
Nel video la paziente è bloccata al Polo sud e House e il suo team stanno conducendo la diagnosi differenziale a distanza. A differenza di altre volte, in questo caso è la paziente che gioca a fare House, e arriva a una diagnosi sul nostro caro dottore con una semplice webcam, che manda in onda alcuni dettagli della sua casa. Questo è un esempio molto chiaro di come il ragionamento, grazie al quale ci formiamo un’idea di chi ci sta davanti, è del tutto simile a quello usato per una diagnosi. In questo caso abbiamo i sintomi (le parole, i comportamenti, l’arredo di una casa), ma, a differenza del caso medico, qui non inferiamo la malattia, ma l’identità della persona con cui parliamo.
In questo post però non parleremo della costruzione dell’identità tradizionale, ma del modo con cui costruiamo l’identità di persone – come nel caso del video – che non abbiamo mai visto, se non attraverso strumenti tecnologici, quali, una chat, una webcam o un’email.
Il caso è interessante, perché, almeno fino a una decina d’anni fa circa, gli esseri umani hanno avuto quasi sempre a che fare con persone, con cui potevano interagire in presenza, per così dire. Con l’avvento delle tecnologie a distanza, come internet, le cose sono cambiate. Molte persone oggi possono dire di avere amici, amori o semplici conoscenti, che hanno in vario modo conosciuto e apprezzato a distanza. Ma in che modo ci costruiamo un’idea su come possono essere fatte le altre persone, senza averle mai viste de visu? La logica di House può venirci in aiuto per risolvere il caso.
Come ho già anticipato, ci formiamo un’idea di una persona nello stesso modo attraverso il quale House formula una diagnosi. Ci sono degli indizi e da questi indizi inferiamo (abduttivamente) che tipo di persona potrebbe essere quella che abbiamo davanti. Questo vale sia nella realtà fisica sia in quella virtuale. Ora, quale è la differenza? La differenza sta nel fatto che nel caso del virtuale gli indizi o i sintomi, che abbiamo a disposizione, sono molto parziali, perché sono solitamente foto, parole scritte e in alcuni casi delle immagini. Se il virtuale fosse arrivato prima del fisico, forse avremmo già incorporati tutta una serie di strumenti per raccogliere indizi, una sorta di online detector. Ma siccome così non è, in molti casi le informazioni che abbiamo sono assai insufficienti, semplicemente perché siamo già “sintonizzati” su altri “canali”, come dire, più fisici.
Però, è utile notare come, anche se gli indizi che riceviamo sono poveri, in realtà riusciamo quasi sempre a farci un’immagine generale della persona che abbiamo “davanti”. E in alcuni casi è abbastanza verosimile da essere vicina a quella reale. Vediamo come questo possa avvenire.
Per aiutarci nella comprensione, immaginate quando House si trova in ambulatorio e capisce praticamente al volo il problema del paziente, anche da un semplice dettaglio: un pallore, un arrossamento oppure il modo di vestirsi. House arriva alla diagnosi, perché fa riferimento alle sue conoscenze pregresse. Qualcosa di simile avviene nel caso della costruzione dell’identità virtuale. In primo luogo, riceviamo degli indizi. Come ho detto, un indizio può essere una foto (o più di una), delle frasi scritte in un messaggio o in una chat. In alcuni casi, anche un video. Tuttavia questi dettagli sarebbero troppo “poveri” e incompleti per consentirci di indovinare chi ci può stare dall’altra parte. Per questo, come nel caso di House, facciamo leva sulle informazioni che abbiamo già. Ovviamente non sono conoscenze mediche, ma una sterminata libreria di volti e di tipi umani.
Quindi, per seguire un filo logico: primo, riceviamo dei sintomi o degli indizi. E su questi formuliamo una prima ipotesi su come la persona potrebbe essere: bionda, mora, alto, magra, aggressiva, dolce ecc. Tutto questo però non basterebbe. Ed ecco che passiamo al secondo step: in base all’idea provvisoria, che ci siamo fatti da questi pochi indizi, andiamo a selezionare all’interno delle nostre librerie un’”immagine”, che potrebbe corrispondere a quei “sintomi”. È utile notare come anche questa attività di selezione dell’immagine “più simile” è ipotetica. La selezione infatti è fatta – sempre e comunque – sulla base alcuni indizi che abbiamo. E su questi possiamo dire che “a questi indizi, potrebbe corrispondere quell’identità”.
Quindi, per riassumere, riceviamo degli indizi parziali. Per “completarli” e per renderli utilizzabili, andiamo a selezionare nelle nostre “conoscenze pregresse”, se c’è qualche identità a noi già nota, che può renderne conto, proprio come se si trattasse di una malattia con i loro sintomi. È chiaro che questo processo è condotto per la maggior parte in maniera del tutto irriflessa, senza la mediazione diretta della nostra coscienza, siccome ha a che fare con ragionamenti visuali, ma anche emotivi e sentimentali in taluni casi.
Ovviamente, questo processo, essendo del tutto ipotetico, è sempre revedibile e soggetto a continue revisioni. Anzi, in alcuni casi ci sono veri e propri atti fraudolenti, più o meno consapevoli. È normale, infatti, che ciascuno di noi tenda a esporre “gli indizi” migliori di sé. E questo spiega perché su facebook le persone sono generalmente più belle. Sono più belle, perché è possibile gestire gli indizi a partire dai quali le altre persone si fanno la loro idea. Attenzione ai falsi!
Tornando al discorso della revedibilità, un dettaglio in più può confermare l’idea che ci eravamo fatti, oppure falsificare completamente la nostra ipotesi di partenza. Ad esempio, da una foto è molto difficile riuscire a capire l’altezza di una persona o la sua corporatura. Questo avviene soprattutto quando la foto è un primo piano. In questo caso, possiamo facilmente sbagliarci. Ma come possiamo sbagliarci anche su elementi più caratteriali. Infatti, un testo scritto è sempre un testo scritto, e il rischio di “metterci del nostro” (per via di quel processo di selezione delle conoscenze pregresse) è sempre dietro l’angolo.
Continueremo il discorso nei prossimi post. E se avete dubbi o considerazioni, fatevi avanti!
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