La logica di Facebook (o del perché ha successo)

31 01 2009

Credo di essere un utente di Internet antiquato, perché il centro delle mie relazioni “informatizzate” è e rimane l’email (o la mail). Per questo sono rimasto – direi – quasi scioccato al vedere che diverse persone, che non rispondevano sistematicamente ai miei email, erano invece perfettamente a loro agio nel comunicare con facebook. Perché? Non trovate che sia una anomalia? Non rispondi all’email, ma “su facebook” sì? House direbbe che questa è un’anomalia. E le anomalie necessitano di spiegazioni.

L’ipotesi che ho formulato è questa: facebook è facile. Ed è facile non nel senso che è usabile, ma nel senso che le persone si immaginano immediatamente a cosa può servire una roba del genere. E perché si immaginano facilmente a cosa può servire? La risposta è che si capisce a cosa possa servire, perché si basa sullo stesso meccanismo, per cui le persone tendono, ad esempio, ad antropomorfizzare le cose o gli eventi, oppure a procacciarsi informazioni attraverso attività di gossip, ecc..

La logica di House ci può venire in soccorso per chiarire meglio questo meccanismo. House nel risolvere i casi fa leva sulle sue abilità diagnostiche. Queste abilità diagnostiche riguardano sia le conoscenze mediche, sia tutta una serie di abilità di carattere cognitivo, che hanno a che fare con la generazione di spiegazioni in un ambito specifico, quello della medicina. Ora, se non tutti gli esseri umani hanno queste abilità per la medicina, lo hanno invece per il sociale. Cioè, gli esseri umani – chi più chi meno – possiedono in maniera spiccatamente sviluppata rispetto al resto un tipo di intelligenza, che viene chiamata intelligenza sociale. In questo caso, siamo un po’ tutti House.

Alcuni scienziati cognitivi e dei neuroscienziati hanno affermato, con una discreta mole di dati empirici, che il nostro cervello è “tagliato” – e si è evoluto di conseguenza – per risolvere problemi riguardanti i rapporti con gli altri simili. Cioè, parte dei nostri meccanismi cognitivi sono progettati con un preciso scopo, quello di vivere in gruppi socialmente complessi.

screenshot-clipser-intelligenza-sociale-mozilla-firefox

La cosa interessante è che in realtà parte di questi meccanismi, nati e progettati per la gestione delle relazioni di gruppo, vengono recultati – e si “mescolano” – con altre abilità cognitive (ad esempio, il ragionare, il cercare informazioni, ecc), non strettamente sociali. Si può, ad esempio, utilizzare una categoria sociale per descrivere certi fenomeni naturali. E questo è tipico del pensiero antropomorfico. Ad esempio, diciamo che il vento ulula, che la montagna è assassina, che il mare ha spazzato via tutto. E in taluni casi attribuiamo perfino delle intenzioni alle cose, anche se sappiamo benissimo, che non hanno niente di simile. Questo perché – per dirla come House – i sintomi che riconosciamo con più facilità, sono quelli che sono facilmente descrivibili in termini “sociali”.

Ora, facebook è facile – cioè, si capisce facilmente – perché permette alle persone di interpretare o rappresentarsi lo strumento in termini prettamente sociali. Infatti, tutto è gestito non a partire da procedure astratte e complicate, ma è immerse all’interno di un contesto particolare, che aiuta l’utente ha “vedere” le cose innazitutto come qualcosa che riguarda sostanzialmente altri esseri umani. Per fare una similitudine, è come il sale, una sorta di condimento, che va bene e migliora una grande varietà di cibi. Con alcuni limiti, che però vedremo nei prossimo giorni.





Dimmi se sei felice

24 12 2008

Intanto, comunicazione di servizio: La logica di House sbarca su facebook: http://www.facebook.com/people/La-Logica-Di-House/1120565750

E ora veniamo al post del giorno. House è spesse volte dipinto come una persona totalmente insensibile. I discorsi alla Patch Adams, quelli dell’importanza delle relazione con malato, di chiamarlo per nome, di curare prima la persona e poi la malattia, beh, possono essere tranquillamente lasciati a casa. Ma è proprio così?
House è rude, insofferente alle convenzioni sociali, ma non è affatto insensibile. Infatti, se lo fosse realmente, in molti casi non riuscirebbe ad arrivare alla diagnosi corretta e risolvere i suoi “puzzle” tanto amati. La ragione sta nel fatto che le informazioni sul paziente, anche quelle che riguardano i suoi stati d’animo più privati, come la felicità o la disperazione, possono risultare degli indizi fondamentali.

