Testamento biologico e la logica di House

13 02 2009

La logica con cui House indovina la malattia è una “logica”, che in realtà gli esseri umani usano quotidianamente per una vastissima classe di fenomeni. Ovviamente, nella maggior parte dei casi non ce ne accorgiamo, ma è così. Oggi vorrei mostrare come la logica di House può esserci utile per analizzare il caso del testamento biologico, visto che il tema è di stretta attualità (va beh, per noi lo è).

Una delle obiezione che viene di solito sollevata in merito al testamente biologico è relativa al fatto che si tratterebbe di un caso, in cui ci troveremmo a decidere in merito a una situazione troppo distante da noi, emotivamente e cognitivamente. Per cui sarebbe forse troppo facile decidere e poi cambiare idea. Questa è sostanzialmente il principale contro-argomento, al di là del merito, se la vita sia sacra o meno.

Ora, la logica di House ci viene in soccorso per analizzare questo caso. Coloro i quali vedono il Dr House sanno benissimo, che, durante il corso della puntata, House e il suo team continuano a rivedere le diagnosi formulate. Questo perché nel processo vengono fuori nuovi sintomi, che concorrono nella selezione della malattia. Questo elemento è tipico di quelli che vengono chiamati ragionamenti non-monotonici, cioè, quei ragionamenti in cui le conclusioni possono cambiare, perché si ottengono nuove informazioni. Vediamo un attimo nel dettaglio.

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Prendiamo un classico ragionamento deduttivo del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è un uomo.
Quindi, Socrate è mortale.

Se le premesse sono vere, la conclusione segue necessariamente. La deduzione consente di arrivare a conclusioni sempre certe. Questo ragionamento è monotonico. Perché? Perché anche aggiungendo ulteriori dati, la conclusione non cambia. Ad esempio, possiamo dire che Socrate ha il naso grosso, che è basso, che è stupido, che la conclusione “Socrate è mortale” non viene minimamente intaccata.

Supponiamo invece di fare un tipo di ragionamento alla House, del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un uomo.

Qui le cose cambiano. Dalle premesse non segue necessariamente che Socrate sia un uomo. È solo un’ipotesi. Potrebbe essere un gatto, che è altrettanto mortale. E proprio perché non c’è un legame necessario fra le due premesse e la conclusione, nuove informazioni possono modificare la nostra conclusione. Ad esempio, se aggiungo che “Socrate ha la coda” o che “Socrate va a quattro zampe”, le cose cambiano e inducono a rivedere la mia conclusione. Questo è chiamato tecnicamente il carattere non-monotonico dei ragionamento ipotetici (abduzione).

Questo elemento è comune con il caso del testamente biologico. In realtà, l’obiezione sul fatto che potremmo cambiare idea è abbastanza ovvia, proprio perché il tipo di ragionamento che viene utilizzato è sempre revedibile, esattamente come nel caso delle diagnosi di House. Il problema, semmai, non è il carattere provvisorio delle nostre decisioni o delle spiegazioni che formuliamo. Quello è un dato di fatto. Il problema è invece quello di prendere delle decisioni o formulare spiegazioni, che siano le migliori possibili, dati i nostri dati a disposizione.

In realtà, coloro i quali sono a favore del testamente biologico sostengono la necessità di permettere in ogni momento di rivedere le proprie decisioni, perché è riconosciuta la possibilità di poter cambiare idea. A questo va aggiunto un secondo elemento importante: ma chi lo dice che le decisioni prese a caldo siano le migliori? Perché dovremmo “trovarci in quel momento” per decidere? Non potrebbe essere questo un limite?





La logica di House: un esempio pratico

16 01 2009

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In questo video abbiamo un esempio molto chiaro della “logica” utilizzata da House. Vediamo nel dettaglio come funziona anche per un caso apparentemente così semplice.

House formula l’ipotesi che la paziente non sta prendendo la ceforoxina. E, ovviamente, ci ha visto giusto. Come ha fatto a indovinare? House è un attento osservatore e utilizza la conoscenza per “mettere insieme” i vari indizi. In questo caso, l’attenzione nell’osservare le altre persone lo porta a notare che la paziente ha bevuto dalla borraccia, piegando vistosamente il braccio sinistro. Perché questo semplice dettaglio diventa un sintomo? Perché House, da buon medic,o sa che la paziente non sarebbe riuscita a bere in quel modo con un ago nel braccio.

