Anomalie e magie

18 03 2009

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Gli esseri umani hanno una innata propensione alla sorpresa. Quando qualcosa devia dalla normalità, l’emozione sottolinea l’elemento di novità e ci fa immediatamente dirigere l’attenzione verso quel particolare aspetto che ha, come dire, deviato rispetto allo standard.

È curioso che questa sensibilità verso ciò che devia dall’abitudine soggiace a due elementi completamente disomogenei: la magia e l’anomalia. Ciò che è magico sorprende. Anche il modo con cui House arriva a formulare una diagnosi, come nel caso del video. Il ricorso alla magia in alcuni casi non è semplicemente una questione terminologica, come quando diciamo “sei un mago”. Basta pensare ai miracoli: quando qualcosa non si spiega in relazione a ciò che sappiamo o potremmo sapere, l’unica cosa a cui ci si può appellare è la magia o il mistero.

La sorpresa e il ricorso alla magia ha qualcosa in comune con un elemento cardine della scienza: l’anomalia. L’anomalia è fondamentale per la scienza, perché è un segnale, che le nostre spiegazioni potrebbero non spiegare determinati fatti, che possono essere nuovi o pregressi. Ad esempio, per la scienza il fatto che si dica che la Madonna è vergine, pur avendo concepito Gesù, è qualcosa che crea immediatamente degli elementi fortemente anomali.

Ora, la differenza fra la sorpresa magica è l’anomalia è che in realtà nel caso della magia la deviazione dallo standard è un punto di approdo. Si accetta l’elemento magico o miracoloso e non si indaga ulteriormente. La scienza invece ha saputo trasformare questo elemento in un punto di partenza. In questo senso, potremmo chiudere con una battuta, dicendo che per la scienza i miracoli diventano un sintomo, il sintomo che le vecchie spiegazioni sono da rivedere.





C’è qualcosa che non torna

26 12 2008

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Il linguaggio è pieno di piccoli grandi paradossi. Ad esempio, accade che si dica “c’è qualcosa che non va”, anche se in realtà non sappiamo che cosa sia a non andare. Ma se non sappiamo cosa sia a non andare, come facciamo a dire che non va?
In realtà è uno scherzo del linguaggio, perché quello che vogliamo dire è che non c’è quello che ci saremmo aspettati che ci fosse. Siamo degli abitudinari e quando non c’è ciò che ci sarebbe dovuto essere ci allarmiamo.

Un rumore nella notte ci fa destare all’improvviso, anche se stiamo dormendo. La paura è uno straordinario sistema fisiologico per avvistare anomalie. La paura è in questo senso uno strumento di navigazione fondamentale, come se fosse un radar, che ci informa dei pericoli: acquisisce informazioni, formula delle diagnosi e ce le comunica sotto forma di “spavento”.
Se la paura è qualcosa di iscritto nei nostri geni, tuttavia la sensibilità alle anomalie è meno scontata di quanto si possa credere.

Ad esempio, nella religione troviamo diversi concetti quanto meno “strani”. I dogmi sono fra questi. I dogmi sono generalmente dei “fatti”, che, nonostante siano avvolti da parecchie anomalie, tuttavia vengono creduti e accettati come veri. La verginità di Maria, ad esempio, è un caso emblematico: come è possibile che Maria abbia concepito Gesù senza perdere la verginità? La “fede” in questo caso crea una sorta di schermo protettivo che sembra quasi “spegnere” la sensibilità alle anomalie. Perché, in fin dei conti, non è complicato sapere che per fare un figlio non basta essere da soli.
La scienza invece è la massimizzazione del ricorso all’anomalia. Ad esempio, il famoso motto cui House ricorre spesso, il everybody lies (tutti mentono), è esattamente il frutto di questo atteggiamento, che tiene in seria considerazione le anomalie. Tutti mentono qui vuole dire che le cose potrebbero non essere come sembrano essere.  Del resto una bugia è un’anomalia: perché mai una persona dovrebbe mentire coscientemente? Probabilmente perché vuole nascondere qualcosa. E se vuole nascondere qualcosa, perchè?

L’importanza dell’anomalia nella scienza come nelle diagnosi è importante essenzialmente per una ragione: perché l’anomalia è un sintomo o un indizio. Per questo sviluppare una sensibilità alle anomalie è così importante. Perché il rischio sarebbe quello di tralasciare un segnale, che potrebbe risultare fondamentale per formulare la spiegazione corretta.