Ad esempio, notare l’indifferenza della paziente dopo che le è stato detto che non c’è niente da fare intanto dimostra che si sa leggere i sentimenti delle persone. Ma soprattutto può essere un piccolo sintomo, che ci può far inferire che forse è depressa. E che se è depressa può aver tentato il suicido. E che quindi può essere un caso di avvelenamento, non una malattia genetica o un virus letale.

Depressione





Leggere nella mente

15 12 2008

screenshot-clipser-fidarsi-del-prossimo-mozilla-firefox

House sta cercando di entrare nel computer di una paziente, ma non riesce a indovinare la password. Fino a quando una persona del suo staff gli fa notare che il computer non è coperto da password, che basta perciò cliccare su annulla e che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. La frase è ovviamente paradossale, ma ci può dire qualcosa di interessante su un fenomeno che alcuni ritengono tipicamente umano: il mind reading (leggere nella mente).

Saper cogliere le intenzioni delle altre persone fu un passo evolutivo di fondamentale importanza per creare la complessità sociale, in cui viviamo. Ma come riusciamo a intuire ciò che pensano gli altri, fino addirittura a indovinare quando qualcuno mente?
L’assistente di House dice che “è dura entrare nella testa di qualcuno che si fida del prossimo”. Tradotto in termini più precisi questo vorrebbe dire che ci dobbiamo immedesimare nelle altre persone per capire cosa pensano. Ma se uno non si fida del prossimo sarà molto difficile che riesca a immedesimarsi in chi del prossimo si fida invece. E viceversa. Eppure non è sempre così.

L’abduzione può nuovamente aiutarci a risolvere il caso. Potremmo infatti pensare che leggere nella mente degli altri sia una attività, che derivi essenzialmente dalla capacità degli esseri umani – in parte innata, in parte addestrata – di formulare spiegazioni su ciò che pensano le altre persone inferendole a partire da tutta una serie di indizi e segnali che riceviamo.

Questa capacità di formulare spiegazioni (che chiamiamo mind reading) è, come ho detto, in parte innata. Ad esempio, una sorgente fondamentale di informazioni su ciò che stanno pensando le altre persone è il loro viso. E il riconoscimento delle espressioni facciali è totalmente gestito da una parte del cervello collegata alle emozioni, che si chiama amygdala. La capacità di formulare abduzioni in base agli indizi forniti dal viso di una persona è per buona parte innato. Infatti, si è potuto verificare come pazienti con lesioni all’altezza dell’amygdala non siano in grado di valutare il grado di fiducia, che un viso può richiamare. Cioè, non sono in grado di formulare abduzioni, come quando il medico non ha sintomi sufficienti per arrivare a una diagnosi. In questo caso l’amygdala è un motorino abduttivo che riconosce i sintomi e li mette in ordine.

Tuttavia, la nostra capacità di leggere nella mente non dipende solo da strutture innate (o quasi innate). Ad esempio, il linguaggio può veicolare tutta una serie di segni, di indizi, che, alla mente allenata, possono dire moltissimo su ciò che pensano le persone. Freud pensò addirittura che facendo parlare un paziente si potesse inferire non solo ciò che pensa, ma perfino entrare nella sua realtà più profonda, l’inconscio. Ma senza andare oltre, il linguaggio è una fonte inesitimabile di informazioni sulle persone. In questo caso, come detto, non basta però il nostro equipaggiamento innato. Occorre talvolta sviluppare e, letteralmente, imparare dei trucchi. Un po’ come avviene per il medico, che non nasce tale, ma deve studiare studiare e studiare.





Intelligenza sociale

10 11 2007

Il dr. House è certamente una persona un po’ ruvida, molto fredda per certi versi. Ma il fatto che sia ruvido, che spesso sembri del tutto privo di sentimenti nei confronti dei suoi pazienti, non significa che non sia in grado di empatizzare. Accade spesso invece che House arrivi a formulare la diagnosi corretta proprio grazie alle informazioni, che riguardano la vita, le passioni e anche i sentimenti dei suoi pazienti. Sembrerà paradossale, ma House ha una spiaccata intelligenza sociale. L’intelligenza sociale è appunto una forma di intelligenza, che si fonda sull’utilizzo di indizi, risorse, informazioni, che derivano prioritariamente dai canali sociali, ad esempio, le sensazioni che abbiamo nel momento in cui incontriamo una persona. L’empatia, ad esempio, è un altro caso. Perché si parla di intelligenza? Perché è proprio il modo con cui riusciamo a interagire con un altro essere umano o con un gruppo che è ciò che consente di affrontare dei problemi e prendere delle decisioni.