video sopra, House si attiene scrupolosamente a una norma del tutto condivisibile: salvare il paziente. Come ciò avviene non è importante, perché ciò che è importante è farlo. E se c’è qualche ricco miliardario che vuole usare un ospedale per testare nuovi farmaci sulla pelle dei paziente, beh, questo non è accettabile. Non rispettare le regole non vuole dire non avere una morale e fregarsene del prossimo.

In un certo senso la morale di House può essere decritta come una morale delle conseguenze. Cioè, tutto è lecito nella dimensione in cui porta a delle situazioni desiderabili. Ad esempio, è lecito fare pressioni sul paziente affinché accetti di sottoporsi a una terapia, purché ci siano ragionevoli speranze che gli possa salvare la vita. In questo senso, a guardare meglio la questione, House sviluppa un rapporto molto stretto fra la morale e la conoscenza.

Gli esperti di House sanno che le insubordinazioni di House – anche quelle più ecclatanti – non sono mai dettate da capricci e nemmeno, per certi versi, dalla sua cocciutaggine. Ma dalle conoscenze che ha. Infatti, gli “azzardi” di House non sono mai dei salti nel vuoto. E non nascono nemmeno dalla volontà di violare le regole accettate dalla sua collettività a mo’ di spirito cinico. Ma nascono al contrario come conseguenza naturale della sua attività di medico esperto. Quelli che ho chiamato azzardi sono in realtà dei calcoli, frutto di una complessa attività cognitiva, che lo porta a forzare la mano, ma per risolvere il caso, e quindi salvare il paziente di turno. Nascono all’interno di un contesto in cui non basta la semplice volontà di aiutare una persona, ma anche la possibilità di avere quelle conoscenze mediche (e non solo) per farlo veramente.





La logica di House e la formazione dell’identità virtuale

28 01 2009

screenshot-clipser-identita-virtuale-mozilla-firefox

Nel video la paziente è bloccata al Polo sud e House e il suo team stanno conducendo la diagnosi differenziale a distanza. A differenza di altre volte, in questo caso è la paziente che gioca a fare House, e arriva a una diagnosi sul nostro caro dottore con una semplice webcam, che manda in onda alcuni dettagli della sua casa. Questo è un esempio molto chiaro di come il ragionamento, grazie al quale ci formiamo un’idea di chi ci sta davanti, è del tutto simile a quello usato per una diagnosi. In questo caso abbiamo i sintomi (le parole, i comportamenti, l’arredo di una casa), ma, a differenza del caso medico, qui non inferiamo la malattia, ma l’identità della persona con cui parliamo.

In questo post però non parleremo della costruzione dell’identità tradizionale, ma del modo con cui costruiamo l’identità di persone – come nel caso del video – che non abbiamo mai visto, se non attraverso strumenti tecnologici, quali, una chat, una webcam o un’email.

Il caso è interessante, perché, almeno fino a una decina d’anni fa circa, gli esseri umani hanno avuto quasi sempre a che fare con persone, con cui potevano interagire in presenza, per così dire. Con l’avvento delle tecnologie a distanza, come internet, le cose sono cambiate. Molte persone oggi possono dire di avere amici, amori o semplici conoscenti, che hanno in vario modo conosciuto e apprezzato a distanza. Ma in che modo ci costruiamo un’idea su come possono essere fatte le altre persone, senza averle mai viste de visu? La logica di House può venirci in aiuto per risolvere il caso.

Come ho già anticipato, ci formiamo un’idea di una persona nello stesso modo attraverso il quale House formula una diagnosi. Ci sono degli indizi e da questi indizi inferiamo (abduttivamente) che tipo di persona potrebbe essere quella che abbiamo davanti. Questo vale sia nella realtà fisica sia in quella virtuale. Ora, quale è la differenza? La differenza sta nel fatto che nel caso del virtuale gli indizi o i sintomi, che abbiamo a disposizione, sono molto parziali, perché sono solitamente foto, parole scritte e in alcuni casi delle immagini. Se il virtuale fosse arrivato prima del fisico, forse avremmo già incorporati tutta una serie di strumenti per raccogliere indizi, una sorta di online detector. Ma siccome così non è, in molti casi le informazioni che abbiamo sono assai insufficienti, semplicemente perché siamo già “sintonizzati” su altri “canali”, come dire, più fisici.

