Alle parole corrispondono dei sintomi

5 02 2009

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Da che cosa dipendono le spiegazioni o le ipotesi, che possiamo formulare? Dipendono dai “sintomi” che abbiamo a disposizione. È come essere in una stanza buia in cui si accendono progressivamente le luci. Man mano che la stanza si schiarisce, le nostre “ipotesi” su che cosa ci sta attorno migliorano. Perché? Perché otteniamo più indizi.

L’importanza della confezione dei sintomi è tematizzato nel video qui sopra. Ecco cosa dice House:

Ci sono tante parole per descrivere un dolore al petto: sopportabile, lancinante [...] ognuna utile alla diagnosi. Dobbiamo ringraziare il libro del dottor Powel. Ma non ci sono parole per descrivere le sfumature di quello che sta provando adesso.

Il discorso di House sta andando precisamente nella direzione, di cui abbiamo appena parlato: il modo in cui confezioniamo i sintomi è fondamentale. E se non abbiamo sintomi o abbiamo sintomi imprecisi, anche la diagnosi lo sarà di conseguenza. Come il video mostra, se un dolore è lancinante, questo può essere il sintomo di una disfunzione di un certo tipo. Se è sopportabile, di un’altra.

La formulazione dei sintomi è fondamentale e il linguaggio naturale, come si evince dal video, è cruciale per una ragione molto semplice: il linguaggio – con tutti i suoi limiti – ci consente di popolare il mondo di oggetti. Quindi di cose che possono essere potenzialmente dei sintomi.

Ovviamente, anche il linguaggio – una volta che permette di popolare il mondo di oggetti – può a sua volta creare dei problemi. Esattamente come la confezione dei sintomi, possiamo attraverso il linguaggio creare delle chimere. Possiamo avere, ad esempio, la parola “drago” senza che nelle nostre ecologie esista qualcosa del genere. Ed è per evitare questi problemi, che nascono, ad esempio, i linguaggi specifici, per cui il ricercatore cerca di rendere il meno ambigue possibili le parole, attribuendo ad esse dei significati il più preciso possibile. Ed è interessante notare come il mondo e il linguaggio arrivino però a dei compromessi, perché non è totalmente vero che il significato di una parola è arbitrario.

I linguaggi specifici si muovono sempre all’interno del linguaggio naturale. Ma esistono anche altri tipi di sistemi di codifica. Ad esempio, la matematica e la logica, che sono dei linguaggi, che generano dei “sintomi”, che sono ancora meno ambigui di quelli del linguaggio di una determinata disciplina scientifica.

Vi sono infine dei tipi di linguaggio che sono diametralmente opposti, cioè, che non mirano a creare dei sintomi per “tagliare a fette” il mondo, ma a rendere in altra forma i sentimenti e le emozioni, che abbiamo. Sono ad esempio i linguaggi dell’arte: la musica, la scultura, la pittura, ad esempio. In questo caso, non miriamo a tagliare a fette il mondo, perché in realtà ci interessa più quello interno, che quell’esterno. E i sintomi, in questo caso, sono di diversa natura.





La logica di House e la formazione dell’identità virtuale

28 01 2009

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Nel video la paziente è bloccata al Polo sud e House e il suo team stanno conducendo la diagnosi differenziale a distanza. A differenza di altre volte, in questo caso è la paziente che gioca a fare House, e arriva a una diagnosi sul nostro caro dottore con una semplice webcam, che manda in onda alcuni dettagli della sua casa. Questo è un esempio molto chiaro di come il ragionamento, grazie al quale ci formiamo un’idea di chi ci sta davanti, è del tutto simile a quello usato per una diagnosi. In questo caso abbiamo i sintomi (le parole, i comportamenti, l’arredo di una casa), ma, a differenza del caso medico, qui non inferiamo la malattia, ma l’identità della persona con cui parliamo.

In questo post però non parleremo della costruzione dell’identità tradizionale, ma del modo con cui costruiamo l’identità di persone – come nel caso del video – che non abbiamo mai visto, se non attraverso strumenti tecnologici, quali, una chat, una webcam o un’email.

Il caso è interessante, perché, almeno fino a una decina d’anni fa circa, gli esseri umani hanno avuto quasi sempre a che fare con persone, con cui potevano interagire in presenza, per così dire. Con l’avvento delle tecnologie a distanza, come internet, le cose sono cambiate. Molte persone oggi possono dire di avere amici, amori o semplici conoscenti, che hanno in vario modo conosciuto e apprezzato a distanza. Ma in che modo ci costruiamo un’idea su come possono essere fatte le altre persone, senza averle mai viste de visu? La logica di House può venirci in aiuto per risolvere il caso.

