Sensibilità morale e la logica di House

15 02 2009

I segni vanno interpretati, per cui non ci sono segni senza interpretazioni. Senza i medici e le enciclopedie mediche, non ci sarebbero sintomi. I sintomi sono tali perché vengono interpretati. D’altro canto, non ci sono interpretazioni senza segni. Se non ci sono sintomi, infatti, è impossibile identificare una malattia.

Questo vale per la logica di House, ma può essere applicato anche alla morale. Più precisamente, alla nostra sensibilità morale, cioè, alla capacità di identificare nel mondo oggetti che hanno – o possono avere – un valore intrinseco. La morale funziona esattamente come funziona la logica di House. Abbiamo anche in questo caso dei “sintomi”, che possono essere delle emozioni, delle evidenze empiriche, delle leggi morali. L’unica differenza è che non formuliamo delle spiegazioni, che rendono conto dei sintomi, ma inferiamo delle ragioni, che ci inducono ad agire in favore o meno qualcosa o di qualcuno.

Esattamente come un’ipotesi formulata da House, così anche un’ipotesi “morale” può subire delle modificazioni, perché otteniamo più “sintomi”. In gergo tecnico, diciamo che anche il giudizio morale è descrivibile da una logica non-monotonica. In questo senso, anche la morale è soggetta o aperta a un miglioramento o a una evoluzione. Nessuna interpretazione senza segni. Quindi, il tipo di inferenze morali che possiamo produrre dipendono a loro volta dal tipo di sintomi che riusciamo a costruire. E come i vari strumenti diagnostici, come la risonanza magnetica o un esame tossicologico, permettono di avere al medico delle informazioni più precise, così possiamo avere delle analoghe tecnologie, che permettono di offrire, fra gli altri, perfino dei “sintomi morali”.

Nel caso della medicina, l’innovazione tecnologica permette di avere a disposizione dei “nuovi” sintomi, che aprono le porte all’identificazione di nuove malattie. Qualcosa di simile avviene anche nel caso della morale, con la creazione di nuovi “soggetti” morali, di cui in precedenza non vi era neppure l’ombra. Eccone un esempio.

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Mediatori morali e morale distribuita

8 02 2009

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Siamo alla puntata 13 della quinta serie. Cuddy è riuscita finalmente ad avere in affido un bambino, ma i problemi – per una donna sola e in carriera – sono innumerevoli. Che fare quindi? Tenerlo oppure ridarlo?

Nello spezzone qui sopra Wilson porta alla Cuddy una foto particolare, una foto di come potrebbe essere la bimba a 18 anni, ottenuta attraverso un programma che invecchia le persone. Attraverso la foto Wilson vuole far capire a Cuddy, che la sua bambina non sarà sempre una creatura che dorme, piange e succhia il latte. Al contrario, imparerà ad andare in bici, avrà le prime delusioni d’amore, avrà bisogno di consigli e la mamma sarà testimone di tutto questo.

Questo è un esempio perfetto di quello che un filosofo e scienziato cognitivo, Lorenzo Magnani, chiama mediatore morale. La morale, a differenza di quanto si possa credere, non è solo una “cosa” fatta di regole e di principi, che si trovano “dentro” la nostra testa. Ma è un fenomeno distribuito.

Spesse volte accade che anche semplici cose, come una foto, assumano un valore morale, nella dimensione in cui aiutano le persone a riflettere su un problema e a esplorare delle possibili soluzioni. Nel caso descritto, Cuddy ha un evidente problema morale. La bambina le sta stressando la vita e riconfigurando totalmente il suo sistema di valori, che fino a quel momento costituivano la base della sua vita. Anche se i valori e i principi sono conosciuti in astratto, la situazione concreta richiede una soluzione, che può non essere immediatamente disponibile. Cuddy non è infatti totalmente persuasa che una bambina possa essere più importante rispetto alla propria carriera. È avendo questo in mente che Wilson pensa alla foto.

La foto in questione, che mostra la bimba invecchiata di 18 anni, permette di aiutare l’immaginazione morale della Cuddy a vedere quanto potrebbe essere importante per la figlia al di là di cambiargli il pannolino e allattarla. Tutto questo processo può certamente avvenire “internamente” – nella mente della Cuddy. Ma una foto, proprio perché sta fuori e mette in moto processi legati, ad esempio, alla percezione, svolge il lavoro in maniera di gran lunga migliore rispetto al pensarci e basta.

In questo, la foto non è per niente diversa rispetto, ad esempio, alla lavagna di House. In entrambi i casi le nostre attività cognitive e morali avvengono in concerto con le risorse esterne. E anche se queste sono costituite da semplici oggetti – una foto e un pennarello per scrivere – nel modo con cui interagiscono con le persone diventato dei mediatori fondamentali, permettendo di svolgere dei compiti, che altrimenti sarebbero estremamente costosi per la nostra mente “da sola”.