Però, è utile notare come, anche se gli indizi che riceviamo sono poveri, in realtà riusciamo quasi sempre a farci un’immagine generale della persona che abbiamo “davanti”. E in alcuni casi è abbastanza verosimile da essere vicina a quella reale. Vediamo come questo possa avvenire.

Per aiutarci nella comprensione, immaginate quando House si trova in ambulatorio e capisce praticamente al volo il problema del paziente, anche da un semplice dettaglio: un pallore, un arrossamento oppure il modo di vestirsi. House arriva alla diagnosi, perché fa riferimento alle sue conoscenze pregresse. Qualcosa di simile avviene nel caso della costruzione dell’identità virtuale. In primo luogo, riceviamo degli indizi. Come ho detto, un indizio può essere una foto (o più di una), delle frasi scritte in un messaggio o in una chat. In alcuni casi, anche un video. Tuttavia questi dettagli sarebbero troppo “poveri” e incompleti per consentirci di indovinare chi ci può stare dall’altra parte. Per questo, come nel caso di House, facciamo leva sulle informazioni che abbiamo già. Ovviamente non sono conoscenze mediche, ma una sterminata libreria di volti e di tipi umani.

Quindi, per seguire un filo logico: primo, riceviamo dei sintomi o degli indizi. E su questi formuliamo una prima ipotesi su come la persona potrebbe essere: bionda, mora, alto, magra, aggressiva, dolce ecc. Tutto questo però non basterebbe. Ed ecco che passiamo al secondo step: in base all’idea provvisoria, che ci siamo fatti da questi pochi indizi, andiamo a selezionare all’interno delle nostre librerie un’”immagine”, che potrebbe corrispondere a quei “sintomi”. È utile notare come anche questa attività di selezione dell’immagine “più simile” è ipotetica. La selezione infatti è fatta – sempre e comunque – sulla base alcuni indizi che abbiamo. E su questi possiamo dire che “a questi indizi, potrebbe corrispondere quell’identità”.

Quindi, per riassumere, riceviamo degli indizi parziali. Per “completarli” e per renderli utilizzabili, andiamo a selezionare nelle nostre “conoscenze pregresse”, se c’è qualche identità a noi già nota, che può renderne conto, proprio come se si trattasse di una malattia con i loro sintomi. È chiaro che questo processo è condotto per la maggior parte in maniera del tutto irriflessa, senza la mediazione diretta della nostra coscienza, siccome ha a che fare con ragionamenti visuali, ma anche emotivi e sentimentali in taluni casi.

Ovviamente, questo processo, essendo del tutto ipotetico, è sempre revedibile e soggetto a continue revisioni. Anzi, in alcuni casi ci sono veri e propri atti fraudolenti, più o meno consapevoli. È normale, infatti, che ciascuno di noi tenda a esporre “gli indizi” migliori di sé. E questo spiega perché su facebook le persone sono generalmente più belle. Sono più belle, perché è possibile gestire gli indizi a partire dai quali le altre persone si fanno la loro idea. Attenzione ai falsi!

Tornando al discorso della revedibilità, un dettaglio in più può confermare l’idea che ci eravamo fatti, oppure falsificare completamente la nostra ipotesi di partenza. Ad esempio, da una foto è molto difficile riuscire a capire l’altezza di una persona o la sua corporatura. Questo avviene soprattutto quando la foto è un primo piano. In questo caso, possiamo facilmente sbagliarci. Ma come possiamo sbagliarci anche su elementi più caratteriali. Infatti, un testo scritto è sempre un testo scritto, e il rischio di “metterci del nostro” (per via di quel processo di selezione delle conoscenze pregresse) è sempre dietro l’angolo.

Continueremo il discorso nei prossimi post. E se avete dubbi o considerazioni, fatevi avanti!





Tre punti sulla logica di House (brevi istruzioni per l’uso)

27 01 2009

screenshot3

Come è stato scritto diverse volte su questo blog, nel fare le diagnosi (e non solo) House utilizza una forma di ragionamento che si chiama in gergo tecnico abduzione. Un’abduzione è un’inferenza, cioè, una procedura per passare da una serie di premesse a una conclusione. Un’abduzione assume la seguente formula:

Se a, allora b.
b, allora a.

Ad esempio:

Se piove, mi bagno.
Mi bagno, allora piove.

Questo tipo di ragionamento consente di formulare delle ipotesi rispetto a ciò che ci circonda. Che siano ipotesi è bene specificarlo, perché, come si deriva facilmente dall’esempio, non è necessario che io sia bagnato perché piove. Potrei essere bagnato, ad esempio, perché qualcuno mi ha lanciato un gavettone. Oppure perché sono appena uscito da una piscina.