Come ho già anticipato, ci formiamo un’idea di una persona nello stesso modo attraverso il quale House formula una diagnosi. Ci sono degli indizi e da questi indizi inferiamo (abduttivamente) che tipo di persona potrebbe essere quella che abbiamo davanti. Questo vale sia nella realtà fisica sia in quella virtuale. Ora, quale è la differenza? La differenza sta nel fatto che nel caso del virtuale gli indizi o i sintomi, che abbiamo a disposizione, sono molto parziali, perché sono solitamente foto, parole scritte e in alcuni casi delle immagini. Se il virtuale fosse arrivato prima del fisico, forse avremmo già incorporati tutta una serie di strumenti per raccogliere indizi, una sorta di online detector. Ma siccome così non è, in molti casi le informazioni che abbiamo sono assai insufficienti, semplicemente perché siamo già “sintonizzati” su altri “canali”, come dire, più fisici.

Però, è utile notare come, anche se gli indizi che riceviamo sono poveri, in realtà riusciamo quasi sempre a farci un’immagine generale della persona che abbiamo “davanti”. E in alcuni casi è abbastanza verosimile da essere vicina a quella reale. Vediamo come questo possa avvenire.

Per aiutarci nella comprensione, immaginate quando House si trova in ambulatorio e capisce praticamente al volo il problema del paziente, anche da un semplice dettaglio: un pallore, un arrossamento oppure il modo di vestirsi. House arriva alla diagnosi, perché fa riferimento alle sue conoscenze pregresse. Qualcosa di simile avviene nel caso della costruzione dell’identità virtuale. In primo luogo, riceviamo degli indizi. Come ho detto, un indizio può essere una foto (o più di una), delle frasi scritte in un messaggio o in una chat. In alcuni casi, anche un video. Tuttavia questi dettagli sarebbero troppo “poveri” e incompleti per consentirci di indovinare chi ci può stare dall’altra parte. Per questo, come nel caso di House, facciamo leva sulle informazioni che abbiamo già. Ovviamente non sono conoscenze mediche, ma una sterminata libreria di volti e di tipi umani.

Quindi, per seguire un filo logico: primo, riceviamo dei sintomi o degli indizi. E su questi formuliamo una prima ipotesi su come la persona potrebbe essere: bionda, mora, alto, magra, aggressiva, dolce ecc. Tutto questo però non basterebbe. Ed ecco che passiamo al secondo step: in base all’idea provvisoria, che ci siamo fatti da questi pochi indizi, andiamo a selezionare all’interno delle nostre librerie un’”immagine”, che potrebbe corrispondere a quei “sintomi”. È utile notare come anche questa attività di selezione dell’immagine “più simile” è ipotetica. La selezione infatti è fatta – sempre e comunque – sulla base alcuni indizi che abbiamo. E su questi possiamo dire che “a questi indizi, potrebbe corrispondere quell’identità”.

Quindi, per riassumere, riceviamo degli indizi parziali. Per “completarli” e per renderli utilizzabili, andiamo a selezionare nelle nostre “conoscenze pregresse”, se c’è qualche identità a noi già nota, che può renderne conto, proprio come se si trattasse di una malattia con i loro sintomi. È chiaro che questo processo è condotto per la maggior parte in maniera del tutto irriflessa, senza la mediazione diretta della nostra coscienza, siccome ha a che fare con ragionamenti visuali, ma anche emotivi e sentimentali in taluni casi.

Ovviamente, questo processo, essendo del tutto ipotetico, è sempre revedibile e soggetto a continue revisioni. Anzi, in alcuni casi ci sono veri e propri atti fraudolenti, più o meno consapevoli. È normale, infatti, che ciascuno di noi tenda a esporre “gli indizi” migliori di sé. E questo spiega perché su facebook le persone sono generalmente più belle. Sono più belle, perché è possibile gestire gli indizi a partire dai quali le altre persone si fanno la loro idea. Attenzione ai falsi!

Tornando al discorso della revedibilità, un dettaglio in più può confermare l’idea che ci eravamo fatti, oppure falsificare completamente la nostra ipotesi di partenza. Ad esempio, da una foto è molto difficile riuscire a capire l’altezza di una persona o la sua corporatura. Questo avviene soprattutto quando la foto è un primo piano. In questo caso, possiamo facilmente sbagliarci. Ma come possiamo sbagliarci anche su elementi più caratteriali. Infatti, un testo scritto è sempre un testo scritto, e il rischio di “metterci del nostro” (per via di quel processo di selezione delle conoscenze pregresse) è sempre dietro l’angolo.

