La ricerca dei sintomi

4 01 2009

Pensare è importante, anzi, fondamentale. Ma spesse volte ha dei limiti. Cioè, vi sono occasioni in cui limitarsi a pensare a “cosa potrebbe essere” serve a ben poco. Questo avviene perché gli indizi o i sintomi che si hanno a disposizione non sono sufficienti per formulare una spiegazione, che risulti essere migliore di altre. Per cui una persona può riflettere quanto vuole, ma dal pensiero non arriveranno mai dei sintomi nuovi.

Il pensiero però può essere rivolto alla ricerca di nuovi sintomi. E questo non riguarda solo il setting diagnostico piuttosto che lo scienziato. Riguarda perfino la vita di tutti i giorni. Certo, nella medicina e nella scienza si dispongono di strumenti di indagine estremamente raffinati rispetto alle conoscenze (i concetti medici) e alle tecnologie utilizzate (fMRI, conoscopie, etc..). Ma non ci dobbiamo trarre in inganno.

Al di là degli strumenti e dei concetti utilizzati, l’attività di ricerca dei sintomi risponde a una logica precisa. La ricerca dei sintomi – come la formulazione della diagnosi – è un’attività ipotetica. Si ipotizza, cioè, che compiendo una derminata azione si possano ottenere dei sintomi. Ad esempio, se si riceve un passo regalo tutto avvolto dalla carta, ipotizziamo che per capire cosa c’è dentro possiamo scrollarlo. Perché pensiamo di scrollarlo? Perché riteniamo che quello che il metodo migliore per capirne il contenuto. Possiamo così ottenere degli indizi se è un pezzo unico come un libro o una scatola, se è una scatola che contiene altre scatole, e così via.

Queste azioni per ricercare nuovi sintomi possono essere delle procedure standardizzate, come avviene nella maggior parte dei casi nella scienza e nella medicina. Nella medicina ad esempio ci sono gli esami e il medico non ha bisogno di inventarseli ogni volta. Accade però che la creaitività sia necessaria per arrivare ai sintomi migliori. Eccone un esempio:

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Una paziente di House ha una malattia che le procura delle allucinazioni per cui vede la madre, che però è morta quando la figlia era bambina. In questo caso per House le allucinazioni non sono solo un sintomo della malattia, ma anche un sintomo per ottenere altri sintomi. Infatti, l’idea di House è che attraverso queste allucinazioni è possibile riuscire ad arrivare al subconscio della vittima e attivare dei ricordi delle madre da viva, per capire se la sua morte potesse essere stata causata da una malattia genetica e quindi ereditaria.





Distribuendo la cognizione

26 05 2008

Con piacere segnalo due ulteriori video sulla cognizione distribuita. Il primo descrive un famoso experimento portato avanti da J. Zhang qualche anno fa presso l’Università di San Diego in California, che è stata un po’ la culla di alcune delle idee centrali riguardo la cognizione distribuita. Il secondo ne offre una breve introduzione.

L’esperimento di Zhang

Cognizione distribuita: una brevissima introduzione





Riempire i vuoti

23 03 2008

Non so se chi legge questo blog guarda prima il video, oppure se accade il contrario. In ogni caso, questo volta partiamo dal primo:

House diagnostica al paziente la “sindrome dello specchio”. Chi è affetto dalla sindrome dello specchio – ci spiega House – non riuscendo a capire chi sia e dove sia, utilizza le informazioni che trova per strada per coprire i vuoti che ha: vede un medico e crede di essere un medico; vede una commessa e pensa di essere una commessa. E così via.

Malattia a parte, “riempire i vuoti” – per dirla come House – non è poi una cosa così tanto patologica. Anzi, forse non lo è per niente.

Riempiono i vuoti, ad esempio, le persone che sono molto esperte all’interno di un campo. Pensiamo a un degustotore di vini: i particolari che può sottolineare a partire da un semplice bicchiere di vino sono infinitamente maggiori rispetto a quelli che può rilevare un semplice commensale. Questo perché il degustatore è in grado, attraverso un periodo di “addestramento”, di interpretare una varietà di “segni”, che la persona normale non è in grado neppure di percepire. La conoscenza che ha maturato gli consente di “capire”subito, di riempire i “buchi”, anche a fronte della povertà dello stimolo cui può essere sottoposto.

