Apparati sperimentali

25 01 2009

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Una tesi che è stata più volte sostenuta in questo blog è che House usa la stessa “logica” che usa nelle diagnosi anche nelle relazioni personali. Formula ipotesi sulle altre persone, deduce ciò che ci dovrebbe essere, se quell’ipotesi fosse vera, e infine se ne verifica la presenza o meno.

Un punto interessante della logica della diagnosi, che House ripropone anche nelle interazioni con le persone, è l’utilizzo massiccio di “apparati sperimentali”. Nella scienza, come nella medicina, le attività cognitive di ricerca e di scoperta sono altamente distribuite. Cosa vuole dire? Vuole dire che il lavoro di ricerca non dipende unicamente dalla riflessione sui concetti, ma dall’uso sofisticato di strumenti esterni in alcuni casi appositamente costruiti. Nel setting diagnostico, ad esempio, molti dei sintomi, che sono necessari per formulare la diagnosi, sono raccolti proprio attraverso i vari artefatti cognitivi (macchine di risonanza magnetica, conoscopie, sistemi di monitoraggio dello stato del paziente, interventi manipolatori direttamente sul corpo, ecc.).

Qualcosa del genere avviene anche nella vita di tutti i giorni per gestire le relazioni umane. Nel video House rivuole la sua moquette, ma la richiesta è in realtà un vero e proprio apparato sperimentale altamente distribuito per provare la sua capacità di comandare la Cuddy. Insomma, il tutto è finalizzato a capire fin dove arriva il suo potere.

Anche qui, ovviamente, House usa la sua “logica”. Perché come una risonanza magnetica può essere utile per verificare dei danni neurologici, così può non essere utile per verificare la presenza di un virus nel sangue. Allo stesso modo House non costruisce i suoi apparati sperimentali sociali a caso. Anche in questo caso formula delle ipotesi e il risultato – la moquette in questo caso – è il frutto di quella che viene chiamata “inferenza verso la manipolazione migliore”. Cioè, esattamente come dai sintomi si inferisce quale potrebbe essere la malattia, che spiego meglio la loro presenza, allora stesso modo nel caso della manipolazione migliore si inferisce quale potrebbe essere l’azione (o la manipolazione), che consenta di ottenere più informazioni possibili in relazione al proprio obiettivo. È qui che sta la bravuta di House oltre che la sua “logica”.





Volevo solo metterti alla prova

9 01 2009

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“Volevo solo metterti alla prova”. Questa è la frase che House dice a Cameron dopo averle chiesto di uscire a cenare e aver ottenuto il suo rifiuto. Qualcuno potrà scandalizzarsi per questo, ma in fondo è meno strano di quanto possa sembrare

Chi segue il dr House è abituato a vedere la sua squadra con strane tute, all’interno di un laboratorio a fare degli esami oppure davanti a un monitor durante l’esecuzione di un test. Queste sono tutte “azioni”, che vengono intraprese per capirci meglio. Per capire meglio i sintomi, per ottenerne di nuovi e verificare se quelli previsti ci sono. E così via. Questo comportamento manipolatorio fa parte della razionalità della scienza.

Nel video House applica esattamente la stessa “logica” della medicina e della scienza alle relazioni personali. Fa dei test, verifica delle ipotesi costruendo degli apparati sperimentali (i famosi giochi di potere con la Cuddy o con il suo team). Le battute sono un modo per studiare le reazioni dei propri colleghi. Forse questo lo rende interessante ad alcuni, perché metterci della scienza nelle relazioni personali arrichisce di intelligenza il rapporto. Ad altri può dare fastidio perché non è sempre bello diventare “oggetti scientifici”. Siamo mezzi, ma anche fini.





La ricerca dei sintomi

4 01 2009

Pensare è importante, anzi, fondamentale. Ma spesse volte ha dei limiti. Cioè, vi sono occasioni in cui limitarsi a pensare a “cosa potrebbe essere” serve a ben poco. Questo avviene perché gli indizi o i sintomi che si hanno a disposizione non sono sufficienti per formulare una spiegazione, che risulti essere migliore di altre. Per cui una persona può riflettere quanto vuole, ma dal pensiero non arriveranno mai dei sintomi nuovi.

Il pensiero però può essere rivolto alla ricerca di nuovi sintomi. E questo non riguarda solo il setting diagnostico piuttosto che lo scienziato. Riguarda perfino la vita di tutti i giorni. Certo, nella medicina e nella scienza si dispongono di strumenti di indagine estremamente raffinati rispetto alle conoscenze (i concetti medici) e alle tecnologie utilizzate (fMRI, conoscopie, etc..). Ma non ci dobbiamo trarre in inganno.

Al di là degli strumenti e dei concetti utilizzati, l’attività di ricerca dei sintomi risponde a una logica precisa. La ricerca dei sintomi – come la formulazione della diagnosi – è un’attività ipotetica. Si ipotizza, cioè, che compiendo una derminata azione si possano ottenere dei sintomi. Ad esempio, se si riceve un passo regalo tutto avvolto dalla carta, ipotizziamo che per capire cosa c’è dentro possiamo scrollarlo. Perché pensiamo di scrollarlo? Perché riteniamo che quello che il metodo migliore per capirne il contenuto. Possiamo così ottenere degli indizi se è un pezzo unico come un libro o una scatola, se è una scatola che contiene altre scatole, e così via.