Continueremo il discorso nei prossimi post. E se avete dubbi o considerazioni, fatevi avanti!





L’arte (o la logica) dell’indovinare

24 01 2009

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Nel video House riesce a capire da alcuni dettagli perché la donna che beve il caffé ha quell’aria schifata, perché la cassiera tiene la mano in quel modo e perché Stacy non porta il crocifisso che le è tanto caro. Questa capacità di “indovinare” quel che succede alle persone senza conoscerle o avendone solo pochi elementi non è un’arte divinatoria. In passato, in realtà, veniva reputata tale, e la ragione sta nel fatto che ci meraviglia che vi siano persone che siano in grado di “azzeccare” la risposta vincente senza grandi sforzi. Ci sono ragioni evolutive dietro a questo fatto, ma per ora lasciamole perdere.

Per spiegare questa abilità di indovinare le cose, ci sono due elementi che dobbiamo tenere in considerazione: le conoscenze pregresse che uno ha e la capacità di mettere insieme gli indizi. Questi due elementi non sono separati, ma giocano insieme.

Il primo elemento è quello delle conoscenze pregresse. Nell’attività diagnostica di House si vede molto bene questo elemento. Talvolta House riesce a indovinare di cosa soffre il paziente anche da piccole osservazioni. Questo perché? Perché è come se conoscesse già la risposta e deve solo selezionarla in relazione a quei pochi sintomi che vede. Questo succede nella vita di tutti i giorni, ad esempio, quando due persone si conoscono da molto tempo, e uno dei due sa che, quando lei corruccia il naso, vuole dire che gli vuole dire una cosa, di cui si vergogna, giusto per fare un esempio. Questa disposizione deriva dal fatto che tendiamo a vedere le cose che conosciamo. E nella maggior parte dei casi questa è un’ottima strategia. Soprattutto quando sappiamo parecchie cose. Ma questo non è molto diffuso.

Quindi, quando siamo degli “esperti” gli indizi che riceviamo possono dirci molto di più. Ad esempio, un esperto degustatore sarà in grado di dire se un dolce è fatto bene anche semplicemente guardandone il colore. Ma questo non aviene perché è un mago, ma semplicemente perché lo sa già. Gli indizi sono particolarmente sintomatici e gli servono quel tanto che basta per selezionare l’ipotesi migliore, che ha già nella sua “libreria” di dolci.

Il secondo aspetto invece non ha a che fare direttamente con le conoscenze pregresse, ma con l’abilità di mettere insieme i sintomi o gli indizi. Anche questa abilità dipende da conoscenze, ma da un tipo diverso rispetto al precedente. Ad esempio, non sono conoscenze che dipendono da un contesto particolare. Cioè, possono essere utilizzate in diversi campi a prescindere dal loro contenuto. Questo è il caso delle euristiche. Prendete la famosa frase che House cita sempre, quella del “tutti mentono”. Questo è un esempio chiarissimo di cosa sia un’euristica. Un’euristica nasce sostanzialmente dalla nostra ignoranza. Siccome non sappiamo, allora cerchiamo di assumere che qualcosa sia vero e poi vedere dove ci porta. È un modo per semplificare le scelte, per saltare dei passaggi che richiederebbero più informazioni.

La conoscenze servono per rendere più sintomatici o decisivi i sintomi, mentre le euristiche servono per superare la nostra ignoranza. Questa è una logica. Ma ovviamente questo non implica che non possa essere anche un’arte.





La logica di House: un esempio pratico

16 01 2009

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In questo video abbiamo un esempio molto chiaro della “logica” utilizzata da House. Vediamo nel dettaglio come funziona anche per un caso apparentemente così semplice.

House formula l’ipotesi che la paziente non sta prendendo la ceforoxina. E, ovviamente, ci ha visto giusto. Come ha fatto a indovinare? House è un attento osservatore e utilizza la conoscenza per “mettere insieme” i vari indizi. In questo caso, l’attenzione nell’osservare le altre persone lo porta a notare che la paziente ha bevuto dalla borraccia, piegando vistosamente il braccio sinistro. Perché questo semplice dettaglio diventa un sintomo? Perché House, da buon medic,o sa che la paziente non sarebbe riuscita a bere in quel modo con un ago nel braccio.

