Il significato cognitivo dei sogni

18 12 2008

Riprendiamo dopo qualche mese di assenza La Logica di House, ripartendo da un tema ricorrente nella nostra amata serie: i sogni. Lo spezzone che vi propongo è tratto dall’ultima puntata della IV serie. Amber – la ragazza di Wilson – è in coma e House è l’ultima persona ad averla vista, prima di un incidente in bus di cui entrambi sono stati coinvoltia. A seguito però dell’incidente – ma soprattutto della sbornia – House non ricorda niente. E questa amnesia può risultare decisiva per la formulazione della diagnosi, perché anche il ricordo di un minimo dettaglio potrebbe un sintomo per spiegare lo stato in cui versa Amber, che non sembrerebbe causato dall’incidente con il bus. Ed è a questo punto che iniziano le visioni di House:

Da questo video si possono ricavare alcuni spunti interessanti per avanzare un’ipotesi sul ruolo cognitivo svolto dai sogni. Già nella cultura popolare i sogni possono talvolta essere rivelatori. Tuttavia questa concezione pseudo-cognitiva è avvolta spesse volte da argomenti che con la scienza hanno poco a che fare. Parlo, ad esempio, dei sogni premonitori.

Eppure a veder bene la faccenda, i sogni sono sempre e comunque degli eventi psichici. Ma eventi psichici di cosa? Nel video la teoria avanzata sembra essere la seguente: il sogno rende visibile il lavoro continuo della mente, che spesse volte avviene senza alcuna consapevolezza. Questa idea non è poi tanto lontana dal vero, se pensiamo quanto della nostra vita cognitiva avviene senza che ci sia un intervento diretto della coscienza. Si pensi a quante attività riusciamo a compiere quasi come se fosse inserito il pilota automatico.
Ma allora perché nel sogno questo lavoro sotterraneo emerge?

Freud, ad esempio, riconobbe nel sogno una manifestazione dell’inconscio. Ma se il sogno ci aiutasse perfino nella formazione delle ipotesi? In fondo durante il sonno avvengono dei processi fondamentali per il consolidamento della memoria e non è escluso che, essendo la memoria un processo selettivo, nel sogno questa attività potrebbe diventare manifesta alla coscienza, forse per farci ricordare, e quindi fissare meglio, degli elementi che potrebbero esserci utile, come nel video. Il ricorso a stati di coscienza potrebbe essere uno strumento in più a disposizione del nostro sistema cognitivo per elaborare messaggi equivoci. Oppure?





Leggere nella mente

15 12 2008

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House sta cercando di entrare nel computer di una paziente, ma non riesce a indovinare la password. Fino a quando una persona del suo staff gli fa notare che il computer non è coperto da password, che basta perciò cliccare su annulla e che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. La frase è ovviamente paradossale, ma ci può dire qualcosa di interessante su un fenomeno che alcuni ritengono tipicamente umano: il mind reading (leggere nella mente).

Saper cogliere le intenzioni delle altre persone fu un passo evolutivo di fondamentale importanza per creare la complessità sociale, in cui viviamo. Ma come riusciamo a intuire ciò che pensano gli altri, fino addirittura a indovinare quando qualcuno mente?
L’assistente di House dice che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. Tradotto in termini più precisi questo vorrebbe dire che ci dobbiamo immedesimare nelle altre persone per capire cosa pensano. Ma se uno non si fida del prossimo sarà molto difficile che riesca a immedesimarsi in chi del prossimo si fida invece. E viceversa. Eppure non è sempre così.

L’abduzione può nuovamente aiutarci a risolvere il caso. Potremmo infatti pensare che leggere nella mente degli altri sia una attività, che derivi essenzialmente dalla capacità degli esseri umani – in parte innata, in parte addestrata – di formulare spiegazioni su ciò che pensano le altre persone inferendole a partire da tutta una serie di indizi e segnali che riceviamo.

Questa capacità di formulare spiegazioni (che chiamiamo mind reading) è, come ho detto, in parte innata. Ad esempio, una sorgente fondamentale di informazioni su ciò che stanno pensando le altre persone è il loro viso. E il riconoscimento delle espressioni facciali è totalmente gestito da una parte del cervello collegata alle emozioni, che si chiama amygdala. La capacità di formulare abduzioni in base agli indizi forniti dal viso di una persona è per buona parte innato. Infatti, si è potuto verificare come pazienti con lesioni all’altezza dell’amygdala non siano in grado di valutare il grado di fiducia, che un viso può richiamare. Cioè, non sono in grado di formulare abduzioni, come quando il medico non ha sintomi sufficienti per arrivare a una diagnosi. In questo caso l’amygdala è un motorino abduttivo che riconosce i sintomi e li mette in ordine.

Tuttavia, la nostra capacità di leggere nella mente non dipende solo da strutture innate (o quasi innate). Ad esempio, il linguaggio può veicolare tutta una serie di segni, di indizi, che, alla mente allenata, possono dire moltissimo su ciò che pensano le persone. Freud pensò addirittura che facendo parlare un paziente si potesse inferire non solo ciò che pensa, ma perfino entrare nella sua realtà più profonda, l’inconscio. Ma senza andare oltre, il linguaggio è una fonte inesitimabile di informazioni sulle persone. In questo caso, come detto, non basta però il nostro equipaggiamento innato. Occorre talvolta sviluppare e, letteralmente, imparare dei trucchi. Un po’ come avviene per il medico, che non nasce tale, ma deve studiare studiare e studiare.





Le emozioni e l’ossessione dei puzzle

5 12 2007

Il luogo comune identifica nello scienziato, di qualunque natura esso sia, una persona sotanzialmente priva di emozioni e dedita interamente all’esercizio delle proprie facoltà razionali. Anche House sembra un freddo calcolatore, ma in realtà non è così. In diverse puntate House va oltre quelle che sono le regole della propria deontologia per risolvere il caso. E’ razionale rischiare anche la propria professione pur di risolvere il caso ed eventualmente salvare la vita del paziente?
No, ovviamente. Questo dimostra come l’emozione sia un elemento fondamentale anche per attività, che non esiteremmo a definire fredde e calcolatrici. Questo perché è l’emozione stessa un meccanismo, costruito nel corso dell’evoluzione, per arrivare a un calcolo dei costi/benefici, che ci consenta in breve tempo di arrivare a una decisione.
L’emozione è certamente qualcosa di poco raffinato, poiché tende a comportarsi in modo manicheo nello spingerci nel compiere un’azione piuttosto che un’altra: o sì o no, tertium non datur. Tuttavia, volente o nolente, ci assiste in ogni processo decisionale, proprio per questa sua capacità di semplificare il campo delle alternative fino a escluderne tutte, tranne una.
Per la sua forza “propulsiva”, come se fosse un reattore di un missile, l’emozione è in grado di catalizzare risorse, che la fredda ragione non sarebbe in grado di arruolare (l’emozione ha una forte componente fisiologica, che genere una risposta che coinvolge tutto il corpo).
Si può parlare di “passione”, che non è solo qualcosa che sta alla base di una determinata pratica, come può essere la vocazione, – anche quella dello scienziato – ma è qualcosa che coinvolge l’intera attività scientifica nelle sue varie forme. Ed è per questo che ad alcuni può sembrare un’ossessione, l’ossessione dello scoprire, di risolvere problemi, di costruire la teoria migliore.