La logica di House e la formazione dell’identità virtuale

28 01 2009

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Nel video la paziente è bloccata al Polo sud e House e il suo team stanno conducendo la diagnosi differenziale a distanza. A differenza di altre volte, in questo caso è la paziente che gioca a fare House, e arriva a una diagnosi sul nostro caro dottore con una semplice webcam, che manda in onda alcuni dettagli della sua casa. Questo è un esempio molto chiaro di come il ragionamento, grazie al quale ci formiamo un’idea di chi ci sta davanti, è del tutto simile a quello usato per una diagnosi. In questo caso abbiamo i sintomi (le parole, i comportamenti, l’arredo di una casa), ma, a differenza del caso medico, qui non inferiamo la malattia, ma l’identità della persona con cui parliamo.

In questo post però non parleremo della costruzione dell’identità tradizionale, ma del modo con cui costruiamo l’identità di persone – come nel caso del video – che non abbiamo mai visto, se non attraverso strumenti tecnologici, quali, una chat, una webcam o un’email.

Il caso è interessante, perché, almeno fino a una decina d’anni fa circa, gli esseri umani hanno avuto quasi sempre a che fare con persone, con cui potevano interagire in presenza, per così dire. Con l’avvento delle tecnologie a distanza, come internet, le cose sono cambiate. Molte persone oggi possono dire di avere amici, amori o semplici conoscenti, che hanno in vario modo conosciuto e apprezzato a distanza. Ma in che modo ci costruiamo un’idea su come possono essere fatte le altre persone, senza averle mai viste de visu? La logica di House può venirci in aiuto per risolvere il caso.

Come ho già anticipato, ci formiamo un’idea di una persona nello stesso modo attraverso il quale House formula una diagnosi. Ci sono degli indizi e da questi indizi inferiamo (abduttivamente) che tipo di persona potrebbe essere quella che abbiamo davanti. Questo vale sia nella realtà fisica sia in quella virtuale. Ora, quale è la differenza? La differenza sta nel fatto che nel caso del virtuale gli indizi o i sintomi, che abbiamo a disposizione, sono molto parziali, perché sono solitamente foto, parole scritte e in alcuni casi delle immagini. Se il virtuale fosse arrivato prima del fisico, forse avremmo già incorporati tutta una serie di strumenti per raccogliere indizi, una sorta di online detector. Ma siccome così non è, in molti casi le informazioni che abbiamo sono assai insufficienti, semplicemente perché siamo già “sintonizzati” su altri “canali”, come dire, più fisici.

Però, è utile notare come, anche se gli indizi che riceviamo sono poveri, in realtà riusciamo quasi sempre a farci un’immagine generale della persona che abbiamo “davanti”. E in alcuni casi è abbastanza verosimile da essere vicina a quella reale. Vediamo come questo possa avvenire.

Per aiutarci nella comprensione, immaginate quando House si trova in ambulatorio e capisce praticamente al volo il problema del paziente, anche da un semplice dettaglio: un pallore, un arrossamento oppure il modo di vestirsi. House arriva alla diagnosi, perché fa riferimento alle sue conoscenze pregresse. Qualcosa di simile avviene nel caso della costruzione dell’identità virtuale. In primo luogo, riceviamo degli indizi. Come ho detto, un indizio può essere una foto (o più di una), delle frasi scritte in un messaggio o in una chat. In alcuni casi, anche un video. Tuttavia questi dettagli sarebbero troppo “poveri” e incompleti per consentirci di indovinare chi ci può stare dall’altra parte. Per questo, come nel caso di House, facciamo leva sulle informazioni che abbiamo già. Ovviamente non sono conoscenze mediche, ma una sterminata libreria di volti e di tipi umani.

Quindi, per seguire un filo logico: primo, riceviamo dei sintomi o degli indizi. E su questi formuliamo una prima ipotesi su come la persona potrebbe essere: bionda, mora, alto, magra, aggressiva, dolce ecc. Tutto questo però non basterebbe. Ed ecco che passiamo al secondo step: in base all’idea provvisoria, che ci siamo fatti da questi pochi indizi, andiamo a selezionare all’interno delle nostre librerie un’”immagine”, che potrebbe corrispondere a quei “sintomi”. È utile notare come anche questa attività di selezione dell’immagine “più simile” è ipotetica. La selezione infatti è fatta – sempre e comunque – sulla base alcuni indizi che abbiamo. E su questi possiamo dire che “a questi indizi, potrebbe corrispondere quell’identità”.

