Più volte abbiamo rimarcato il fatto che l’attività diagnostica – quella in cui è sempre occupato House e il suo team – coinvolge da vicino la capacità umana di “interpretare i segni”, inferire, cioè, dagli indizi, che le cose allora dovrebbero stare in un modo piuttosto che in un altro.
In alcuni casi accade pure che questi stessi segni, che già di per sé richiedono una certa familiarità ed esperienza per “abdurli” o interpretarli, siano sfruttati per costruire degli strumenti, che richiedono ulteriori capacità abduttive per sfruttarne a pieno le potenzialità. Questo è il caso degli artefatti, quelli – per intenderci – che vengono spesse volte armeggiati da House e dal suo staff.
Come in questo caso:
La nostra vita è piena di artefatti, alcuni dei quali sfiorano la complessità di quelli utilizzati anche in un ospedale. Un esempio? Sembrerà paradossale, ma uno dei più grandi artefatti – forse quello più potente – è il nostro cervello. Certo, un artefatto biologico, che sfrutta la chimica, l’elettricità, ma anche i segni stessi: un artefatto multimodale, perché sfrutta vari canali mediatici, appunto. Il cervello a ben guardarlo forse è più un insieme di artefatti, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale in relazione a ciascun altro.
Forse il fatto che stia “qui dentro” – sì – dove state pure voi con quella parlantina che difficilmente vi lascia stare – tranne la notte – non ci deve trarre in inganno. In fondo, che cosa è l’uomo se non un segno esterno prodotto da esso stesso? (Non è mia, è di Peirce)
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