La legge sulle intercettazioni e la logica di House

28 02 2009

La logica con cui House e il suo team arrivano alla scoperta della malattia è la medesima logica con cui un investigatore arriva a scoprire il colpevole del delitto. Nel primo caso abbiamo i sintomi, che portano alla diagnosi della malattia, nel secondo caso abbiamo indizi, che portano a pensare che il colpevole possa essere Tizio o Caio. Quindi, sintomi e malattia da un lato, indizi e colpevole dell’altro.

Recentemente la proposta di legge sulle intercettazioni ha fatto discutere gli addetti ai lavori per un punto, che cito e che ci interessa direttamente:

Il Pm potrà chiedere l’autorizzazione a intercettare solo in presenza di ‘gravi indizi di colpevolezza’. Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno ’sufficienti indizi di reato’.

Ora, le intercettazioni cosa sono? Le intercettazioni sono uno strumento per ottenere dei nuovi “sintomi”. Nel caso di una diagnosi, una TAC o una conoscopia non vengono scelti a caso. Non si fa una risonanza magnetica al cervello a una persona che ha male a un braccio. A meno che si supponga che il male al braccio possa avere un’origine neurologica. Ma questa decisione deriva spesse volte da mere ipotesi.

La decisione di fare un esame piuttosto che un altro, in molti casi, ha una valenza esplorativa. Questo è un punto decisivo per capire meglio la questione legata alla legge sulle intercettazioni. Come nel caso della diagnosi, si parte sempre da degli inidizi e si iniziano a formulare delle ipotesi, che li spieghino. Il punto è che spesse volte la formulazione delle ipotesi plasubili passa proprio dall’utilizzo di strumentazioni esterne, come una risonanza magnetica e come le intercettazioni. In alcuni casi, la decisione di utilizzare queste strumentazioni dipende da un quadro indiziario che è tutt’altro che definitivo, proprio per la natura ipotetica e congetturale dell’attività diagnostica come di quella investigativa.

Come è possibile dunque richiedere all’investigatore di poter utilizzare le intercettazioni solo per trovare delle mere conferme delle proprie ipotesi? Sarebbe come chiedere al medico di fare una biopsia solo quando si è certi che il paziente ha un tumore. Invece per disporre una biopsia basta anche un quadro sintomatico non del tutto completo per far ipotizzare – anche solo ipotizzare – che si potrebbe trattare di un cancro, e che quindi servirebbero degli esami più approfonditi. Analogicamente, le intercettazioni possono essere disposte proprio per capire meglio cosa sta succedendo, laddove comunque si può ipotizzare che c’è qualcosa che non funziona.

Questo è per dire, in conclusione, che i sintomi o gli indizi non solo servono per formulare la diagnosi o scoprire la violazione della legge, ma possono essere utili per capire quando e perché si debba investigare ulteriormente proprio per capire meglio la faccenda. La ricerca dei sintomi e degli indirizi non avviene a caso, come ci vorrebbero far credere.





La logica delle illusioni

27 02 2009

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Questa che si vede nella figura è un classico esempio di illusione ottica: il bastone che immerso per metà nell’acqua risulta spezzato. Questo caso è molto interessante per una semplice ragione: che sappiamo benissimo che il bastone non è spezzato, tuttavia per il nostro apparato visivo lo è. Cioè, la conoscenza pregressa che abbia in relazione al bastone (cioè, che non è spezzato) non ha alcun impatto sul tipo di inferenza visuale che fa il nostro apparato percettivo.

Un caso invece in cui le nostre conoscenze pregresse influenzano la percezione è questo:

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Per il semplice osservatore queste che sono raffigurate sono delle nuvole. E queste vengono percepite esattamente come qualsiasi altro tipo di nuvola che vediamo nel cielo. Invece, per l’amante della metereologia quelle raffigurate nella foto non sono delle nuvole, ma dei cirri. In questo caso, il bagaglio di conoscenza dell’amante della metereologica cambia il tipo di percezione che ha.