Queste azioni per ricercare nuovi sintomi possono essere delle procedure standardizzate, come avviene nella maggior parte dei casi nella scienza e nella medicina. Nella medicina ad esempio ci sono gli esami e il medico non ha bisogno di inventarseli ogni volta. Accade però che la creaitività sia necessaria per arrivare ai sintomi migliori. Eccone un esempio:

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Una paziente di House ha una malattia che le procura delle allucinazioni per cui vede la madre, che però è morta quando la figlia era bambina. In questo caso per House le allucinazioni non sono solo un sintomo della malattia, ma anche un sintomo per ottenere altri sintomi. Infatti, l’idea di House è che attraverso queste allucinazioni è possibile riuscire ad arrivare al subconscio della vittima e attivare dei ricordi delle madre da viva, per capire se la sua morte potesse essere stata causata da una malattia genetica e quindi ereditaria.





Riempire i vuoti

23 03 2008

Non so se chi legge questo blog guarda prima il video, oppure se accade il contrario. In ogni caso, questo volta partiamo dal primo:

House diagnostica al paziente la “sindrome dello specchio”. Chi è affetto dalla sindrome dello specchio – ci spiega House – non riuscendo a capire chi sia e dove sia, utilizza le informazioni che trova per strada per coprire i vuoti che ha: vede un medico e crede di essere un medico; vede una commessa e pensa di essere una commessa. E così via.

Malattia a parte, “riempire i vuoti” – per dirla come House – non è poi una cosa così tanto patologica. Anzi, forse non lo è per niente.

Riempiono i vuoti, ad esempio, le persone che sono molto esperte all’interno di un campo. Pensiamo a un degustotore di vini: i particolari che può sottolineare a partire da un semplice bicchiere di vino sono infinitamente maggiori rispetto a quelli che può rilevare un semplice commensale. Questo perché il degustatore è in grado, attraverso un periodo di “addestramento”, di interpretare una varietà di “segni”, che la persona normale non è in grado neppure di percepire. La conoscenza che ha maturato gli consente di “capire”subito, di riempire i “buchi”, anche a fronte della povertà dello stimolo cui può essere sottoposto.

I “buchi” non vengono solo riempiti dall’esperienza pregressa, dalla conoscenza, ma anche – proprio come avviene nel malato della sindrome specchio – dalla capacità cogliere alcuni aspetti del mondo esterno in modo del tutto contingente. In questo caso, disponiamo di una rappresentazione dell’ambiente circostanze che è solo parzialmente già contenuta all’interno del nostro cervello. Ad esempio, quando inseriamo la chiave dentro la serratura di casa compiamo una serie di “mosse”, che non si basano su una qualche rappresentazione “mentale” circa il meccanismo, che regola il funzionamento della nostra serratura. Al contrario, la nostra conoscenza è continuamente aggiornata e rivista attraverso il fare. E’ per questo che avremmo molte difficoltà a spiegare a parole come facciamo ad aprire la porta, benché sia un’operazione che ci viene estremamente naturale.





La manipolazione migliore

6 01 2008

Spesse volte gli indizi che una malattia lascia sul corpo di un paziente sono insufficienti a stabilire una diagnosi. Possono essere insufficienti perché difficili da decifrare, quando non si ha la conosenza medica per riconoscergli. Altre volte sono insufficienti, perché non usiamo gli occhiali giusti, se così sì può dire. Come quando a un certo punto dobbiamo accendere la luce di sera, perché non riusciamo più a vedere niente.

Nelle attività diagnostiche la possibilità di compiere dei test o degli esami è proprio finalizzata a “vederci meglio”. In altre parole, i testi e gli esami sono degli strumenti attraverso cui manipoliamo il corpo del paziente per ricavare dei nuovi indizi o rendere meno ambigui quelli che abbiamo già. L’attività di manipolazione è quindi fondamentale, perché è come se essa estendesse le nostre capacità diagnostiche, perché consente di avere più dati, più evidenze, e quindi guidare meglio il processo abduttivo, che soggiace alla formulazione della diagnosi.

Questo è il tema del video di oggi. Il caso in questione è un bambino, all’interno del cui corpo è stato rilevato un DNA estraneo. Come fare a capire quali sono le cellule alterate per poter poi intervenire sulla malattia di cui è affetto? Non è possibile “aprire” il paziente e vederci dentro. Occorre un’intervento che sia in grado di farci capire quali sono le cellule del DNA estraneo e quali quelle di quello giusto.

L’idea questa volta arriva da Cameron: il DNA estraneo crea una proteina, che a sua volta “costruisce” le cellule. Ma come distinguere le cellule buone da quelle aliene? Basta immettere nell’organismo un anticorpo, che funzioni come una sorta di marcatore, in grado di “illuminare” le cellule che contengono il DNA estraneo.