Una volta formulata l’ipotesi, le cose non finiscono qui. C’è una ulteriore fase che è fondamentale, quella di deduzione dei sintomi che, se l’ipotesi fosse corrette, dovrebbero essere osservati. Nel nostro caso, se fosse vero che la paziente non ha assunto la medicina, allora non dovrebbe – per esempio – essere destra (avrebbe usato l’altro braccio) e avere dei segni su quello sinistro. Se fosse mancina, infatti, dovrebbe non riuscire a piegare il braccio destro. O, se avesse dei segni su una delle due braccia, questo proverebbe che la medicina l’ha davvero assunta (l’ago lascia dei segni).

A questa fase di deduzione dei sintomi segue l’ultima fase che è quella di testing. Cioè, si tratta di andare a verificare empiricamente, se i sintomi dedotti sono verificati o meno. La prima conferma è che la paziente non è mancina. A questo punto House dovrebbe andare a vedere se ci sono dei buchi nelle braccia. Ma questa fase di verifica viene interrotta, perché la paziente confessa.





Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi

27 12 2008

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In questo video la Cuddy ha cercato di ingannare House, per costringerlo a parlare con una giovane diciasettenne, innamorata del dottore, per dirle di smetterla di provarci.
Ora, ingannare una persona è frutto di un’attività abduttiva. Nel formulare una diagnosi si cerca quella malattia che sia in grado di spiegare meglio di altre i sintomi, che il paziente esibisce. Il caso della bugia non è poi tanto diverso. Per definizione, ingannare una persona significa farle credere che un evento sia accaduto, anche se è vero il contrario. Per farle credere che quell’evento sia veramente accaduto basta fornirle degli indizi tali per cui non avrà ragione per dubitare. L’attività abduttiva sta nell’ipotizzare quali siano gli indizi migliori da utilizzare.
Nel video la Cuddy deve far credere a House che la ragazza le ha fatto delle avance. Per riuscire a ingannare il nostro dottore, la Cuddy dice che la ragazza ha un neo appena sotto al seno. L’abduzione che la Cuddy vuole far fare ad House è la seguente:

Se la ragazza ha mostrato il seno, la Cuddy sa del neo;
La Cuddy sa del neo;
allora la ragazza  ha mostrato il seno alla Cuddy.

da cui

Se una ragazza è attratta sessualmente, fa vedere il seno;
La ragazza ha mostrato il seno alla Cuddy;
allora quella ragazza è sessualmente attratta dalla Cuddy.

Tuttavia, l’ipotesi che la Cuddy fa per ingannare House è sbagliata, perché House ha visitato la ragazza e sa che non ha nessun neo. Invece che favorire un certo tipo di inferenza, la Cuddy ha fatto l’opposto. Cioè:

Se la ragazza ha mostrato il seno, la Cuddy sa che non ha il neo;
La Cuddy sa che ha un neo;
Quindi la ragazza non ha mostrato il seno.

da cui

Se una ragazza è attratta sessualmente, fa vedere il seno;
La ragazza NON ha mostrato il seno alla Cuddy;
allora quella ragazza NON è sessualmente attratta dalla Cuddy.

Come dire: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.





C’è qualcosa che non torna

26 12 2008

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Il linguaggio è pieno di piccoli grandi paradossi. Ad esempio, accade che si dica “c’è qualcosa che non va”, anche se in realtà non sappiamo che cosa sia a non andare. Ma se non sappiamo cosa sia a non andare, come facciamo a dire che non va?
In realtà è uno scherzo del linguaggio, perché quello che vogliamo dire è che non c’è quello che ci saremmo aspettati che ci fosse. Siamo degli abitudinari e quando non c’è ciò che ci sarebbe dovuto essere ci allarmiamo.