Ciò che distingue i due casi è che nel primo caso la conoscenza pregressa non ha il potere di cambiare o di rivedere un’inferenza (nel nostro caso visuale), che viene fatta dal nostro sistema cervello/corpo. Possiamo popolare di oggetti scientifici (ma anche artistici) il nostro sguardo, ma fino a un certo punto. Questo vuole dire che la nostra capacità di apprendimento e di scoperta del mondo può certamente cambiare le nostre prospettive, ma ha anch’esso dei limiti.

I limiti in questione però non sono limti che si possono – come dire – superare. Ad esempio, gli esseri umani sbagliano. E in molti casi gli errori si possono evitare. La scienza, ad esempio, è il classico caso in cui vengono istituzionalizzate delle pratiche per correggere i propri errori, attraverso la ripetibilità degli esperimenti, lo scetticismo organizzato, il dovere di rendere pubblici i risultati delle proprie ricerche, ecc.. Tutto questo è finalizzato a formulare delle inferenze sempre più precise rispetto al mondo.
Nel caso delle illusioni, invece, non è possibile niente di tutto questo. In questo senso, le illusioni non sono propriamente degli errori. Dico questo perché, a ben vedere le cose, una semplice illusione ottica non può essere “risolta”. Tuttavia le conoscenze che possiamo produrre proprio attorno a un’illusione – il suo funzionamento – ci può permettere di aggirare l’ostacolo. Questo è il caso, ad esempio, del mago. Vediamo la donna segata in due, ma non chiamiamo l’autoambulanza.
Le illusioni, quindi, non sono propriamente dei nostri errori. Al massimo, sono errori dell’evoluzione, cioè, sono avvenuti nel processo di evoluzione del nostro sistema percettivo. Però anche in questo, attraverso l’evoluzione di forme di conoscenza l’errore può essere quanto meno “aggirato”.

Nei prossimi giorni approfondiremo il discorso della logica delle illusioni, partendo da una domanda specifica: la coscienza è un’illusione?





Egoisti o altruisti?

23 02 2009

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Nel video House sostiene la posizione per cui la motivazione principale che spinge gli uomini ad agire è una motivazione eminentemente egoistica. Anche nell’aiutare gli altri – osserva House – le persone seguono un “istinto” egoista. Le persone aiutano gli altri, perché provano piacere a farlo. E il piacere che provano è la motivazione principale, che li spinge ad agire in aiuto.

Quanto questa teoria sia giusta o sbaglia, è difficile spiegarlo in una manciata di parole. Una possibile obiezione – giusto per citarne una – potrebbe essere che provare piacere per aiutare gli altri è certamente diverso dal provare piacere solo per se stessi. Anche se l’emozione è la stessa, nella pratica essa si traduce in due comportamenti differenti, il primo altruista, il secondo potenzialmente egoista.

Vi è poi un secondo elemento, che dovrebbe far riflettere il nostro House. Perché proviamo piacere nell’aiutare altre persone? Una risposta è stata data dalle teorie evoluzioniste: l’altruismo – cioè, sacrificare se stessi per gli altri – ha una sua ragione evolutiva, e viene spiegato facendo leva su quella che viene chiamata la selezione dei gruppi, in inglese group selection.

Secondo questa teoria l’altruismo – benché sia un comportamento potenzialmente controproducente per se stessi – si sarebbe selezionato in virtù del fatto che gli individui non sono dispersi l’uno dall’altro, ma formano gruppi e alleanze. In questo contesto, l’altruismo perché sarebbe vantaggioso? Perché sarebbe un tratto o un comportamento, che favorirebbe la coesione del gruppo di appartenenza, dal quale dipende la sopravvivenza del singolo.