Pensare “in segni” e la “mente” degli artefatti

16 12 2007

Il grande filosofo Charles Sanders Peirce contribuì in modo decisivo alla riscoperta dell’abduzione e di quella che poi verrà etichettata con il termine “logica dell scoperta”. Nello specifico Peirce capì una cosa allo stesso tempo semplice, ma estremamente affascinante: che le attività cognitive sono attività segniche, cioè, attività che coinvolgono segni o indizi, se preferite. Detta in termini rozzi, siamo tutti degli investigatori, perché la nostra relazione con il mondo si basa sulla nostra capacità di “inferirlo”. Certamente, alcune inferenze le compiamo in modo ormai automatico, perché il nostro rapporto con il mondo si è stablizzato attraverso l’evoluzione, ma sempre di interenze si trattano.

Ora, nel compiere queste inferenze certamente l’organo che è maggiormente coinvolto è il cervello, ciò che sta dentro la nostra testa, per dirla in modo semplice. Ma non solo. Gli esseri umani sono anche degli ingegneri cognitivi nella dimensione in cui riescono a modificare l’ambiente circostante al fine di ottenere “segni migliori”, per poter esibire delle inferenze sempre più precise e controllabili. Questa attività sfocia nella costruzione di artefatti, come il computer, il microscopio, etc.

Ora, la possibilità di esibire un numero di inferenze sempre più complesse e articolate non dipende però solo dal nostro cervello, ma anche dalla continua interazione proprio con questi artefatti che costruiamo e/o che ereditiamo dalle generazioni precedenti. Ad esempio, House usa spesso una lavagna, un semplicissimo artefatto, sicuramente, ma che ha una funzione, che il cervello da solo non potrebbe esibire: quella di sostegno ai nostri pensieri. In che senso? In primo luogo la lavagna fornisce un aiuto in termini di memoria: una volta che scriviamo la parola rimane “lì”. Secondo, ci consente di manipolare la nostra attenzione, permettendoci di tenere una o più parole davanti ai nostri occhi. In ultima istanza, ci aiuta nel “ragionarci su”. In questo modo la nostra capacità di percepire segni e di ricavare le inferenze migliori viene aumentata.





Sperimento, quindi conosco

18 11 2007

La “logica”, se così vogliamo chiamarla, House non la usa solo per capire la malattia che sta uccidendo un paziente. Al contrario, la usa anche nella vita di tutti i giorni. E’ questo probabilmente che rende il serial televisivo così diverso dagli altri ambientati negli ospedali. E così questo ci consente di osservare come vi siano determinati ragionamenti o strategie cognitive, che in realtà compiamo ogni giorno, nella vita comune insomma.

In un precedente post avevamo osservato come un dottore manipoli il corpo del paziente per poter ottenere maggiori informazioni sui sintomi. Queste manipolazioni non sono frutto del caso, ma ben congegnate da chi sa bene come funziona il corpo umano. Sebbene frutto del fare, sono anch’esse delle abduzioni, delle ipotesi.

Spesse volte, come abbiamo già osservato, le informazioni che abbiamo sono molto lacunose. Perciò l’unico modo per averne di nuove è di interrogare la realtà. Nella scienza ci sono gli esperimenti, in ospedale fanno gli esami,  ad esempio. Ma anche nella vita quotidiana facciamo qualcosa di simile. Certo, non abbiamo un apparato sperimentale così sviluppato come quello degli scienziati o dei medici, però non ci è preclusa la possibilità di sperimentare con tutti i limiti del nostro laboratorio ambulante. Eccone un esempio:





Abduzione manipolatoria

14 11 2007

Quando riceviamo un pacco regalo solitamente la prima idea che ci viene in mente è quella di indovinare cosa c’è dentro. In alcuni casi già la forma ci dice qualcosa, se è un libro, ad esempio. Altre volte invece l’unica cosa che possiamo fare è quella di prendere il pacco e scuoterlo per cercare di capire cosa ci potrebbe essere dentro: lo scuotiamo per ottenere delle informazioni, che altrimenti non riusciremmo ad avere con gli altri sensi. Quando scuotiamo o tocchiamo il pacco non facciamo altro che compiere un’abduzione manipolatoria.

Un’abduzione manipolatoria non è altro, quindi, che la formulazione di un’ipotesi, cioè, di un’abduzione, (indovinare cosa c’è dentro il pacco) attraverso la manipolazione del mondo esterno (lo scuotere il pacco, nell’esempio). Nel compiere un’abduzione manipolatoria non facciamo altro che compiere a una prestazione cognitiva di un certo tipo, senza ricorrere però esclusivamente a un’attività mentale, ma attraverso il fare.

Nel setting medico le abduzioni manipolatorie sono molto frequenti. Ad esempio, l’oscultazione del cuore o dei polmoni. In alcune tradizioni mediche, ad esempio, la manipolazione del corpo del paziente svolge un ruolo fondamentale. Questo avviene perché il dottore, appositamente formato, è in grado attraverso delle azioni “intelligenti” di interrogare il corpo del paziente, per ottenere successivamente delle informazioni, che potrebbero risultare utili al fine della diagnosi.