È controintuitivo, ma vero

14 03 2009

Avere delle buone conoscenze consente di andare al di là delle apparanze. Questa è una delle grandi scoperte fiosofiche di ogni tempo (e sottolineo “filosofiche”, non scientifiche, non religiose, non ingegneristiche): ciò che una cosa sembra non esaurisce tutto ciò che può essere. Ovviamente, non è che fermarsi a ciò che una cosa sembra è una cosa negativa. Tutt’altro. Non si può pensare di dubitare di tutto. Se dubitassimo in mezzo al deserto che l’acqua che vediamo sia solo un’illusione, quando non la è, moriremmo di sete. Si dubita quando si hanno ragioni per farlo. E queste ragioni sono quello che vengono chiamate anomalie. Fatta questa premessa, proviamo a capire meglio cosa voglia dire che le cose non sono sempre ciò che sembrano.

Gli esseri umani vivono in ecologie. Cioè, il mondo non è uguale per tutti gli esseri viventi. Ciascuno ne vede una fetta e agisce in relazione a quello che vede e percepisce. Ad esempio, quando un cubetto di ghiaccio si scioglie un pezzo molto piccolo della nostra ecologia cambia. In realtà, non è cambiato niente: il cubetto di ghiaccio serve a noi per raffreddare una bibita, ma alla fine è sempre acqua.

Ora, la conoscenza ha un potere particolare: quello di generare delle nuove ecologie, attraverso cui percepire dei nuovi oggetti e poter ampliare le nostre possibilità di agire. E questo ha poi pesanti ricadute sulla nostra vita. Faccio un esempio molto semplice. Secondo alcuni calcoli una bottiglia di acqua, di quelle che si vendono al supermercato, consuma da 1100 a 2000 volte più energia di quella del rubinetto. In entrambi i casi stiamo bevendo dell’acqua. Questo è quello che avviene nella nostra ecologia, che è immediatamente presente in cucina piuttosto che altrove. In realtà, attraverso lo studio del percorso che quella bottiglia confezionata ha fatto possiamo ampliare la nostra ecologia e renderci conto di un altro fatto molto semplice: che nel primo caso stiamo bevendo acqua e petrolio. Questo è un fatto che potrebbe apparire controintuitivo, perché, se veramente stessimo bevendo del petrolio, moriremmo. Tuttavia, anche se appare controintuitivo è altresì vero.





La conoscenza è usabile?

16 06 2008

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Gli economisti distinguono fra beni che sono rivali e beni che non lo sono. Ad esempio, se io e te abbiamo a disposizione una mela, se io me la mangio, ti privo della possibilità di fare lo stesso. Se invece condividiamo un informazione, ciò non avviene. Ad esempio, se ti chiedo l’ora, una volta che tu me l’hai detta, non smetti certamente di sapere che ore sono. In gergo tecnico si dice che la conoscenza non è un bene rivale. Steven Weber addirittura parla della conoscenza come di anti-rival good, perché proprio nel condividerla essa acqusisce sempre più valore.
Sempre gli economisti ci spiegano questo fatto, dicendo che la conoscenza ha dei costi marginali che tendono a 0. Dato un bene qualsiasi i costi marginali sono i costi necessari per produrne una seconda copia. Per avere un’idea intuitiva si pensi alla differenza fra fare le fotocopie di un libro e fare le fotocopie da un libro già fotocopiato. Nel primo caso dovete mettervi lì a fare pagina per pagina, mentre nel secondo caso inserite i fogli già fotocopiati, e la macchina lo farà per voi in automatico.
Per la conoscenza, come dicevo, questi costi marginali, si riducono a zero. Per tornare all’esempio dell’orologio, dire a un vostro amico l’ora non vi costa assolutamente nulla.

Che la conoscenza sia un bene non-rivale o addirittura anti-rivale, tuttavia, sottovaluta due aspetti fondamentali: in primo luogo, la conoscenza prima di trasferirla occorre produrla. E questa è un’attività estremamente costosa. In secondo luogo, la conoscenza è sempre quella che arriva, per dirla con una battuta. Cosa vuole dire questo? Vuole dire che in realtà – a meno di parlare di una manciata di bit – della conoscenza non si ha mai una seconda copia fedele alla prima. Un qualsiasi processo di apprendimento non porta alla riproduzione fedele di un’idea dalla testa dell’insegnante a quella del discepolo. Anzi, ciò che si apprende entra sempre in relazione con un patrimonio di conoscenze pregresse, che tende a essere unico. Trasferire una conoscenza è quindi un processo più simile a un riscoprire, che a un’attività della serie “copy-and-past” (copia-e-incolla).

Questa ultima considerazione ci porta a sollevare un dubbio. Si parla spesso del fatto che con internet e il web le società hanno uno strumento straordinario di diffusione della conoscenza. Certamente il fatto di avere più informazioni è un elemento fondamentale per accrescere le cose che sappiamo. Tuttavia, un’aumento della disponibilità dell’informazione pura e semplice non basta, perché le informazioni vanno comprese. E se una persona non dispone degli strumenti idonei a comprenderle, poco importa se avrà poche o tante conoscenze attorno a sé, perché non sarà in grado di sfruttarle.





Oclocrazia e conoscenza

27 05 2008

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Vorrei lanciare una provocazione, che suona più o meno così: le conoscenze e le grandi scoperte che hanno portato le società umane a primeggiare sono state più o meno il prodotto del lavoro di elite o di aristocrazie. E l’avvento della democrazia ha solo favorito la loro distribuzione verso tutti i ceti della popolazione, indipendentemente dal censo o dal sangue.