Un rumore nella notte ci fa destare all’improvviso, anche se stiamo dormendo. La paura è uno straordinario sistema fisiologico per avvistare anomalie. La paura è in questo senso uno strumento di navigazione fondamentale, come se fosse un radar, che ci informa dei pericoli: acquisisce informazioni, formula delle diagnosi e ce le comunica sotto forma di “spavento”.
Se la paura è qualcosa di iscritto nei nostri geni, tuttavia la sensibilità alle anomalie è meno scontata di quanto si possa credere.

Ad esempio, nella religione troviamo diversi concetti quanto meno “strani”. I dogmi sono fra questi. I dogmi sono generalmente dei “fatti”, che, nonostante siano avvolti da parecchie anomalie, tuttavia vengono creduti e accettati come veri. La verginità di Maria, ad esempio, è un caso emblematico: come è possibile che Maria abbia concepito Gesù senza perdere la verginità? La “fede” in questo caso crea una sorta di schermo protettivo che sembra quasi “spegnere” la sensibilità alle anomalie. Perché, in fin dei conti, non è complicato sapere che per fare un figlio non basta essere da soli.
La scienza invece è la massimizzazione del ricorso all’anomalia. Ad esempio, il famoso motto cui House ricorre spesso, il everybody lies (tutti mentono), è esattamente il frutto di questo atteggiamento, che tiene in seria considerazione le anomalie. Tutti mentono qui vuole dire che le cose potrebbero non essere come sembrano essere.  Del resto una bugia è un’anomalia: perché mai una persona dovrebbe mentire coscientemente? Probabilmente perché vuole nascondere qualcosa. E se vuole nascondere qualcosa, perchè?

L’importanza dell’anomalia nella scienza come nelle diagnosi è importante essenzialmente per una ragione: perché l’anomalia è un sintomo o un indizio. Per questo sviluppare una sensibilità alle anomalie è così importante. Perché il rischio sarebbe quello di tralasciare un segnale, che potrebbe risultare fondamentale per formulare la spiegazione corretta.





Leggere nella mente

15 12 2008

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House sta cercando di entrare nel computer di una paziente, ma non riesce a indovinare la password. Fino a quando una persona del suo staff gli fa notare che il computer non è coperto da password, che basta perciò cliccare su annulla e che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. La frase è ovviamente paradossale, ma ci può dire qualcosa di interessante su un fenomeno che alcuni ritengono tipicamente umano: il mind reading (leggere nella mente).

Saper cogliere le intenzioni delle altre persone fu un passo evolutivo di fondamentale importanza per creare la complessità sociale, in cui viviamo. Ma come riusciamo a intuire ciò che pensano gli altri, fino addirittura a indovinare quando qualcuno mente?
L’assistente di House dice che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. Tradotto in termini più precisi questo vorrebbe dire che ci dobbiamo immedesimare nelle altre persone per capire cosa pensano. Ma se uno non si fida del prossimo sarà molto difficile che riesca a immedesimarsi in chi del prossimo si fida invece. E viceversa. Eppure non è sempre così.

L’abduzione può nuovamente aiutarci a risolvere il caso. Potremmo infatti pensare che leggere nella mente degli altri sia una attività, che derivi essenzialmente dalla capacità degli esseri umani – in parte innata, in parte addestrata – di formulare spiegazioni su ciò che pensano le altre persone inferendole a partire da tutta una serie di indizi e segnali che riceviamo.

Questa capacità di formulare spiegazioni (che chiamiamo mind reading) è, come ho detto, in parte innata. Ad esempio, una sorgente fondamentale di informazioni su ciò che stanno pensando le altre persone è il loro viso. E il riconoscimento delle espressioni facciali è totalmente gestito da una parte del cervello collegata alle emozioni, che si chiama amygdala. La capacità di formulare abduzioni in base agli indizi forniti dal viso di una persona è per buona parte innato. Infatti, si è potuto verificare come pazienti con lesioni all’altezza dell’amygdala non siano in grado di valutare il grado di fiducia, che un viso può richiamare. Cioè, non sono in grado di formulare abduzioni, come quando il medico non ha sintomi sufficienti per arrivare a una diagnosi. In questo caso l’amygdala è un motorino abduttivo che riconosce i sintomi e li mette in ordine.