Un semplice esempio chiarisce molto bene questa idea. Immaginate due gruppi in competizione fra loro composti da due tipi di persone. Da un lato il tipo altruista che procaccia il cibo per se e per gli altri. Dall’altro il tratto di quelli che vanno a sbaffo, cioè, che mangiano e basta. Tenuto conto di questi due comportamenti, quale sarà il gruppo che riuscirà a garantire la sopravvivenza ai propri membri? A quale gruppo vorreste appartenere?

La risposta ovviamente è semplice: il gruppo nel quale la percentuale di altruisti sarà superiore a quella degli egoisti che vanno a sbaffo.





Rappresentazioni distruibite

22 02 2009

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Tradizionalmente il nostro sistema cognitivo – la nostra mente – è stato considerato come una sorta di elaboratore di simboli. Come un computer, il nostro sistema cognitivo riceve degli stimoli dall’esterno, a partire dai quali costruisce delle rappresentazioni simboloche interne del mondo, che successivamente manipola in relazione a delle regole prestabilite. Questa è grossomodo quella che viene chiamata la teoria computazionale della mente.

Ora, come si vede dal video in realtà la nostra mente spesse volte – per non dire sempre – ha bisogno di appoggiarsi a qualcosa che sta “fuori”, per cui non manipola semplicemente delle rappresentazioni, che stanno dentro la nostra testa. House e il suo team ripercorrono il processo diagnostico utilizzando una semplice figura del corpo umano, su cui segnano con croci e cerchi i trombi e le emorragie, che ha avuto il paziente. Perché?

La risposta sta nel fatto che il nostro sistema cognitivo non è come un computer. Cioè, non riceve gli stimoli, da cui poi costruisce rappresentazioni del mondo all’interno del suo cervello. Al contrario i vari strumenti esterni, con i quali interagiamo, sono parte integrante del nostro sistema di elaborazione, nella misura in cui ci offrono delle risorse cognitive aggiuntive.

Ad esempio, un disegno, uno schema o anche delle parole scritte su una lavagna creano ciò che vengono chiamate rappresentazioni distribuite. Cioè, quello che viene definito mente non è un semplice elaboratore di dati, che immagazzina ogni elemento dell’ambiente circostante. Al contrario, distribuiamo la nostra mente nell’ambiente, nella dimensione in cui ci serviamo di “appigli” esterni per tutta una serie di attività cognitive, ad esempio, per ricordare meglio oppure per visualizzare qualcosa, che difficilmente riuscirebbero servendoci solo delle nostre capacità “interne”.
Nell’esempio del video, ben difficilmente House e il suo team sarebbe stati in grado di visualizzare “mentalmente” tutto il percorso diagnostico portato avanti fino a quel momento. Ma con l’ausilio di carta e penna, cioè, di una rappresentazione distribuita nell’ambiente esterno, le cose cambiano totalmente.





Se lo scienziato si fa oracolo

18 02 2009

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Negli ultimi anni comunicare la scienza è diventato un argomento spesse volte citato al di fuori degli ambienti accademici. Basti anche solo pensare al numero di Festival che sono stati organizzati in Italia (e non solo) aventi come tema principale la scienza.

L’enfasi nei confronti della – detta volgarmente – “divulgazione scientifica” ci fonda su una pretesa legittima: è bene innalzare il livello di cultura scientifica dei cittadini. E questo per svariate ragioni, che non credo sia indispensabile descrivere qui.

Tuttavia sollevo alcuni dubbi, che in parte mi fanno pensare se l’enfasi sul tema del comunicare la scienza non rischi di sortire effetti quasi opposti rispetto a quelli prefissati.

Non di rado giornali e telegiornali pubblicano articoli o mandano in onda servizi, che richiamano l’attenzione su recenti scoperte di ricercatori del tipo “I film hard eccitano gli uomini, la colpa è dei neuroni a specchio”. Oppure, “Studiato il «cervello gay» È simile a quello delle donne”, “NEUROSCIENZE: FONDAZIONE MARIANI, SVELATO SEGRETO DEGLI STONATI”, “Svelato il segreto del caffé”. Vi è un ampio campionario, che si può reperire facilmente su internet utilizzando Google News e inserendo parole chiavi come “scienza”, “cervello”, “mistero”.