Quindi, per riassumere, riceviamo degli indizi parziali. Per “completarli” e per renderli utilizzabili, andiamo a selezionare nelle nostre “conoscenze pregresse”, se c’è qualche identità a noi già nota, che può renderne conto, proprio come se si trattasse di una malattia con i loro sintomi. È chiaro che questo processo è condotto per la maggior parte in maniera del tutto irriflessa, senza la mediazione diretta della nostra coscienza, siccome ha a che fare con ragionamenti visuali, ma anche emotivi e sentimentali in taluni casi.

Ovviamente, questo processo, essendo del tutto ipotetico, è sempre revedibile e soggetto a continue revisioni. Anzi, in alcuni casi ci sono veri e propri atti fraudolenti, più o meno consapevoli. È normale, infatti, che ciascuno di noi tenda a esporre “gli indizi” migliori di sé. E questo spiega perché su facebook le persone sono generalmente più belle. Sono più belle, perché è possibile gestire gli indizi a partire dai quali le altre persone si fanno la loro idea. Attenzione ai falsi!

Tornando al discorso della revedibilità, un dettaglio in più può confermare l’idea che ci eravamo fatti, oppure falsificare completamente la nostra ipotesi di partenza. Ad esempio, da una foto è molto difficile riuscire a capire l’altezza di una persona o la sua corporatura. Questo avviene soprattutto quando la foto è un primo piano. In questo caso, possiamo facilmente sbagliarci. Ma come possiamo sbagliarci anche su elementi più caratteriali. Infatti, un testo scritto è sempre un testo scritto, e il rischio di “metterci del nostro” (per via di quel processo di selezione delle conoscenze pregresse) è sempre dietro l’angolo.

Continueremo il discorso nei prossimi post. E se avete dubbi o considerazioni, fatevi avanti!





Datemi uno schermo più grosso!

2 01 2009

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In questo spezzone House chiede ed ottiene uno schermo di grosso per “vedere” se il cuore del paziente ha dei problemi. Ora, il punto interessante è che House dice che con la risoluzione dello schermo che ha in ufficio non riesce a vedere le caratteristiche del tessuto del cuore: sono troppo pixellose. Questo è un esempio perfetto di come ciò che vediamo sia il risultato di un’inferenza, come quelle che House fa per indovinare la malattia.

Quando House dice che vuole uno schermo più grosso in realtà vuole dire che gli mancano quegli indizi visivi, grazie a quali potrebbe inferire con pià certezza, se ci sono problemi al tessuto del cuore. Tutto questo non è dal punto di vista “logico” differente, ad esempio, dal caso in cui si richiedono degli ulteriori test, anche molto più complessi (test che poi House chiederà per verificare la sua ipotesi). Questo vuole dire che, anche se assai meno complicati, perfino i semplici strumenti per farci vedere  meglio – il microscopio ad esempio -  talvolta ci permettono di formulare a delle ipotesi assai complicate, come nel caso del video.





Segno, quindi sono

29 12 2008

http://www.clipser.com/watch_video/1128116

Il filosofo e logico americano Charles Sanders Peirce sosteneva che qualsiasi atto cognitivo non può avvenire, se non attraverso un attività segnica. Cioè, le attività cognitive si sviluppano a partire da segni, dove i segni possono essere delle parole scritte – come nel video, ma anche delle immagini, dei suoni e perfino delle emozioni. Nel caso di House l’attività di diagnosi – che è a tutti gli effetti un processo cognitivo – si basa sui sintomi. Un detective basa le sue attività di indagine sugli indizi. Lo scienziato costruisce le sue teorie fondandosi su prove empiriche.

Il medico, il detective e lo scienziato rappresentano tre attività cognitive estremamente sofisticate. Ma in realtà tutti noi siamo coinvolti in questa continua attività di raccolta e interpretazione dei segni. Nel caso del medico o dello scienziato risulta essere maggiormente visibile, perché le ipotesi che vengono formulate a partire dai segni sono tutt’altro che scontante. Nel caso di House si parla infatti di diagnosi differenziali, cioè, di situazioni nelle quali più di una diagnosi spiegano i sintomi. Nella vita di tutti giorni, invece, la nostra attività “diagnostica” è continua, ma le ipotesi e le spiegazioni che formuliamo sono molto più scontate e corroborate dalle esperienze passate, ma in parte anche dall’evoluzione.