Che si abbia a che fare solo con delle ipotesi non è però una cosa da sottovalutare. Per tre motivi.
Prima di tutto, perché l’ipotesi può aiutarci a risolvere un qualsiasi problema. In alcuni casi è sempre meglio avere un’alternativa, anche se è del tutto ipotetica, che non avere niente su cui pensare. Il ragionamento abduttivo è in questo senso ampliativo. Cioè, consente di andare oltre ciò che conosciamo già. Nel caso precedente, partendo dalle due premesse (“se piove, mi bagno” e “mi bagno”) posso giungere a una nuova conoscenza. Nel caso di House, i pazienti esibiscono dei sintomi (che poi non sono altro che le premesse del nostro ragionamento, ciò che assumiamo per dato) e da quelli si tenta di “indovinare” quale potrebbe essere la malattia.

Un secondo elemento è dato dal fatto, che le ipotesi, che si possono formulare attraverso un processo abduttivo, tendono a essere concorrenti fra di loro. Cosa vuole dire? Vuole dire che le ipotesi, che formulo a partire dagli indizi, non hanno lo stesso peso. Alcune sono fatte meglio. Nel caso di House, le varie malattie che vengono ipotizzate non hanno lo stesso valore. Ad esempio, alcune spiegano solo alcuni sintomi, ma non tutti; altre spiegano i sintomi in modo più coerente; altre ancora sono più semplici nel farlo.

Il fatto che le ipotesi, che possono ragionevolmente essere formulate, sono concorrenti fra di loro ci porta a un terzo punto: che i ragionamenti abduttivi – l’attività di formulazione delle ipotesi – sono sempre revedibili. Cioè, possono essere riformulati e in taluni casi migliorati. Questo perché le abduzioni, che possiamo compiere, dipendono dai sintomi o dagli indizi, che abbiamo a disposizione. Ad esempio, in tutte le puntate di House la ricerca dei sintomi, che poi sono le informazioni sul paziente, è un momento fondamentale, che va di pari passo con la formulazione della diagnosi migliore. Se i sintomi sono troppo pochi, è difficile capire quale, fra le ipotesi in campo, sia la migliore. È un po’ come nell’esempio che ho riportato sopra. Il fatto che una persona sia bagnata può voler dire tante cose. Può essere stata, per l’appunto, la pioggia. Ma anche un gavettone, un secchio d’acqua, il mare, la piscina, ecc. Ed è per questo che cercare altre informazioni può essere l’unica strada per risolvere il nostro caso.

Nei prossimi post cercherò di mostrare come la logica di House – il ragionamento abduttivo – può descrivere vari e diversi aspetti della nostra vita.





Apparati sperimentali

25 01 2009

screenshot-clipser-strumenti-per-sperimentare-le-persone-mozilla-firefox

Una tesi che è stata più volte sostenuta in questo blog è che House usa la stessa “logica” che usa nelle diagnosi anche nelle relazioni personali. Formula ipotesi sulle altre persone, deduce ciò che ci dovrebbe essere, se quell’ipotesi fosse vera, e infine se ne verifica la presenza o meno.

Un punto interessante della logica della diagnosi, che House ripropone anche nelle interazioni con le persone, è l’utilizzo massiccio di “apparati sperimentali”. Nella scienza, come nella medicina, le attività cognitive di ricerca e di scoperta sono altamente distribuite. Cosa vuole dire? Vuole dire che il lavoro di ricerca non dipende unicamente dalla riflessione sui concetti, ma dall’uso sofisticato di strumenti esterni in alcuni casi appositamente costruiti. Nel setting diagnostico, ad esempio, molti dei sintomi, che sono necessari per formulare la diagnosi, sono raccolti proprio attraverso i vari artefatti cognitivi (macchine di risonanza magnetica, conoscopie, sistemi di monitoraggio dello stato del paziente, interventi manipolatori direttamente sul corpo, ecc.).

Qualcosa del genere avviene anche nella vita di tutti i giorni per gestire le relazioni umane. Nel video House rivuole la sua moquette, ma la richiesta è in realtà un vero e proprio apparato sperimentale altamente distribuito per provare la sua capacità di comandare la Cuddy. Insomma, il tutto è finalizzato a capire fin dove arriva il suo potere.