Intanto i titoli possono essere ad effetto, mentre l’articolo può anche approfondire il discorso. Ma il punto non è questo, perché è sbagliato l’approccio. Cioè, ciò che ci si può aspettare dalla scienza. La scienza svela misteri? Scopre segreti? Credo che comunicare la scienza non voglia dire trattare gli scienziati come oracoli e i risultati – spesse volte del tutto provvisori – come delle rivelazioni. La scienza è un metodo che consente di produrre delle conoscenze. Quindi, se si vuole comunicarla, non basta divulgarne gli esiti, ma anche e soprattutto il metodo.





Revisione delle credenze e diagnosi differenziali

17 02 2009

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“Alla base abbiamo rilevato una lesione….l’ipofisi…questo spiega la pressione bassa…e praticamente conferma il linfoma…ma nel sangue non c’è niente..non è un linfoma”.

Questo, semplificato, è un caso tipico di revisione delle credenze. Come abbiamo scritto in post passati, la revisione delle credenze è tipico dei ragionamenti abduttivi, quei ragionamenti, cioè, che mirano a formulare delle ipotesi. lIl fatto di poterle rivederle, è dato dal fatto che l’abduzione è un ragionamento ampliativo, cioè, un ragionamento per cui le conclusioni contengono informazioni, che non sono già implicite nella premesse (come avviene per le deduzioni). Questo comporta una semplice conseguenza: che le conclusioni – che non sono altro che delle ipotesi – possono essere sempre riviste alla luce di nuovi fatti. Riprendiamo un vecchio caso:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un uomo

La conclusione “Socrate è un uomo” è frutto di un’abduzione. Non è già contenuta nelle due premesse. Ma soprattutto il suo valore è puramente ipotetico, quindi sempre e comunque parziale. Infatti possiamo benissimo dire:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un gatto

Apparentemente i due casi sono equivalenti. Ciò che però distingue i due casi sta nel fatto che la raccolta di nuove informazioni può cambiare il processo di formulazione dell’ipotesi, quindi risolvere casi ambigui. Questo è il tipico caso di House e il problema delle cosiddette “diagnosi differenziali”, quelle diagnosi, cioè, in cui più malattie sono compatibili con i sintomi riscontrati, come nell’esempio del gatto e di Socrate, che abbiamo riprodotto qui. Ad esempio, possiamo scrivere:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale,
Socrate porta gli occhiali,
Socrate parla l’inglese.
Quindi, Socrate è un uomo

L’aggiunta di nuove premesse ci consente di rivedere il nostro ragionamento e di rendere il tutto meno ambiguo. In questo caso, infatti, ben difficilmente potremmo dire che socrate è un gatto. Infatti, se nel caso precedente sapere che Socrate è mortale poteva essere compatibile sia con il fatto che potesse essere gatto e uomo, in questo secondo caso gli indizi diventano pià sintomatici rispetto alla conclusione che Socrate non sia un gatto, ma un uomo.





Sensibilità morale e la logica di House

15 02 2009

I segni vanno interpretati, per cui non ci sono segni senza interpretazioni. Senza i medici e le enciclopedie mediche, non ci sarebbero sintomi. I sintomi sono tali perché vengono interpretati. D’altro canto, non ci sono interpretazioni senza segni. Se non ci sono sintomi, infatti, è impossibile identificare una malattia.

Questo vale per la logica di House, ma può essere applicato anche alla morale. Più precisamente, alla nostra sensibilità morale, cioè, alla capacità di identificare nel mondo oggetti che hanno – o possono avere – un valore intrinseco. La morale funziona esattamente come funziona la logica di House. Abbiamo anche in questo caso dei “sintomi”, che possono essere delle emozioni, delle evidenze empiriche, delle leggi morali. L’unica differenza è che non formuliamo delle spiegazioni, che rendono conto dei sintomi, ma inferiamo delle ragioni, che ci inducono ad agire in favore o meno qualcosa o di qualcuno.