Un caso tipico è riconoscere un amico per strada. Riceviamo dei segni (la forma del viso, il colore degli occhi, lo sguardo,il modo di camminare) e inferiamo che deve essere Tizio o Caio. Ovviamente il processo di generazione delle ipotesi avviene in modo inconsapevole. Ciò di cui siamo consapevoli è solo l’immagine che ci appare davanti. Anzi, in molti casi riusciamo addirittura a riconoscere un amico da pochissimi dettagli e magari imprecisi. Perché? Perché ci siamo abitutati a vederlo. E quindi siamo maggior mente predisposti a formulare – anche da pochi sintomi – l’ipotesi corretta.

Tuttavia, il fatto che  si tratta comunque di un’attività ipotetica si può notare nel momento in cui crediamo di vedere un amico, quando invece è solo uno che gli assomiglia molto. In questo caso siamo letteralmente ingannati a formulare l’ipotesi sbagliata. Questo indica il fatto che il vedere non è qualcosa di immediato, che accade senza mediazione, ma è anch’esso il frutto di una attività ipotetica, che si basa su segni. Un’attività abduttiva, per dirla in termini tecnici.





Pensare “in segni” e la “mente” degli artefatti

16 12 2007

Il grande filosofo Charles Sanders Peirce contribuì in modo decisivo alla riscoperta dell’abduzione e di quella che poi verrà etichettata con il termine “logica dell scoperta”. Nello specifico Peirce capì una cosa allo stesso tempo semplice, ma estremamente affascinante: che le attività cognitive sono attività segniche, cioè, attività che coinvolgono segni o indizi, se preferite. Detta in termini rozzi, siamo tutti degli investigatori, perché la nostra relazione con il mondo si basa sulla nostra capacità di “inferirlo”. Certamente, alcune inferenze le compiamo in modo ormai automatico, perché il nostro rapporto con il mondo si è stablizzato attraverso l’evoluzione, ma sempre di interenze si trattano.

Ora, nel compiere queste inferenze certamente l’organo che è maggiormente coinvolto è il cervello, ciò che sta dentro la nostra testa, per dirla in modo semplice. Ma non solo. Gli esseri umani sono anche degli ingegneri cognitivi nella dimensione in cui riescono a modificare l’ambiente circostante al fine di ottenere “segni migliori”, per poter esibire delle inferenze sempre più precise e controllabili. Questa attività sfocia nella costruzione di artefatti, come il computer, il microscopio, etc.

Ora, la possibilità di esibire un numero di inferenze sempre più complesse e articolate non dipende però solo dal nostro cervello, ma anche dalla continua interazione proprio con questi artefatti che costruiamo e/o che ereditiamo dalle generazioni precedenti. Ad esempio, House usa spesso una lavagna, un semplicissimo artefatto, sicuramente, ma che ha una funzione, che il cervello da solo non potrebbe esibire: quella di sostegno ai nostri pensieri. In che senso? In primo luogo la lavagna fornisce un aiuto in termini di memoria: una volta che scriviamo la parola rimane “lì”. Secondo, ci consente di manipolare la nostra attenzione, permettendoci di tenere una o più parole davanti ai nostri occhi. In ultima istanza, ci aiuta nel “ragionarci su”. In questo modo la nostra capacità di percepire segni e di ricavare le inferenze migliori viene aumentata.





Abduzioni visuali

4 11 2007

Tradizionalmente si è sempre assegnato alle funzione cognitive più alte (ad esempio, quelle di cui siamo consapevoli) un ruolo fondamentale. Tuttavia, gli esseri umani possono generare ipotesi o elaborano spiegazioni a partire anche da elementi meramente percettivi.
La abduzioni visuali sono un esempio di questo tipo: in questo caso non formuliamo un’ipotesi o una spiegazione attraverso un ragionamento conscio ed espresso attraverso il linguaggio, ma attraverso i sensi, in questo caso la vista.
Eccone un esempio:

In questo caso, House giunge alla diagnosi attraverso un’attenta analisi “visuale” di due radiografie.