Una volta formulata l’ipotesi, le cose non finiscono qui. C’è una ulteriore fase che è fondamentale, quella di deduzione dei sintomi che, se l’ipotesi fosse corrette, dovrebbero essere osservati. Nel nostro caso, se fosse vero che la paziente non ha assunto la medicina, allora non dovrebbe – per esempio – essere destra (avrebbe usato l’altro braccio) e avere dei segni su quello sinistro. Se fosse mancina, infatti, dovrebbe non riuscire a piegare il braccio destro. O, se avesse dei segni su una delle due braccia, questo proverebbe che la medicina l’ha davvero assunta (l’ago lascia dei segni).

A questa fase di deduzione dei sintomi segue l’ultima fase che è quella di testing. Cioè, si tratta di andare a verificare empiricamente, se i sintomi dedotti sono verificati o meno. La prima conferma è che la paziente non è mancina. A questo punto House dovrebbe andare a vedere se ci sono dei buchi nelle braccia. Ma questa fase di verifica viene interrotta, perché la paziente confessa.





Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi

27 12 2008

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In questo video la Cuddy ha cercato di ingannare House, per costringerlo a parlare con una giovane diciasettenne, innamorata del dottore, per dirle di smetterla di provarci.
Ora, ingannare una persona è frutto di un’attività abduttiva. Nel formulare una diagnosi si cerca quella malattia che sia in grado di spiegare meglio di altre i sintomi, che il paziente esibisce. Il caso della bugia non è poi tanto diverso. Per definizione, ingannare una persona significa farle credere che un evento sia accaduto, anche se è vero il contrario. Per farle credere che quell’evento sia veramente accaduto basta fornirle degli indizi tali per cui non avrà ragione per dubitare. L’attività abduttiva sta nell’ipotizzare quali siano gli indizi migliori da utilizzare.
Nel video la Cuddy deve far credere a House che la ragazza le ha fatto delle avance. Per riuscire a ingannare il nostro dottore, la Cuddy dice che la ragazza ha un neo appena sotto al seno. L’abduzione che la Cuddy vuole far fare ad House è la seguente:

Se la ragazza ha mostrato il seno, la Cuddy sa del neo;
La Cuddy sa del neo;
allora la ragazza  ha mostrato il seno alla Cuddy.

da cui

Se una ragazza è attratta sessualmente, fa vedere il seno;
La ragazza ha mostrato il seno alla Cuddy;
allora quella ragazza è sessualmente attratta dalla Cuddy.

Tuttavia, l’ipotesi che la Cuddy fa per ingannare House è sbagliata, perché House ha visitato la ragazza e sa che non ha nessun neo. Invece che favorire un certo tipo di inferenza, la Cuddy ha fatto l’opposto. Cioè:

Se la ragazza ha mostrato il seno, la Cuddy sa che non ha il neo;
La Cuddy sa che ha un neo;
Quindi la ragazza non ha mostrato il seno.

da cui

Se una ragazza è attratta sessualmente, fa vedere il seno;
La ragazza NON ha mostrato il seno alla Cuddy;
allora quella ragazza NON è sessualmente attratta dalla Cuddy.

Come dire: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.





Leggere nella mente

15 12 2008

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House sta cercando di entrare nel computer di una paziente, ma non riesce a indovinare la password. Fino a quando una persona del suo staff gli fa notare che il computer non è coperto da password, che basta perciò cliccare su annulla e che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. La frase è ovviamente paradossale, ma ci può dire qualcosa di interessante su un fenomeno che alcuni ritengono tipicamente umano: il mind reading (leggere nella mente).

Saper cogliere le intenzioni delle altre persone fu un passo evolutivo di fondamentale importanza per creare la complessità sociale, in cui viviamo. Ma come riusciamo a intuire ciò che pensano gli altri, fino addirittura a indovinare quando qualcuno mente?
L’assistente di House dice che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. Tradotto in termini più precisi questo vorrebbe dire che ci dobbiamo immedesimare nelle altre persone per capire cosa pensano. Ma se uno non si fida del prossimo sarà molto difficile che riesca a immedesimarsi in chi del prossimo si fida invece. E viceversa. Eppure non è sempre così.

L’abduzione può nuovamente aiutarci a risolvere il caso. Potremmo infatti pensare che leggere nella mente degli altri sia una attività, che derivi essenzialmente dalla capacità degli esseri umani – in parte innata, in parte addestrata – di formulare spiegazioni su ciò che pensano le altre persone inferendole a partire da tutta una serie di indizi e segnali che riceviamo.

