Accade spesso che le persone per rimarcare la veridicità di una posizione facciano riferimento ai “fatti” come giudice ultimo di una spiegazione o di una posizione. Ma i fatti bastano a preferire una spiegazione o una diagnosi a un’altra?
Le evidenze empiriche sono importanti. Non possiamo sostenere razionalmente che il cuore sta al posto del fegato quando sappiamo che così non è. L’attenzione per i fatti fa parte addirittura dell’etica professionale. Ma bastano i fatti? In realtà una spiegazione o una diagnosi partono sempre da conoscenze pregresse attraverso cui i fatti vengono interpretati. Il punto semmai è che vi sono delle interpretazioni che sono migliori. E perché sono migliori? Perché sono più coerenti.
Nel caso di House una spiegazione (che poi è la diagnosi) è preferita a un’altra, ad esempio, perché spiega alcuni sintomi che la spiegazione concorrente non spiega. Oppure perché è più semplice. In alcuni casi una spiegazione è preferita perché riesce a inglobare spiegandola perfino la sua concorrente. Uscendo dal caso medico, basta pensare al processo. Due narrazione si contrappongono, quella della difesa e quella dell’accusa. E dibattono, non solo portando, ma anche le loro interpretazioni, che il giudice soppeserà in relazione alla loro coerenza.

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