Tuttavia, la nostra capacità di leggere nella mente non dipende solo da strutture innate (o quasi innate). Ad esempio, il linguaggio può veicolare tutta una serie di segni, di indizi, che, alla mente allenata, possono dire moltissimo su ciò che pensano le persone. Freud pensò addirittura che facendo parlare un paziente si potesse inferire non solo ciò che pensa, ma perfino entrare nella sua realtà più profonda, l’inconscio. Ma senza andare oltre, il linguaggio è una fonte inesitimabile di informazioni sulle persone. In questo caso, come detto, non basta però il nostro equipaggiamento innato. Occorre talvolta sviluppare e, letteralmente, imparare dei trucchi. Un po’ come avviene per il medico, che non nasce tale, ma deve studiare studiare e studiare.





Strumenti di diagnosi, strumenti di scoperta

3 06 2008

In un recente articolo apparso su Scientific American, Michael Shermer ha criticato l’utilizzo spregiudicato di alcuni strumenti quali l’fMRI (risonanza magnetica funzionale) utilizzati normalmente nelle ricerche riguardanti il cervello. La critica essenzialmente si basa su due punti:

  • l’fMRI consente di registrare il cambimento del flusso sanguigno, non l’attività neuronale;
  • il fatto che nel compiere una determinata azione Y si riscontri un cambiamento del flusso sanguigno in una zona X del cervello non vuole dire che quella zona X è interamente predisposta a compiere (o causi) Y .

Coloro i quali vedono il dr House avranno già capito ciò di cui sto parlando, perché spesse volte l’equipe del nostro caro dottore è impegnata dell’utilizzo della macchina. La risonanza magnetica funzionale è uno strumento fondamentale per la diagnosi di patologie neurologiche.

Tuttavia, uno strumento eccellente per la diagnosi può rivelarsi meno utile nel momento in cui il nostro obiettivo è quello di scoprire, e non semplicemente diagnosticare. Abbiamo già discusso della differenza fra le cosiddette abduzione selettive e quelle creative: nel primo caso, il processo abduttivo ci porta a selezionare l’ipotesi migliore a partire da una librerie di ipotesi già note. Nel secondo caso, invece, l’abduzione che compiamo ci porta alla formulazione di una ipotesi totalmente nuova.
Tenendo a mente questa distinzione, possiamo allora pensare che strumenti quali l’fMRI allo stato attuale del loro sviluppo tecnologico possano essere molto utili per ampliare lo spettro dei sintomi a nostra disposizioni, soprattutto nel caso delle diagnosi. Tuttavia risulterebbero abbastanza lacunose nel caso in cui le usassimo per generare delle nuove ipotesi circa il funzionamento del cervello.





La conoscenza e le conservazione dell’ignoranza come fonte

20 01 2008
L’esercizio delle facoltà abduttive – soprattutto quelle più sofisticate – è la fonte principale – diretta o indiretta – della passione per i gialli, ad esempio, come House.
I gialli sono avvincenti perché si basano essenzialmente sul destare la nostra curiosità quel tanto che basta per spingerci a chiedere: perché?
In fondo che cos’è la conoscenza se non la propensione, iscritta nella nostra storia evolutiva, a rilevare delle anomalie?
La conoscenza è quindi fondata sul fatto che non sappiamo le cose, o meglio, che le cose non tornano. Non ci dobbiamo scandalizzare di questo, non a caso la scienza, che da alcuni è vezzeggiata come una dea, non è altro che scetticismo organizzato.
Se vogliamo fare un po’ di filosofia spicciola, possiamo dire che la conoscenza nasce dall’ignoranza. E, sempre facendo un po’ di filosofia da bar, potremmo azzardarci a dire che – infatti – Dio non conosce un tubo, perché non è ignorante. Noi invece lo siamo, quindi qualcosa possiamo conoscere, se non altro che siamo – per l’appunto, ignoranti
Volete un esempio? Eccovi accontentati.
Chi ha avuto modo di approfondire il discorso sul Gesù storico probabilmente saprà che circola un’ipotesi abbastanza accreditata, che ben rappresenta quello che sto sostenendo: l’ipotesi sulla cosiddetta fonte Q.
Il lavoro dello storico è del tutto congetturale, perché cerca di far rivivere ciò che non può essere fatto rivivere: una battaglia, una congiura e così via. Lo storico, però, ha dalla sua la possibilità di ricavare i fatti passati da delle prove, da degli indizi, che sono del passato, ma possono essere ancora nel presente. Le fonti sono i sintomiche utilizzano gli storici per diagnosticare il passato.
Ora, la storia della fonte Q è interessante, perché si tratterebbe di una fonte comune ai vangeli di Luca e Matteo. Tuttavia, e questa è la cosa interessante, questo testo non c’è, non è mai stato trovato. I sostenitori dicono che il testo è stato perduto.