Questa capacità di formulare spiegazioni (che chiamiamo mind reading) è, come ho detto, in parte innata. Ad esempio, una sorgente fondamentale di informazioni su ciò che stanno pensando le altre persone è il loro viso. E il riconoscimento delle espressioni facciali è totalmente gestito da una parte del cervello collegata alle emozioni, che si chiama amygdala. La capacità di formulare abduzioni in base agli indizi forniti dal viso di una persona è per buona parte innato. Infatti, si è potuto verificare come pazienti con lesioni all’altezza dell’amygdala non siano in grado di valutare il grado di fiducia, che un viso può richiamare. Cioè, non sono in grado di formulare abduzioni, come quando il medico non ha sintomi sufficienti per arrivare a una diagnosi. In questo caso l’amygdala è un motorino abduttivo che riconosce i sintomi e li mette in ordine.

Tuttavia, la nostra capacità di leggere nella mente non dipende solo da strutture innate (o quasi innate). Ad esempio, il linguaggio può veicolare tutta una serie di segni, di indizi, che, alla mente allenata, possono dire moltissimo su ciò che pensano le persone. Freud pensò addirittura che facendo parlare un paziente si potesse inferire non solo ciò che pensa, ma perfino entrare nella sua realtà più profonda, l’inconscio. Ma senza andare oltre, il linguaggio è una fonte inesitimabile di informazioni sulle persone. In questo caso, come detto, non basta però il nostro equipaggiamento innato. Occorre talvolta sviluppare e, letteralmente, imparare dei trucchi. Un po’ come avviene per il medico, che non nasce tale, ma deve studiare studiare e studiare.





La cura migliore

22 11 2007

Con questo blog sto cercando di mostrare come gli ideatori del dr House abbiano prestato molta cura al modo con cui rappresentare il processo di formulazione delle ipotesi, che sta alla base dell’attività diagnostica di un medico. Oggi vorrei spendere due parole, invece, su un aspetto che forse è curato meno degli altri: la formulazione della cura migliore.

Come è stato scritto in un post precedente, il dr House e il suo team investe molto tempo nella ricerca dei sintomi, attraverso la manipolazione del paziente. Questo avviene sia attraverso la semplice osservazione, sia con gli apparati diagnostici del caso (tac, pet, etc.). In altri casi, House e il suo team somministrano delle cure, ma questo ha un valore epistemico, nella dimensione in cui consente loro di capire quali di queste cure non funzionano.

Tuttavia, nel momento in cui viene formulata la diagnosi corretta, la terapia segue di conseguenza e il caso è brillantemente risolto. Questo può indurre a pensare che il momento della scelta della cura sia, per l’appunto, automatico. In realtà, almeno dal punto di vista della logica della scoperta, non è proprio così.

La selezione o addirittura la creazione di un trattamento sono anch’essi frutto di un processo, che possiamo definire abduttivo. Anche in questo caso, si parte da alcuni indizi, ad esempio, la malattia, di cui è affetto il paziente, ma anche i principi attivi di un farmaco e, ovviamente, le leggi che regolano il funzionamento del corpo umano. A partire da questi elementi il dottore seleziona quel trattamento (o lo deve creare, qualora non vi sia), che suppone possa guarire il malato. La formulazione del trattamento è perciò un’attività ipotetica, perché fino a quando non abbiamo visto che il paziente guarisce, non possiamo certamente dire che essa funzioni.





Verso la spiegazione migliore

19 11 2007

Ogni puntata di House solitamente segue un percorso che si ripete ogni volta. Il paziente arriva in ospedale, il Team di House si riunisce nel suo studio e si iniziano a formulare ipotesi. Alla generazione di ipotesi segue la fase di deduzione delle possibili conseguenze, che discendono dall’ipotesi formulata. Ad esempio, se è un avvelenamento, allora si devono verificare determinati sintomi. Quindi si avviano i test per vedere se essi si verificano effettivamente oppure no. Se i sintomi sono verificati, allora possiamo ragionevolmente prendere in considerazione il fatto che l’ipotesi formulata possa essere vera. In caso contrario, l’ipotesi viene scartata e inizia la fase di raccolta di nuovi possibili sintomi.

Per ottenere più informazioni House e il suo team non sparano nel mucchio, ma optano per fare quegli esami che ritengono possano dare dei buoni risultati. Compiono, in altre parole, delle abduzioni manipolatorie che hanno il compito di interrogare il corpo del paziente in modo da ottenere delle informazioni utili.

I risultati degli esami possono confermare una delle ipotesi formulate in precedenza, oppure fornire più semplicemente dei nuovi sintomi, poiché i test hanno spesse volte un valore esplorativo. Quindi, si ritorna da capo e si vede se con i dati in possesso è possibile fornire una spiegazione che sia migliore delle altre. E così via, verso la spiegazione migliore.