Quindi, per semplificare ulteriormente, sembrerebbe che l’idea che anche le masse in democrazia entrino all’interno nel mondo della conoscenza si basa essenzialmente sull’aver confuso la sua produzione con la distribuzione: la prima farebbe leva essenzialmente su una dimensione fortemente aristocratica (non la possono fare tutti), mentre solo la seconda avrebbe a che fare con la democrazia (la conoscenza disposizione di tutti).

Lancio questa provocazione perché alcuni hanno sostenuto che l’avvento della società della rete ha contribuito a cambiare questa logica. Alcuni anni fa, ad esempio, Howard Rheingold scriveva un libro dal titolo Smart Mobs (masse intelligenti, letteralmente), in cui sosteneva l’emergenza di forme autorganizzate di produzione della conoscenza, estremamente flessibili e totalmente decentrate. La promessa stessa della cosiddetta e-democracy costituisce un altro esempio.

Solo recentemente sono stati sollevati alcuni dubbi sulla potenzialità delle masse di contribuire in modo collettivo alla produzione della conoscenza. Ad esempio, nel libro di Andrew Keen, The cult of the Amateur (Il culto del dilettante), viene presentata una violenta polemica con l’idea che tutti siano produttori di conoscenza.

Già ventidue secoli fa lo scrittore e storico greco Polibio aveva brillantemente individuato una dinamica, che forse ci può essere d’aiuto per destreggiarsi all’interno di questo tema. Polibio riteneva che in corrispondenza delle tre principali forme costituzionali, monarchia, aristocrazia, democrazia, se ne potessero individuare le rispettive forme degenerate: tirannia, oligarchia e infine oclocrazia. Proprio quest’ultima ci può aiutare a capire meglio il problema.

L’oclocrazia è sostanzialmente caratterizzata dalla dittatura delle masse, la quale porta progressivamente lo stato e i suoi beni in rovina. Per Polibio una delle cause della degenerazione della democrazia in oligarchia è il raggiungimento e il consolidamento di un certo livello di standard di vita diffuso in tutta la popolazione. Questo porta le masse a dare per scontato valori quali l’uguaglianza e la libertà e pensare di poter fare molto più di ciò che è in loro potere.

Il ragionamento di Polibio è in stretta analogia con ciò che avevamo discusso in qualche post fa riguardo la trasparenza della conoscenza: a un certo punto la diffusione capillare della conoscenza porta la società a darla per scontato, perché uno degli effetti principali della conoscenza è di semplificare la vita. Ma una volta che la si da per scontato – diventa cioè trasparente, proprio come un artefatto che utilizziamo tutti i giorni senza accorgercene – la si sotto-valuta, le si da meno valore e di conseguenza aumentano i pericoli di un regresso.

Ecco dunque che arriviamo alla domanda principale, che mi pongo in questo post: l’idea che vi siano grazie alle nuove tecnologie delle smart-mobs trova un sostegno reale, oppure è il frutto di una oclocratizzazione della conoscenza? Siamo di fronte a un reale empowerment delle masse? Oppure stiamo pericolosamente debordando verso una e-ochlocracy?





La trasparenza della conoscenza

8 05 2008

Succede spesso nella vita di accorgerci dell’importanza di qualche cosa quando questa viene meno. Senza scomodare esempi emotivamente impegnativi, basta pensare quando va via la luce e ci troviamo a fissare una candela senza poter fare praticamente niente, se non attendere che ritorni. Questo è un esempio per dire che ci sono cose, che occupano un ruolo fondamentale nella nostra vita di esseri umani, come nel caso della luce, anche se la loro presenza ci è trasparente; trasparente nel senso che è talmente integrata all’interno della vita di tutti giorni, che la diamo completamente per scontata.
Una delle cose che nella vita di tutti giorni tende a essere/diventare trasparente – proprio come la luce elettrica – è la conoscenza.
Considerate il caso stesso del Dr. House. A parte casi rari, la maggior parte delle persone ottiene un certo godimento guardando il programma televisivo, anche se sono totalmente inconsapevoli delle conoscenze necessarie per costruire nei migliore dei modi anche la puntata più scadente. Si parla di conoscenze tecniche, ma anche di quelle necessarie, ad esempio, a un attore per recitare bene o quelle che lo sceneggiatore ha utilizzato per attrarre intellettualmente il pubblico.
Sicuramente, la fruizione di queste conoscenze è del tutto mediata attraverso vari elementi: una trama, dei casi particolari, la bellezza o la simpatia del cast, ecc. Anzi, possiamo arrivare a dire che nel caso in cui non ci fosse questa mediazione – che di fatto rende la conoscenza trasparente – probabilmente il dr House non avrebbe il successo che ha.
Gli esseri umani godono della conoscenza prodotta da varie comunità umane in diversi momenti, ma hanno come l’illusione che non vi sia. Anzi, paradossalmente è la conoscenza stessa che favorisce questo stesso fenomeno, poiché la conoscenza semplifica la vita degli esseri umani e, in una certa misura, aiuta addirittura le persone a essere più felici. Eppure accade – e non è un fatto raro – che proprio il fatto che alcune conoscenze diventino facilmente trasparenti induce le persone a credere che esse non servano proprio a niente.