Anche qui, ovviamente, House usa la sua “logica”. Perché come una risonanza magnetica può essere utile per verificare dei danni neurologici, così può non essere utile per verificare la presenza di un virus nel sangue. Allo stesso modo House non costruisce i suoi apparati sperimentali sociali a caso. Anche in questo caso formula delle ipotesi e il risultato – la moquette in questo caso – è il frutto di quella che viene chiamata “inferenza verso la manipolazione migliore”. Cioè, esattamente come dai sintomi si inferisce quale potrebbe essere la malattia, che spiego meglio la loro presenza, allora stesso modo nel caso della manipolazione migliore si inferisce quale potrebbe essere l’azione (o la manipolazione), che consenta di ottenere più informazioni possibili in relazione al proprio obiettivo. È qui che sta la bravuta di House oltre che la sua “logica”.





L’arte (o la logica) dell’indovinare

24 01 2009

screenshot-clipser-indovinare-le-cose-mozilla-firefox

Nel video House riesce a capire da alcuni dettagli perché la donna che beve il caffé ha quell’aria schifata, perché la cassiera tiene la mano in quel modo e perché Stacy non porta il crocifisso che le è tanto caro. Questa capacità di “indovinare” quel che succede alle persone senza conoscerle o avendone solo pochi elementi non è un’arte divinatoria. In passato, in realtà, veniva reputata tale, e la ragione sta nel fatto che ci meraviglia che vi siano persone che siano in grado di “azzeccare” la risposta vincente senza grandi sforzi. Ci sono ragioni evolutive dietro a questo fatto, ma per ora lasciamole perdere.

Per spiegare questa abilità di indovinare le cose, ci sono due elementi che dobbiamo tenere in considerazione: le conoscenze pregresse che uno ha e la capacità di mettere insieme gli indizi. Questi due elementi non sono separati, ma giocano insieme.

Il primo elemento è quello delle conoscenze pregresse. Nell’attività diagnostica di House si vede molto bene questo elemento. Talvolta House riesce a indovinare di cosa soffre il paziente anche da piccole osservazioni. Questo perché? Perché è come se conoscesse già la risposta e deve solo selezionarla in relazione a quei pochi sintomi che vede. Questo succede nella vita di tutti i giorni, ad esempio, quando due persone si conoscono da molto tempo, e uno dei due sa che, quando lei corruccia il naso, vuole dire che gli vuole dire una cosa, di cui si vergogna, giusto per fare un esempio. Questa disposizione deriva dal fatto che tendiamo a vedere le cose che conosciamo. E nella maggior parte dei casi questa è un’ottima strategia. Soprattutto quando sappiamo parecchie cose. Ma questo non è molto diffuso.

Quindi, quando siamo degli “esperti” gli indizi che riceviamo possono dirci molto di più. Ad esempio, un esperto degustatore sarà in grado di dire se un dolce è fatto bene anche semplicemente guardandone il colore. Ma questo non aviene perché è un mago, ma semplicemente perché lo sa già. Gli indizi sono particolarmente sintomatici e gli servono quel tanto che basta per selezionare l’ipotesi migliore, che ha già nella sua “libreria” di dolci.

Il secondo aspetto invece non ha a che fare direttamente con le conoscenze pregresse, ma con l’abilità di mettere insieme i sintomi o gli indizi. Anche questa abilità dipende da conoscenze, ma da un tipo diverso rispetto al precedente. Ad esempio, non sono conoscenze che dipendono da un contesto particolare. Cioè, possono essere utilizzate in diversi campi a prescindere dal loro contenuto. Questo è il caso delle euristiche. Prendete la famosa frase che House cita sempre, quella del “tutti mentono”. Questo è un esempio chiarissimo di cosa sia un’euristica. Un’euristica nasce sostanzialmente dalla nostra ignoranza. Siccome non sappiamo, allora cerchiamo di assumere che qualcosa sia vero e poi vedere dove ci porta. È un modo per semplificare le scelte, per saltare dei passaggi che richiederebbero più informazioni.

La conoscenze servono per rendere più sintomatici o decisivi i sintomi, mentre le euristiche servono per superare la nostra ignoranza. Questa è una logica. Ma ovviamente questo non implica che non possa essere anche un’arte.





Risolvere casi o salvare vite umane?