Ma come è possibile dire che si è persa una cosa, di cui non si è sicuri della sua esistenza? Siamo in un paradosso? Se di paradosso si può parlare, esso riguarda la conoscenza.

In realtà i sostenitori della fonte Q non hanno il testo, però hanno degli indizi
Sappiamo che 3 dei 4 vangeli canonici sono i cosiddetti vangeli sinottici, cioè, sono dei testi, la cui lettura si può facilmente condurre in parallelo, perché raccontano la medesima storia con uno stile comune. A volte perfino con le stesse parole
Gli storici sanno che vi è una parte, che è comune ai tre vangeli. E siccome uno dei tre, Marco, è ritenuto il più vecchio, allora si suppone che gli altri due, Matteo e Luca, lo hanno utilizzato come fonte.
Ora, gli studiosi hanno rilevato che vi sono altre parti, che procedono in modo sinottico, ma che si possono ritrovare solo nei vangeli di Matteo e di Luca. Quindi, alcuni hanno ipotizzato che queste parti in comune possano avere anch’esse una fonte medesima, che non può essere Marco, che non le contiene, ma una seconda, la famosa fonte Q.

Ovviamente, questa ipotesi, seppure affascinante, è assai controversia. Ad esempio, alcuni critici hanno osservato che potremmo anche sostenere l’idea della fonte dei due vangeli, ma chi ci dice che è una fonte unitaria, cioè, un unico testo? La fonte potrebbe essere una serie di testi, rielaborata all’interno di un quadro coerente. O più semplicemente uno dei due vangeli potrebbe essere stato la fonte dell’altro.

L’ipotesi della fonte Q ha in sè molto di paradossale, perché non è un testo che ci è pervenuto – nemmeno a pezzi. Eppure, alcuni indizi sembrano permetterci di ricostruirlo, tanto che lo potete trovare in libreria.

Ecco, questo è un esempio della paradossalità della conoscenza: il fatto cioè di poter conoscere, azzardare ipotesi, ma partendo – e conservando – la nostra ignoranza.





Dio è la spiegazione migliore?

12 01 2008

Dio e la religione è un tema che viene spesso tirato in ballo da House. Ne abbiamo parlato in un altro post. E l’idea che emerge è che House tratta Dio esattamente come se fosse una malattia da indovinare, cioè, un esercizio in cui mettere alla prova le proprie capacità abduttive. In altre parole, la strategia che House sceglie di utilizzare è la seguente: dati i segni, gli indizi, che abbiamo, Dio è la migliore delle spiegazioni possibili? Oppure i “sintomi” puntano più che altro a un altro tipo di spiegazione?

Già nel caso del guaritore, ci cui abbiamo reso ampiamente conto, House ci mette in guardia dall’altruibuire presunte guarigioni all’opera di Dio o di qualche suo mediatore in terra. Ma ci metteva in guardia sulla base ancora una volta del fatto che la spiegazione migliore è quella, che non ha bisogno di ricorrere a un intervento dal cielo.

Facciamo ora un salto indietro alla prima serie, 21esima puntata per la precisione. House racconta della sue esperienze (extra-sensoriali) a seguito del coma, in cui era piombato, e a seguito del quale avrebbe dovuto convivere con il dolore alla gamba.

Vediamo, dunque, di analizzare l’argomento di House. L’esistenza di Dio viene provata se, stando agli indizi, ai sintomi che riusciamo a raccogliere, essa sia la spiegazione migliore che possiamo formulare.

Ora, in questo spezzone di puntata viene detto, che spesse volte dei pazienti risvegliati dal coma riportano di avere avuto delle visioni, esperienze extra-sensoriali. Queste esperienze, alcuni sostengono, sono il sintomo che forse esiste una vita oltre la morte. E che questa morte sia collegata in qualche modo all’esistenza di un Dio extra-terreno, proprio come sarebbe la vita oltre la morte.