Esattamente come un’ipotesi formulata da House, così anche un’ipotesi “morale” può subire delle modificazioni, perché otteniamo più “sintomi”. In gergo tecnico, diciamo che anche il giudizio morale è descrivibile da una logica non-monotonica. In questo senso, anche la morale è soggetta o aperta a un miglioramento o a una evoluzione. Nessuna interpretazione senza segni. Quindi, il tipo di inferenze morali che possiamo produrre dipendono a loro volta dal tipo di sintomi che riusciamo a costruire. E come i vari strumenti diagnostici, come la risonanza magnetica o un esame tossicologico, permettono di avere al medico delle informazioni più precise, così possiamo avere delle analoghe tecnologie, che permettono di offrire, fra gli altri, perfino dei “sintomi morali”.

Nel caso della medicina, l’innovazione tecnologica permette di avere a disposizione dei “nuovi” sintomi, che aprono le porte all’identificazione di nuove malattie. Qualcosa di simile avviene anche nel caso della morale, con la creazione di nuovi “soggetti” morali, di cui in precedenza non vi era neppure l’ombra. Eccone un esempio.

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Testamento biologico e la logica di House

13 02 2009

La logica con cui House indovina la malattia è una “logica”, che in realtà gli esseri umani usano quotidianamente per una vastissima classe di fenomeni. Ovviamente, nella maggior parte dei casi non ce ne accorgiamo, ma è così. Oggi vorrei mostrare come la logica di House può esserci utile per analizzare il caso del testamento biologico, visto che il tema è di stretta attualità (va beh, per noi lo è).

Una delle obiezione che viene di solito sollevata in merito al testamente biologico è relativa al fatto che si tratterebbe di un caso, in cui ci troveremmo a decidere in merito a una situazione troppo distante da noi, emotivamente e cognitivamente. Per cui sarebbe forse troppo facile decidere e poi cambiare idea. Questa è sostanzialmente il principale contro-argomento, al di là del merito, se la vita sia sacra o meno.

Ora, la logica di House ci viene in soccorso per analizzare questo caso. Coloro i quali vedono il Dr House sanno benissimo, che, durante il corso della puntata, House e il suo team continuano a rivedere le diagnosi formulate. Questo perché nel processo vengono fuori nuovi sintomi, che concorrono nella selezione della malattia. Questo elemento è tipico di quelli che vengono chiamati ragionamenti non-monotonici, cioè, quei ragionamenti in cui le conclusioni possono cambiare, perché si ottengono nuove informazioni. Vediamo un attimo nel dettaglio.

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Prendiamo un classico ragionamento deduttivo del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è un uomo.
Quindi, Socrate è mortale.

Se le premesse sono vere, la conclusione segue necessariamente. La deduzione consente di arrivare a conclusioni sempre certe. Questo ragionamento è monotonico. Perché? Perché anche aggiungendo ulteriori dati, la conclusione non cambia. Ad esempio, possiamo dire che Socrate ha il naso grosso, che è basso, che è stupido, che la conclusione “Socrate è mortale” non viene minimamente intaccata.

Supponiamo invece di fare un tipo di ragionamento alla House, del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un uomo.

Qui le cose cambiano. Dalle premesse non segue necessariamente che Socrate sia un uomo. È solo un’ipotesi. Potrebbe essere un gatto, che è altrettanto mortale. E proprio perché non c’è un legame necessario fra le due premesse e la conclusione, nuove informazioni possono modificare la nostra conclusione. Ad esempio, se aggiungo che “Socrate ha la coda” o che “Socrate va a quattro zampe”, le cose cambiano e inducono a rivedere la mia conclusione. Questo è chiamato tecnicamente il carattere non-monotonico dei ragionamento ipotetici (abduzione).