I “buchi” non vengono solo riempiti dall’esperienza pregressa, dalla conoscenza, ma anche – proprio come avviene nel malato della sindrome specchio – dalla capacità cogliere alcuni aspetti del mondo esterno in modo del tutto contingente. In questo caso, disponiamo di una rappresentazione dell’ambiente circostanze che è solo parzialmente già contenuta all’interno del nostro cervello. Ad esempio, quando inseriamo la chiave dentro la serratura di casa compiamo una serie di “mosse”, che non si basano su una qualche rappresentazione “mentale” circa il meccanismo, che regola il funzionamento della nostra serratura. Al contrario, la nostra conoscenza è continuamente aggiornata e rivista attraverso il fare. E’ per questo che avremmo molte difficoltà a spiegare a parole come facciamo ad aprire la porta, benché sia un’operazione che ci viene estremamente naturale.





Il lavoro in team

10 03 2008

Riprendiamo La logica di House dopo qualche tempo di riposo forzato.

Dunque, cominciamo da dove? Riprendiamo dal fatto che House non ha più la sua squadra. I tre scudieri hanno mollato il grande capo e House, tanto per cambiare, ha deciso che la squarda non gli serve proprio e vuole fare di testa sua. Ovviamente tutto questo contro il volere della Cuddie, la quale invece pressa il nostro caro dottore affinché faccia dei colloqui per assumere gente nuova.

La prima puntata della nuova serie – la quarta – nasce così con un intento – diciamo – epistemico, di mostrare come House senza la sua squadra ha le armi spuntate. Non avendo più qualcuno con cui discutere e confrontarsi, il nostro House appare meno intelligente di quanto fosse prima.

La prima puntata è una perfetta rappresentazione di ciò che viene chiamata cognizione distribuita, e di cui abbiamo già parlato in passato. La teoria della cognizione distribuita sostiene che il nostro sistema cognitivo – o se preferite, la nostra mente – non è qualcosa che possa essere racchiusa all’interno della nostra testa. Al contrario per esseri come noi, la possibilità di utilizzare le risorse esterne (inanimate o animate, come nel caso di House) è fondamentale per portare a termine determinati compiti cognitivi, ad esempio, quello di fare una diagnosi. Ad esempio, possiamo parlare da soli, ma se lo facciamo con qualcun’altro riusciamo a chiarirci le idee in maniera di gran lunga migliore.

Ecco così che House sembra paradossalmente “più stupido” proprio perché non dispone più di tutta una serie di risorse (discutere delle ipotesi in gioco, ad esempio), che dipendono dal poter avere un team o una dimensione sociale del proprio lavoro.





Un artefatto un po’ speciale

18 01 2008

Più volte abbiamo rimarcato il fatto che l’attività diagnostica – quella in cui è sempre occupato House e il suo team – coinvolge da vicino la capacità umana di “interpretare i segni”, inferire, cioè, dagli indizi, che le cose allora dovrebbero stare in un modo piuttosto che in un altro.

In alcuni casi accade pure che questi stessi segni, che già di per sé richiedono una certa familiarità ed esperienza per “abdurli” o interpretarli, siano sfruttati per costruire degli strumenti, che richiedono ulteriori capacità abduttive per sfruttarne a pieno le potenzialità. Questo è il caso degli artefatti, quelli – per intenderci – che vengono spesse volte armeggiati da House e dal suo staff.

Come in questo caso:

La nostra vita è piena di artefatti, alcuni dei quali sfiorano la complessità di quelli utilizzati anche in un ospedale. Un esempio? Sembrerà paradossale, ma uno dei più grandi artefatti – forse quello più potente – è il nostro cervello. Certo, un artefatto biologico, che sfrutta la chimica, l’elettricità, ma anche i segni stessi: un artefatto multimodale, perché sfrutta vari canali mediatici, appunto. Il cervello a ben guardarlo forse è più un insieme di artefatti, ognuno dei quali svolge un ruolo fondamentale in relazione a ciascun altro.

Forse il fatto che stia “qui dentro” – sì – dove state pure voi con quella parlantina che difficilmente vi lascia stare – tranne la notte – non ci deve trarre in inganno. In fondo, che cosa è l’uomo se non un segno esterno prodotto da esso stesso? (Non è mia, è di Peirce)

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Pensare “in segni” e la “mente” degli artefatti

16 12 2007

Il grande filosofo Charles Sanders Peirce contribuì in modo decisivo alla riscoperta dell’abduzione e di quella che poi verrà etichettata con il termine “logica dell scoperta”. Nello specifico Peirce capì una cosa allo stesso tempo semplice, ma estremamente affascinante: che le attività cognitive sono attività segniche, cioè, attività che coinvolgono segni o indizi, se preferite. Detta in termini rozzi, siamo tutti degli investigatori, perché la nostra relazione con il mondo si basa sulla nostra capacità di “inferirlo”. Certamente, alcune inferenze le compiamo in modo ormai automatico, perché il nostro rapporto con il mondo si è stablizzato attraverso l’evoluzione, ma sempre di interenze si trattano.