Giunti a questo punto House introduce una distinzione, che mette in dubbio la validità del “sintomo”. House sceglie di credere che le visioni che alcune persone hanno, quando sono in coma, siano reazione chimiche, che indicano che il cervello non è attivo. Sì, sono esperienze reali, reali nel senso che accadono. Ma sono reali anche nella dimensione in cui hanno anche un significato, come quelle che abbiamo durante la vita?

Qui House sembra quasi sospendere il giudizio, anche se poi ammette candidamente che la riposta è negativa, perché non ci sono prove conclusive del suo contrario.





La cura migliore

22 11 2007

Con questo blog sto cercando di mostrare come gli ideatori del dr House abbiano prestato molta cura al modo con cui rappresentare il processo di formulazione delle ipotesi, che sta alla base dell’attività diagnostica di un medico. Oggi vorrei spendere due parole, invece, su un aspetto che forse è curato meno degli altri: la formulazione della cura migliore.

Come è stato scritto in un post precedente, il dr House e il suo team investe molto tempo nella ricerca dei sintomi, attraverso la manipolazione del paziente. Questo avviene sia attraverso la semplice osservazione, sia con gli apparati diagnostici del caso (tac, pet, etc.). In altri casi, House e il suo team somministrano delle cure, ma questo ha un valore epistemico, nella dimensione in cui consente loro di capire quali di queste cure non funzionano.

Tuttavia, nel momento in cui viene formulata la diagnosi corretta, la terapia segue di conseguenza e il caso è brillantemente risolto. Questo può indurre a pensare che il momento della scelta della cura sia, per l’appunto, automatico. In realtà, almeno dal punto di vista della logica della scoperta, non è proprio così.

La selezione o addirittura la creazione di un trattamento sono anch’essi frutto di un processo, che possiamo definire abduttivo. Anche in questo caso, si parte da alcuni indizi, ad esempio, la malattia, di cui è affetto il paziente, ma anche i principi attivi di un farmaco e, ovviamente, le leggi che regolano il funzionamento del corpo umano. A partire da questi elementi il dottore seleziona quel trattamento (o lo deve creare, qualora non vi sia), che suppone possa guarire il malato. La formulazione del trattamento è perciò un’attività ipotetica, perché fino a quando non abbiamo visto che il paziente guarisce, non possiamo certamente dire che essa funzioni.





Esperti si diventa

19 11 2007

In diverse puntate House appare costretto a fare servizio presso l’ambulatorio del suo ospedale. Una specie di ripicca della Cuddie, perché pare che il buon dr House abbia per troppo tempo dimenticato i suoi doveri burocratici di compilare e firmare le cartelle dei suoi pazienti.

Le scene che ritraggono House intento a visitare un paziente affetto da un raffreddore o da una sinusite sono delle specie di show off, di spettacoli, in cui House mostra tutta la sua bravura di diagnosta navigato: arriva alla soluzione del problema in pochi attimi, spesse volte senza visitare il paziente (proprio per questo avrà un problemino abbastanza grosso con la polizia, o meglio, con un poliziotto).

Non c’è ovviamente niente di magico in tutto questo: House è un medico preparato e con una grossa esperienza. Questo vuole dire che durante gli anni ha acquisito un bagaglio di conoscenze, che gli consentono, anche dopo una rapida occhiata, di capire quale è il problema e di formulare così l’abduzione corretta. L’esperto – quale House è – riesce lettaralmente a vedere cose che un occhio non allenato e formato non sarebbe in grado di osservare. Questo è dovuto proprio al bagaglio di esperienze e di conoscenze che ha immagazzinato e attraverso cui riempie i buchi, lasciati vuoti da eventuali dati incompleti.

Quindi, a vedere bene le cose, non è propriamente corretto dire che House riesce a capire che cosa un paziente ha con un semplice sguardo: ma, al contrario, è che le informazioni che servono per capire meglio la situazione ce le ha già, immagazzinate sotto forma di esperienze passate. Per cui non deve far altro che selezionarle all’occasione.