22 01 2009

screenshot-clipser-risolvere-casi-o-salvare-vite-mozilla-firefox

Nell’ultima puntata della terza serie Foreman se ne va dal team e nel farlo dice a House che non vuole risolvere casi, ma salvare vite umane. Nello specifico, gli dice – si vede nel video – che non vuole assomigliargli, perché non vuole che i suoi momenti di felicità si riducano agli attimi successivi la risoluzione del caso. La riposta di House è che al malato, una volta che gli sarà stata salvata la vita, poco interesserà il motivo per cui il medico lo ha fatto, se perché gli interessano i grattacapi oppure no.

La posizione di House potrebbe urtare la sensibilità delle persone. E la urta ancor di più pensando ai casi reali di medici troppo poco interessati al malato quanto alla malattia. Ma in realtà il punto che solleva House non è poi così scontatamente cinico. Ma nasconde l’approccio che ha nei confronti della realtà, un approccio che definirei intellettuale.

Come abbiamo scritto in alcuni precedenti post, le credenze e le idee, che gli esseri umani hanno o formulano, sono nella maggior parte dei casi finalizzate a raggiungere uno stato di soddisfazione interna. Cioè, si crede a cose non vere, anche quando si sa benissimo che non sono vere, semplicemente perché ci soddisfano dal punto di vista emotivo. Poco importa, quindi, se non spiegano la realtà circostante. Nel video Foreman rappresenta benissimo questo aspetto. Infatti Foreman, nel dire che gli interessa salvare vite umane e non risolvere grattacapi, preferisce adottare una credenza che, più che riguardare il paziente, riguarda se stesso, il suo stato emotivo interno. E nel fare questo paradossalmente risulta essere molto più egoista di House, perché maschera il fatto che questa idea o questa credenza scaturisce unicamente da un bisogno personale.

Questo discorso ci porta a generalizzare la questione verso una tesi, che mi pare abbastanza condivisibile. Che le persone tendono a risolvere i problemi del mondo riportandoli alla propria realtà interiore. Ma se questo è un bisogno tipicamente umano, alcune volte è una tendenza che porta solo all’ipocrisia. E l’ipocrisia sa essere molto violenta.





Immunizzazione cognitiva

22 01 2009

screenshot10

Oggi vorrei parlare di un fenomeno, che chiamerei “immunizzazione cognitiva”. Cosa voglia dire immunizzazione lo sanno tutti: vuole dire che un cambiamento o un stato del mondo – pur essendoci o avvenendo – non sortisce alcun effetto su un determinato organismo, che si dice essergli immune.

Per analogia, l’immunizzazione cognitiva è quella forma di immunizzazione che riguarda per l’appunto eventi correlati con la conoscenza. Vi sono cioè delle conoscenze, variamente intese, che , pur essendo discusse e anche analizzate, non sortiscono alcun effetto sulle credenze delle persone, che risultano perciò esserne immuni.

Se ne parla da tempo, ma solo negli ultimi mesi la questione dei “giovani” è giunta prepotentemente alla coscienza pubblica. Uno studio della Cattolica di Milano ha dato un quadro impietoso dei giovani 30enni di oggi. La “peggio gioventù” non ha peso politico, economico, sociale, etc.

Qualcuno dirà: “ecco si è rotto il silenzio”. Il silenzio si sarà pur rotto, ma dentro non c’è nessuna sorpresa, per dirla con una battuta. La situazione – e lo sappiamo – è drammatica. E’ drammatica a un livello tale, eppure non succede niente. Un candidato giovane alle primarie del PD ha raccolto una manciata di voti, pur cavalcando l’onda. Il dr House la chiamerebbe un’anomalia. E le anomalie vanno spiegate.

Una spiegazione potrebbe essere il fatto che vi sono certi contenuti, certe informazioni, certe conoscenze, da cui siamo – per l’appunto – immuni. Bene inteso, non è che non le leggiamo, non ci riflettiamo sopra. Semplicemente, non portano ad alcuni cambiamento sostanziale nel nostro sistema di credenze. La maggior parte delle persone rimangono ancorati a quella che due logici anglossasoni (Dov Gabbay e John Woods) chiamano “epistemic bubble”. Il nostro sistema di credenze assomiglia a una sorta di bolla, la quale ci consente sostanzialmente di essere immuni da tutta una serie di conoscenze. E come quando passa un gatto nero. Sappiamo che se attraversiamo la strada non succede nulla, ma quel tipo di informazione non ci distoglie dalla credenza di aspettare che qualcuno passi prima di noi.

