L’esercizio delle facoltà abduttive – soprattutto quelle più sofisticate – è la fonte principale – diretta o indiretta – della passione per i gialli, ad esempio, come House.
I gialli sono avvincenti perché si basano essenzialmente sul destare la nostra curiosità quel tanto che basta per spingerci a chiedere: perché?
In fondo che cos’è la conoscenza se non la propensione, iscritta nella nostra storia evolutiva, a rilevare delle anomalie?
La conoscenza è quindi fondata sul fatto che non sappiamo le cose, o meglio, che le cose non tornano. Non ci dobbiamo scandalizzare di questo, non a caso la scienza, che da alcuni è vezzeggiata come una dea, non è altro che scetticismo organizzato.
Se vogliamo fare un po’ di filosofia spicciola, possiamo dire che la conoscenza nasce dall’ignoranza. E, sempre facendo un po’ di filosofia da bar, potremmo azzardarci a dire che – infatti – Dio non conosce un tubo, perché non è ignorante. Noi invece lo siamo, quindi qualcosa possiamo conoscere, se non altro che siamo – per l’appunto, ignoranti
Volete un esempio? Eccovi accontentati.
Chi ha avuto modo di approfondire il discorso sul Gesù storico probabilmente saprà che circola un’ipotesi abbastanza accreditata, che ben rappresenta quello che sto sostenendo: l’ipotesi sulla cosiddetta fonte Q.
Il lavoro dello storico è del tutto congetturale, perché cerca di far rivivere ciò che non può essere fatto rivivere: una battaglia, una congiura e così via. Lo storico, però, ha dalla sua la possibilità di ricavare i fatti passati da delle prove, da degli indizi, che sono del passato, ma possono essere ancora nel presente. Le fonti sono i sintomiche utilizzano gli storici per diagnosticare il passato.
Ora, la storia della fonte Q è interessante, perché si tratterebbe di una fonte comune ai vangeli di Luca e Matteo. Tuttavia, e questa è la cosa interessante, questo testo non c’è, non è mai stato trovato. I sostenitori dicono che il testo è stato perduto.
Ma come è possibile dire che si è persa una cosa, di cui non si è sicuri della sua esistenza? Siamo in un paradosso? Se di paradosso si può parlare, esso riguarda la conoscenza.
In realtà i sostenitori della fonte Q non hanno il testo, però hanno degli indizi
Sappiamo che 3 dei 4 vangeli canonici sono i cosiddetti vangeli sinottici, cioè, sono dei testi, la cui lettura si può facilmente condurre in parallelo, perché raccontano la medesima storia con uno stile comune. A volte perfino con le stesse parole
Gli storici sanno che vi è una parte, che è comune ai tre vangeli. E siccome uno dei tre, Marco, è ritenuto il più vecchio, allora si suppone che gli altri due, Matteo e Luca, lo hanno utilizzato come fonte.
Ora, gli studiosi hanno rilevato che vi sono altre parti, che procedono in modo sinottico, ma che si possono ritrovare solo nei vangeli di Matteo e di Luca. Quindi, alcuni hanno ipotizzato che queste parti in comune possano avere anch’esse una fonte medesima, che non può essere Marco, che non le contiene, ma una seconda, la famosa fonte Q.

Ovviamente, questa ipotesi, seppure affascinante, è assai controversia. Ad esempio, alcuni critici hanno osservato che potremmo anche sostenere l’idea della fonte dei due vangeli, ma chi ci dice che è una fonte unitaria, cioè, un unico testo? La fonte potrebbe essere una serie di testi, rielaborata all’interno di un quadro coerente. O più semplicemente uno dei due vangeli potrebbe essere stato la fonte dell’altro.
L’ipotesi della fonte Q ha in sè molto di paradossale, perché non è un testo che ci è pervenuto – nemmeno a pezzi. Eppure, alcuni indizi sembrano permetterci di ricostruirlo, tanto che lo potete trovare in libreria.
Ecco, questo è un esempio della paradossalità della conoscenza: il fatto cioè di poter conoscere, azzardare ipotesi, ma partendo – e conservando – la nostra ignoranza.
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