Questo elemento è comune con il caso del testamente biologico. In realtà, l’obiezione sul fatto che potremmo cambiare idea è abbastanza ovvia, proprio perché il tipo di ragionamento che viene utilizzato è sempre revedibile, esattamente come nel caso delle diagnosi di House. Il problema, semmai, non è il carattere provvisorio delle nostre decisioni o delle spiegazioni che formuliamo. Quello è un dato di fatto. Il problema è invece quello di prendere delle decisioni o formulare spiegazioni, che siano le migliori possibili, dati i nostri dati a disposizione.

In realtà, coloro i quali sono a favore del testamente biologico sostengono la necessità di permettere in ogni momento di rivedere le proprie decisioni, perché è riconosciuta la possibilità di poter cambiare idea. A questo va aggiunto un secondo elemento importante: ma chi lo dice che le decisioni prese a caldo siano le migliori? Perché dovremmo “trovarci in quel momento” per decidere? Non potrebbe essere questo un limite?





La malattia ha mentito

12 02 2009

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Le analogie non sono difficili da capire, visto che le facciamo e le utilizziamo ogni giorno. Per alcuni il linguaggio è tutto un’analogia. A noi però interessa vedere come le analogie consentano di generare delle ipotesi. Veniamo al caso di oggi.

La puntata “Tutto per tutto”, stagione II, puntata n.17, è – si può dire – integralmente dedicata al tema. Il caso in questione è quello di un bambino, che presenta sintomi analoghi a quelli di una paziente, che dieci anni prima il nostro caro dottor House non fu in grado di curare. La puntata perciò si sviluppa attorno ai tentativi ripetuti di House di stabilire delle analogie fra il caso del bambino da curare e quello della signora.

Perché House – in modo quasi ossessivo, a quanto pensa il suo staff – cerca delle ricorrenze, delle analogie, delle somiglianze fra i due casi? Al di là delle spiegazioni psicologiche (House non ha mai digerito di non essere stato in grado di risolvere il caso della signora), c’è una ragione eminentemente cognitiva. Le analogie aiutano a formulare delle ipotesi laddove le informazioni che disponiamo sono gravemente incomplete. Vediamo come.

Nella puntata in questione House risolve il caso sfruttando un’analogia con il poker. Il poker è un gioco nel quale spesse volte è fondamentale confondere le idee dell’avversario riguardo alle carte che si hanno. Ad esempio, possiamo far credere di avere un poker d’assi, quando in realtà abbiamo in mano una semplicissima doppia coppia o qualcosa di simile. Il poker è quindi un gioco in cui il cheating, per dirla all’inglese, cioè, ingannare, dissimulare, diventa una strategia permessa e spesse volte vincente, del tutto integrata all’interno delle regole del gioco. Nel poker, quindi, il giocatore dissimula. E se facesse lo stesso anche una malattia? Ma cosa vuole dire che una malattia ci può ingannare? Una malattia ci inganna nella dimensione in cui, ad esempio, sottoponiamo a un test – anche sofisticato – una parte del corpo del paziente, in cui l’infezione, ad esempio, non si è ancora manifestata. La malattia non ci può ingannare: ma il test sì. Ecco così che un’ipotesi precedentemente scartata per l’esito negativo degli esami può essere ripresa in considerazione e analizzata.

Ora, il punto è che l’idea che la conoscopia fosse stata fatta su una sezione dell’intestino, in cui la malattia non si era ancora manifestata, non sarebbe emersa senza l’analogia con il poker. Il poker non ha fatto altro che mettere in moto un processo cognitivo, che ha fornito nuove informazioni attraverso la proiezione di alcune caratteristiche del dominio “poker” all’interno di quello “malattia”. Attraverso questo meccanismo non abbiamo fatto altro che coprire quei buchi di conoscenza che avevamo, e così siamo stati messi nelle condizioni di immaginare quello che poteva essere:

Poker : i giocatori mentono = Malattia : il test ci ha ingannato.
Quindi, occorre riconsiderare la malattia da cui siamo stati ingannati.





Trucchi, illusioni e ignoranza

11 02 2009

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In questo video vediamo contrapporsi due modi di approcciarsi al mondo: la magia e la scienza. E la contrapposizione non è banale, perché per certi versi possiamo trovare degli elementi comuni. Ad esempio, sia House che il mago esibiscono un certo expertise, anche se di diversa natura. House è esperto nel produrre spiegazioni, mentre il mago è esperto nell’indurle a chi vede. In entrambi i casi, però, le persone rimangono affascinate: da un lato la capacità di House di indovinare la malattia, dall’altro l’abilità dell’illusionista di creare delle illusioni.

Questa disanalogia in realtà ci serve per introdurre un altro tema, quello dell’illusione della conoscenza. Partiamo dal mago.
Quando percepiamo un qualsiasi oggetto o un viso umano, ci sembra che il processo mediante il quale si forma l’immagine sia del tutto istantanea e automatica. In realtà, non è così, perché la percezione è frutto di una inferenza, che è analoga a quella che formula il Dr House per scoprire la malattia di cui è affetto il paziente. Nel caso della visione non abbiamo, ovviamente, i sintomi, né malattie da scoprire. Ma abbiamo delle percezioni, da cui poi costruiamo le immagini che vediamo effettivamente. Anche se nella maggior parte dei casi “vediamo” ciò che c’è, in altri casi ci sbagliamo o ci inganniamo, proprio a causa della natura “ipotetica” delle nostre costruzioni visuali.
Gli illusionisti sono dei “maghi” a indurci delle costruzioni visuali per farci credere di aver visto cose che in realtà non ci sono.
Ora, un punto interessante è che il mago ci inganna, indipendentemente dal fatto che sappiamo o meno il trucco. È come il bastone che nell’acqua è spezzato, anche se sappiamo benissimo che non lo è. Questo avviene perché nel caso della percezione non abbiamo la possibilità di controllare le inferenze, che il nostro sistema visuale compie. E per questo siamo ingannati e le spiegazioni che formuliamo sono – per lappunto – delle illusioni.

Nel caso invece di House, l’illusione della conoscenza è una cosa diversa. Il lavoro di House è quello di raccogliere i sintomi e indovinare quale possa essere la causa che li spieghi. Anche in questo caso siamo davanti a un processo che porta a generare delle ipotesi. Tuttavia il tipo di “illusione” o la sorpresa che abbiamo è di diverso tipo, perché in questo caso non c’è propriamente il trucco. Semplicemente è l’ignoranza a impedirci di vedere le cose come esse sono.

Per comprendere questo punto, basta citare un esempio. Durante un numero di magia il nostro sistema percettivo è indotto a non vedere certe mosse e questo genera in noi uno stato di “ignoranza”, che ci porta a vedere delle cose che non ci sono. Questo tipo di ignoranza, però, è di diverso tipo, se confrontato con un altro caso. Supponiamo di essere in compagnia di un metereologo e di guardare assieme a lui il cielo. Il metereologo – rispetto a noi – vederà nel cielo molte più cose rispetto a quelle che vediamo noi. Ad esempio, non vedrà semplici nuvole, ma ne saprà distinguere il tipo e magari farci un piccola previsione del tempo.

Questo esempio è interessante, perché nel caso del metereologo non siamo portati a “vedere” delle cose che non ci sono; al contrario, non le vediamo proprio. In questo caso, l’ignoranza non è l’ignoranza del nostro sistema percettivo, che non riesce ad aggiustare il processo attraverso cui “decidiamo” cosa vedere. Al contrario, in questo caso l’ignoranza ci rende ciechi.