La conoscenza e le conservazione dell’ignoranza come fonte

20 01 2008
L’esercizio delle facoltà abduttive – soprattutto quelle più sofisticate – è la fonte principale – diretta o indiretta – della passione per i gialli, ad esempio, come House.
I gialli sono avvincenti perché si basano essenzialmente sul destare la nostra curiosità quel tanto che basta per spingerci a chiedere: perché?
In fondo che cos’è la conoscenza se non la propensione, iscritta nella nostra storia evolutiva, a rilevare delle anomalie?
La conoscenza è quindi fondata sul fatto che non sappiamo le cose, o meglio, che le cose non tornano. Non ci dobbiamo scandalizzare di questo, non a caso la scienza, che da alcuni è vezzeggiata come una dea, non è altro che scetticismo organizzato.
Se vogliamo fare un po’ di filosofia spicciola, possiamo dire che la conoscenza nasce dall’ignoranza. E, sempre facendo un po’ di filosofia da bar, potremmo azzardarci a dire che – infatti – Dio non conosce un tubo, perché non è ignorante. Noi invece lo siamo, quindi qualcosa possiamo conoscere, se non altro che siamo – per l’appunto, ignoranti
Volete un esempio? Eccovi accontentati.
Chi ha avuto modo di approfondire il discorso sul Gesù storico probabilmente saprà che circola un’ipotesi abbastanza accreditata, che ben rappresenta quello che sto sostenendo: l’ipotesi sulla cosiddetta fonte Q.
Il lavoro dello storico è del tutto congetturale, perché cerca di far rivivere ciò che non può essere fatto rivivere: una battaglia, una congiura e così via. Lo storico, però, ha dalla sua la possibilità di ricavare i fatti passati da delle prove, da degli indizi, che sono del passato, ma possono essere ancora nel presente. Le fonti sono i sintomiche utilizzano gli storici per diagnosticare il passato.
Ora, la storia della fonte Q è interessante, perché si tratterebbe di una fonte comune ai vangeli di Luca e Matteo. Tuttavia, e questa è la cosa interessante, questo testo non c’è, non è mai stato trovato. I sostenitori dicono che il testo è stato perduto.

Ma come è possibile dire che si è persa una cosa, di cui non si è sicuri della sua esistenza? Siamo in un paradosso? Se di paradosso si può parlare, esso riguarda la conoscenza.

In realtà i sostenitori della fonte Q non hanno il testo, però hanno degli indizi
Sappiamo che 3 dei 4 vangeli canonici sono i cosiddetti vangeli sinottici, cioè, sono dei testi, la cui lettura si può facilmente condurre in parallelo, perché raccontano la medesima storia con uno stile comune. A volte perfino con le stesse parole
Gli storici sanno che vi è una parte, che è comune ai tre vangeli. E siccome uno dei tre, Marco, è ritenuto il più vecchio, allora si suppone che gli altri due, Matteo e Luca, lo hanno utilizzato come fonte.
Ora, gli studiosi hanno rilevato che vi sono altre parti, che procedono in modo sinottico, ma che si possono ritrovare solo nei vangeli di Matteo e di Luca. Quindi, alcuni hanno ipotizzato che queste parti in comune possano avere anch’esse una fonte medesima, che non può essere Marco, che non le contiene, ma una seconda, la famosa fonte Q.

Ovviamente, questa ipotesi, seppure affascinante, è assai controversia. Ad esempio, alcuni critici hanno osservato che potremmo anche sostenere l’idea della fonte dei due vangeli, ma chi ci dice che è una fonte unitaria, cioè, un unico testo? La fonte potrebbe essere una serie di testi, rielaborata all’interno di un quadro coerente. O più semplicemente uno dei due vangeli potrebbe essere stato la fonte dell’altro.

L’ipotesi della fonte Q ha in sè molto di paradossale, perché non è un testo che ci è pervenuto – nemmeno a pezzi. Eppure, alcuni indizi sembrano permetterci di ricostruirlo, tanto che lo potete trovare in libreria.

Ecco, questo è un esempio della paradossalità della conoscenza: il fatto cioè di poter conoscere, azzardare ipotesi, ma partendo – e conservando – la nostra ignoranza.





Anomalie

9 11 2007

Nella generazione di ipotesi le anomalie sono un fenomeno fondamentale, perché sono il segnale che qualcosa non sta andando come dovrebbe. Se stiamo andando in macchina e le automobili che incontriamo ci “fanno i fari” subito intuiamo che c’è qualcosa cui dovremmo prestare attenzione: potremmo avere un faro danneggiato oppure di lì a pochi metri potremmo incontrare una pattuglia della polizia. Perché? Perché solitamente le altre macchine non ce li fanno.

Le anomalie sono perciò delle informazioni che traggono il loro valore dal fatto che deviano dal normale corso delle cose e quindi la spiegazione o le spiegazioni che normalmente utilizziamo per orientarci nel mondo hanno delle falle, cioè, devono essere riviste: un autista non ti fa solitamente le luci.

Nel setting diagnostico, come quello di House, le anomalie sono fondamentali, perché indicano un malfunzionamento; a sua volta, un malfunzionamento, una deviazione dalla normalità, può essere un sintomo, da cui inferire la diagnosi corretta.

Eccone un esempio interessante: