Revisione delle credenze e diagnosi differenziali

17 02 2009

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“Alla base abbiamo rilevato una lesione….l’ipofisi…questo spiega la pressione bassa…e praticamente conferma il linfoma…ma nel sangue non c’è niente..non è un linfoma”.

Questo, semplificato, è un caso tipico di revisione delle credenze. Come abbiamo scritto in post passati, la revisione delle credenze è tipico dei ragionamenti abduttivi, quei ragionamenti, cioè, che mirano a formulare delle ipotesi. lIl fatto di poterle rivederle, è dato dal fatto che l’abduzione è un ragionamento ampliativo, cioè, un ragionamento per cui le conclusioni contengono informazioni, che non sono già implicite nella premesse (come avviene per le deduzioni). Questo comporta una semplice conseguenza: che le conclusioni – che non sono altro che delle ipotesi – possono essere sempre riviste alla luce di nuovi fatti. Riprendiamo un vecchio caso:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un uomo

La conclusione “Socrate è un uomo” è frutto di un’abduzione. Non è già contenuta nelle due premesse. Ma soprattutto il suo valore è puramente ipotetico, quindi sempre e comunque parziale. Infatti possiamo benissimo dire:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un gatto

Apparentemente i due casi sono equivalenti. Ciò che però distingue i due casi sta nel fatto che la raccolta di nuove informazioni può cambiare il processo di formulazione dell’ipotesi, quindi risolvere casi ambigui. Questo è il tipico caso di House e il problema delle cosiddette “diagnosi differenziali”, quelle diagnosi, cioè, in cui più malattie sono compatibili con i sintomi riscontrati, come nell’esempio del gatto e di Socrate, che abbiamo riprodotto qui. Ad esempio, possiamo scrivere:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale,
Socrate porta gli occhiali,
Socrate parla l’inglese.
Quindi, Socrate è un uomo

L’aggiunta di nuove premesse ci consente di rivedere il nostro ragionamento e di rendere il tutto meno ambiguo. In questo caso, infatti, ben difficilmente potremmo dire che socrate è un gatto. Infatti, se nel caso precedente sapere che Socrate è mortale poteva essere compatibile sia con il fatto che potesse essere gatto e uomo, in questo secondo caso gli indizi diventano pià sintomatici rispetto alla conclusione che Socrate non sia un gatto, ma un uomo.





Testamento biologico e la logica di House

13 02 2009

La logica con cui House indovina la malattia è una “logica”, che in realtà gli esseri umani usano quotidianamente per una vastissima classe di fenomeni. Ovviamente, nella maggior parte dei casi non ce ne accorgiamo, ma è così. Oggi vorrei mostrare come la logica di House può esserci utile per analizzare il caso del testamento biologico, visto che il tema è di stretta attualità (va beh, per noi lo è).

Una delle obiezione che viene di solito sollevata in merito al testamente biologico è relativa al fatto che si tratterebbe di un caso, in cui ci troveremmo a decidere in merito a una situazione troppo distante da noi, emotivamente e cognitivamente. Per cui sarebbe forse troppo facile decidere e poi cambiare idea. Questa è sostanzialmente il principale contro-argomento, al di là del merito, se la vita sia sacra o meno.

Ora, la logica di House ci viene in soccorso per analizzare questo caso. Coloro i quali vedono il Dr House sanno benissimo, che, durante il corso della puntata, House e il suo team continuano a rivedere le diagnosi formulate. Questo perché nel processo vengono fuori nuovi sintomi, che concorrono nella selezione della malattia. Questo elemento è tipico di quelli che vengono chiamati ragionamenti non-monotonici, cioè, quei ragionamenti in cui le conclusioni possono cambiare, perché si ottengono nuove informazioni. Vediamo un attimo nel dettaglio.

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Prendiamo un classico ragionamento deduttivo del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è un uomo.
Quindi, Socrate è mortale.

Se le premesse sono vere, la conclusione segue necessariamente. La deduzione consente di arrivare a conclusioni sempre certe. Questo ragionamento è monotonico. Perché? Perché anche aggiungendo ulteriori dati, la conclusione non cambia. Ad esempio, possiamo dire che Socrate ha il naso grosso, che è basso, che è stupido, che la conclusione “Socrate è mortale” non viene minimamente intaccata.

Supponiamo invece di fare un tipo di ragionamento alla House, del tipo:

Tutti gli uomini sono mortali,
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un uomo.

Qui le cose cambiano. Dalle premesse non segue necessariamente che Socrate sia un uomo. È solo un’ipotesi. Potrebbe essere un gatto, che è altrettanto mortale. E proprio perché non c’è un legame necessario fra le due premesse e la conclusione, nuove informazioni possono modificare la nostra conclusione. Ad esempio, se aggiungo che “Socrate ha la coda” o che “Socrate va a quattro zampe”, le cose cambiano e inducono a rivedere la mia conclusione. Questo è chiamato tecnicamente il carattere non-monotonico dei ragionamento ipotetici (abduzione).

Questo elemento è comune con il caso del testamente biologico. In realtà, l’obiezione sul fatto che potremmo cambiare idea è abbastanza ovvia, proprio perché il tipo di ragionamento che viene utilizzato è sempre revedibile, esattamente come nel caso delle diagnosi di House. Il problema, semmai, non è il carattere provvisorio delle nostre decisioni o delle spiegazioni che formuliamo. Quello è un dato di fatto. Il problema è invece quello di prendere delle decisioni o formulare spiegazioni, che siano le migliori possibili, dati i nostri dati a disposizione.

In realtà, coloro i quali sono a favore del testamente biologico sostengono la necessità di permettere in ogni momento di rivedere le proprie decisioni, perché è riconosciuta la possibilità di poter cambiare idea. A questo va aggiunto un secondo elemento importante: ma chi lo dice che le decisioni prese a caldo siano le migliori? Perché dovremmo “trovarci in quel momento” per decidere? Non potrebbe essere questo un limite?





La revisione delle credenze

4 06 2008

Per certi versi questo è un esempio di ciò che in gergo tecnico si chiama belief revision, cioè, di revisione delle credenze.
Perché cambiamo idea? In base a che cosa a un certo punto dismettiamo delle credenze in favore di altre? C’è una logica sottostante?
Prima di tutto occorre capire cosa sia una credenza: una credenza si può definire come l’esito di una inferenza – un’abduzione – che ha la capacità secondo chi la compie di spiegare una serie di elementi della realtà. Ad esempio, credo di vedere un amico, perché il mio apparato percettivo riceve una serie di elementi, da cui inferisco che quella persona che muove la mano per salutarmi è tizio o caio.

La credenza è quindi sempre un costrutto ipotetico, che dipende, in primo luogo, dagli indizi che riceviamo. Ad esempio, crediamo di vedere il nostro amico, perché ci sembra di scorgere la sua sagoma, il colore dei capelli, la sua camminata, ecc. Ma, ovviamente, se l’amico lo vediamo da lontano, avvicinandoci possiamo percepire dei nuovi “dati” e così ci possiamo trovare a rivedere la nostra credenza.

Le credenze che ci formiamo dipendono non solo dai dati che riceviamo dall’esterno, ma anche dalle nostre stesse capacità abduttive, cioè, dalla nostra capacità di formulare spiegazioni, al di là dei dati di cui disponiamo.
Queste nostre abilità abduttive dipedono in primo luogo dalle nostre conoscenze pregresse. Ad esempio, le credenze che possiamo formulare guardando le nuvole in cielo (es. “credo che pioverà”) sono ben diverse da quelle che potrà formulare un metereologo, perché a noi mancano tutta una serie di nozioni. In questo senso, le credenze possono cambiare, perché impariamo.