Immunizzazione cognitiva

22 01 2009

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Oggi vorrei parlare di un fenomeno, che chiamerei “immunizzazione cognitiva”. Cosa voglia dire immunizzazione lo sanno tutti: vuole dire che un cambiamento o un stato del mondo – pur essendoci o avvenendo – non sortisce alcun effetto su un determinato organismo, che si dice essergli immune.

Per analogia, l’immunizzazione cognitiva è quella forma di immunizzazione che riguarda per l’appunto eventi correlati con la conoscenza. Vi sono cioè delle conoscenze, variamente intese, che , pur essendo discusse e anche analizzate, non sortiscono alcun effetto sulle credenze delle persone, che risultano perciò esserne immuni.

Se ne parla da tempo, ma solo negli ultimi mesi la questione dei “giovani” è giunta prepotentemente alla coscienza pubblica. Uno studio della Cattolica di Milano ha dato un quadro impietoso dei giovani 30enni di oggi. La “peggio gioventù” non ha peso politico, economico, sociale, etc.

Qualcuno dirà: “ecco si è rotto il silenzio”. Il silenzio si sarà pur rotto, ma dentro non c’è nessuna sorpresa, per dirla con una battuta. La situazione – e lo sappiamo – è drammatica. E’ drammatica a un livello tale, eppure non succede niente. Un candidato giovane alle primarie del PD ha raccolto una manciata di voti, pur cavalcando l’onda. Il dr House la chiamerebbe un’anomalia. E le anomalie vanno spiegate.

Una spiegazione potrebbe essere il fatto che vi sono certi contenuti, certe informazioni, certe conoscenze, da cui siamo – per l’appunto – immuni. Bene inteso, non è che non le leggiamo, non ci riflettiamo sopra. Semplicemente, non portano ad alcuni cambiamento sostanziale nel nostro sistema di credenze. La maggior parte delle persone rimangono ancorati a quella che due logici anglossasoni (Dov Gabbay e John Woods) chiamano “epistemic bubble”. Il nostro sistema di credenze assomiglia a una sorta di bolla, la quale ci consente sostanzialmente di essere immuni da tutta una serie di conoscenze. E come quando passa un gatto nero. Sappiamo che se attraversiamo la strada non succede nulla, ma quel tipo di informazione non ci distoglie dalla credenza di aspettare che qualcuno passi prima di noi.

Succede anche con l’attuale classe dirigente, e qui ritorniamo ai giovani. Sanno che moriranno, che prima o poi (ed è più vicino il prima che il poi) dovranno lasciare il campo: eppure agiscono esattamente come se fossero immortali. Allo stesso modo i giovani sanno che nella maggior parte dei casi dovranno ripiegare verso una vita mediocre, vedendosi tante aspettative respinte come pie illusioni – anche se del tutto legittime. Eppure continuano a sognare, come se il futuro riguardi gli altri. E forse è così, se noi fossimo “i giovani”. Ma giovani – noi – non lo siamo più