Succede anche con l’attuale classe dirigente, e qui ritorniamo ai giovani. Sanno che moriranno, che prima o poi (ed è più vicino il prima che il poi) dovranno lasciare il campo: eppure agiscono esattamente come se fossero immortali. Allo stesso modo i giovani sanno che nella maggior parte dei casi dovranno ripiegare verso una vita mediocre, vedendosi tante aspettative respinte come pie illusioni – anche se del tutto legittime. Eppure continuano a sognare, come se il futuro riguardi gli altri. E forse è così, se noi fossimo “i giovani”. Ma giovani – noi – non lo siamo più





La coerenza della spiegazione

21 01 2009

screenshot-clipser-coerenza-e-spiegazione-mozilla-firefox

Accade spesso che le persone per rimarcare la veridicità di una posizione facciano riferimento ai “fatti” come giudice ultimo di una spiegazione o di una posizione. Ma i fatti bastano a preferire una spiegazione o una diagnosi a un’altra?

Le evidenze empiriche sono importanti. Non possiamo sostenere razionalmente che il cuore sta al posto del fegato quando sappiamo che così non è. L’attenzione per i fatti fa parte addirittura dell’etica professionale. Ma bastano i fatti? In realtà una spiegazione o una diagnosi partono sempre da conoscenze pregresse attraverso cui i fatti vengono interpretati. Il punto semmai è che vi sono delle interpretazioni che sono migliori. E perché sono migliori? Perché sono più coerenti.

Nel caso di House una spiegazione (che poi è la diagnosi) è preferita a un’altra, ad esempio, perché spiega alcuni sintomi che la spiegazione concorrente non spiega. Oppure perché è più semplice. In alcuni casi una spiegazione è preferita perché riesce a inglobare spiegandola perfino la sua concorrente. Uscendo dal caso medico, basta pensare al processo. Due narrazione si contrappongono, quella della difesa e quella dell’accusa. E dibattono, non solo portando, ma anche le loro interpretazioni, che il giudice soppeserà in relazione alla loro coerenza.





Informazioni irrilevanti

20 01 2009

screenshot-clipser-una-diagnosi-dai-sensi-di-colpa-mozilla-firefox

“Non è possibile fare una diagnosi basandosi sul tuo senso di colpa”. Questa è la posizione di House. Il paziente di turno è caduto dalla scala mentre cercava di riparare il tetto della casa della Cuddy. E la Cuddy, avendogli detto appena prima di cerca di finire il lavoro il prima possibile, si sente in colpa per avergli procurato l’incidente. Se questa reazione è del tutto giustificabile, il senso di colpa può aiutare a fare la dignosi?

La risposta è ovviamente negativa. Perché? Perché i sensi di colpa sono irrilevanti per fare una diagnosi. Sono irrilevanti, perché il senso di colpa non può in alcun modo spiegare la malattia del paziente. Al massimo spiega il motivo per cui una persona può essere agitata.

Eppure quello di utilizzare informazioni irrelevanti – come nel caso della Cuddy – è qualcosa che è assai diffuso nella vita di tutti i giorni. Quante volte le persone in un dibattito o in discussione, ad esempio, attaccano il proprio avversario personalmente, invece di controbattere in relazione alle idee che sostiene? E quante volte si taglia corto, dicendo che quella cosa “l’ha detta Tizio o Caio”, senza entrare nel merito delle questioni?

Ma, se spesso utilizziamo informazioni che sono irrilevanti, perché lo facciamo, pur sapendo che stiamo utilizzando forme di ragionamento fallaci? Una possibile risposta è che spesse volte gli esseri umani non solo hanno poche informazioni, ma non ne hanno proprio. Ed ecco quindi che, se non sappiamo niente, ad esempio, degli inceneritori o di una malattia, le informazioni che abbiamo sulle persone con cui stiamo dibattendo possono tornarci utili per formulare un’ipotesi da sostenere. Ad esempio, se Beppe Grillo dice che gli inceneritori fanno male, ma io non so nulla sugli inceneritori, l’opinione che ho di Grillo può essere rilevante. Se non so dopo quanto tempo mi posso buttare in acqua dopo aver mangiato, imitare ciò che fa la maggior parte delle persone, che ho attorno, o credere a ciò che dice mia madre può essere anche in questo caso rilevante.

Questo è per mostrare come la rilevanza o l’irrilevanza di una osservazione alla fine dipende sempre dalle conoscenze che abbiamo. Ma è chiaro che meno conoscenze abbiamo e più il rischio di formulare delle ipotesi sbagliate è molto alto.