Ora, nel compiere queste inferenze certamente l’organo che è maggiormente coinvolto è il cervello, ciò che sta dentro la nostra testa, per dirla in modo semplice. Ma non solo. Gli esseri umani sono anche degli ingegneri cognitivi nella dimensione in cui riescono a modificare l’ambiente circostante al fine di ottenere “segni migliori”, per poter esibire delle inferenze sempre più precise e controllabili. Questa attività sfocia nella costruzione di artefatti, come il computer, il microscopio, etc.

Ora, la possibilità di esibire un numero di inferenze sempre più complesse e articolate non dipende però solo dal nostro cervello, ma anche dalla continua interazione proprio con questi artefatti che costruiamo e/o che ereditiamo dalle generazioni precedenti. Ad esempio, House usa spesso una lavagna, un semplicissimo artefatto, sicuramente, ma che ha una funzione, che il cervello da solo non potrebbe esibire: quella di sostegno ai nostri pensieri. In che senso? In primo luogo la lavagna fornisce un aiuto in termini di memoria: una volta che scriviamo la parola rimane “lì”. Secondo, ci consente di manipolare la nostra attenzione, permettendoci di tenere una o più parole davanti ai nostri occhi. In ultima istanza, ci aiuta nel “ragionarci su”. In questo modo la nostra capacità di percepire segni e di ricavare le inferenze migliori viene aumentata.





Lavoro in team e cognizione distribuita

20 11 2007

Durante l’ultima puntata della terza serie, andata in onda in Italia la settimana scorsa, il dr House rimane senza collaboratori. Chase viene licenziato, Foreman decide di abbandonarlo perché ha paura di diventare un medico come lui (sensibile alle malattie dei pazienti, non ai pazienti stessi) e così pure fa Cameron, la quale dice che ha ormai imparato tutto quelli che c’era da imparare. Ora, forse la cosa potrebbe sembrare traumatizzane per il pubblico italiano, visto che – almeno da noi – riuscire a entrare in un ospedale  è già un’impresa. Figuriamoci andarsene e trovarne uno nuovo. In America le cose sono leggermente diverse. Fatto sta che, almeno dalle anticipazioni, ritrovermo nelle prime puntate della quarta serie House solo con le sue abduzioni e la sua lavagna.

Fatta questa premessa a mo’ di Sorrisi e Canzoni TV, il fatto che il lavoro in team svolga un così importante ruolo (anche nell’economia generale del serial) corrisponde a un elemento ricorrente per chi formula diagnosi di mestiere: il fatto che la cognizione – le nostre forme di ragionamento – sia distribuita.

Che la cognizione è distribuita vuole dire che la logica di House, il modo con cui procede per formulare le sue diagnosi e risolvere i problemi, non fa leva unicamente sulle risorse interne di House, quelle che si trovano nel suo cervello e a cui accede tramite la riflessione. Al contrario, House dispone di una serie di strumenti, dalle macchine per diagnostica, ai test, fino alla sua amata lavagna, che hanno la funzione di fornire delle risorse cognitive aggiuntive, come se ci fossero dei circuiti neuronali anche in un oggetto esterno. Certamente esse stanno “fuori”, per così dire, ma sono altrettanto fondamentali per riuscire a formulare una determinata diagnosi.

Di questo sofisticato apparato esterno, fanno parte ovviamente anche i suoi fidati collaboratori. Essi hanno la funzione, sicuramente, di aiutare House nel portare avanti il suo lavoro, nei test, nello scassinare gli appartamenti dei pazienti per scovare qualche battere o virus. Ma soprattutto essi servono ad House per riflettere sui sintomi, per generare delle ipotesi o per ripercorrere l’iter diagnostico, che magari per qualche ragione si è incagliato. In questo senso, Chase, Cameron e Foreman sono degli straordinari mediatori epistemici, perché consentono ad House di estendere le proprie capacità cognitive al di là di quelle che può esibire attraverso il suo cervello “nudo”.