Tutto è un segno, ma non tutti i segni hanno lo stesso valore

1 02 2009

Un grande filosofo americano del IXX secolo, Charles Sander Peirce sosteneva che l’uomo è un segno esterno. Cosa vuole dire che l’uomo è un segno esterno? Vuole dire che in ultima analisi sappiamo di esistere, perché ci sono dei segni, che siamo in grado interpretare. Lasciamo perdere, se le nostre interpretazioni sono giuste o sbagliate. Il punto è che inferiamo l’esistenza di qualcosa – anche di noi stessi – dal fatto che ci sono dei segni. Nel caso di House i segni sono i sintomi. E dai sintomi cerchiamo di risalire alle cause, cioè, alla malattia, che ne spiega la presenza.

Ora, nel video la ragazza introduce questo argomento dicendo che “tutto deve avere un significato”. Perché, esattamente come ci sono dei sintomi, e quindi ci deve essere una malattia che li spieghi, così vale per tutte le altre cose. Ora, la risposta di House è interessante, perché le risponde che tutto ciò che ha valore sta qua giù.

La risposta di House inserisce il discorso della natura dei segni (o dei sintomi). Se conosciamo attraverso i segni, che sono sintomatici di ciò che esiste, quale è la loro natura? La risposta di House è che i segni sono tutto ciò che sta in questo mondo. Ed è una conclusione apparentemente logica: non possiamo pensare senza segni, come non possiamo formulare diagnosi senza i sintomi.

Il problema è che alcuni segni – non tutti – sono costruiti. Una parola in natura non esiste, ma nel momento in cui si inventano carta e penna sì. Ad esempio, se apro il computer e scrivo “DIO”, beh, quello è un segno a tutti gli effetti. E, diventando un segno, necessita di una spiegazione. Alcuni diranno che DIO è spiegato dal fatto che ogni cosa creata deve avere un creatore. Altri diranno che è spiegato dal desiderio dell’uomo di andare oltre la morte. E così via. Il punto però è che una volta che il segno esiste, immediatamente questo crea la realtà, nella dimensione in cui genera delle possibili interpretazioni e dei significati.

Ovviamente, proprio perché un segno genera delle interpretazioni, tutto è un segno, ma non tutti i segni hanno lo stesso peso. Vi sono infatti segni, che aiutano o contribuiscono a formulare delle interpretazioni o delle spiegazioni, che poi si possono rivelare molto attendibili. E questo è il caso dei segni della scienza.

La scienza è quella pratica cognitiva, che si è interessata a costruire dei segni particolari – le evidenze empiriche – che potessero portare a spiegazioni, che funzionassero più di altre nel mondo. Che ci aiutassero, cioè, ad aumentare il nostro potere di comprensione dei fenomeni che ci stanno attorno. La risposta di House va in questa direzione. Non è tanto considerare solo i segni che stanno “qua giù”, ma il problema di controllare questi segni, in modo tale che dietro ad essi non si celino delle fate morgane, ma delle realtà, attraverso cui poter basare le nostre interpretazioni e le nostre scelte più importanti.





Il dilemma di Wilson: svegliarla per dire che sta per morire?

31 12 2008

“La sveglio per dirle che sta per morire?”. Questo è il dilemma che affronta Wilson nell’ultima puntata della quarta seria, puntata in cui muore Amber (la sua fidanzata) .

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Amber è stata messa in coma farmacologico per evitare che la malattia, che aveva contratto, potesse colpire via via tutti gli organi. Il Team di House è giunto alla diagnosi, ma troppo tardi. Quindi il dilemma: svegliarla per dirle che sta per morire? O per salutarla per l’ultima volta?

La filosofia ci offre due pensieri degni di nota attorno alla morte, con cui affrontare questo dilemma. Il primo pensiero è: se siamo vivi, non siamo morti. E se siamo morti, non siamo vivi. Quindi la morte non è un affare nostro, almeno fin tanto che siamo in vita. Questa però non è una grande spiegazione. I draghi non esistono, eppure li possiamo pensare. Così la morte. È questo che ci frega.

Questo ci permette di provare con un secondo ragionamento attorno alla morte. Le cose – dice il filosofo – si dividono in due categorie: quelle che sono in nostro potere e quelle che non lo sono. E le categorie di buono o cattivo, di bene o male, possono essere utilizzate solo per le cose che sono in nostro potere. Ha senso dire che la forza di gravità è odiosa?

Ora veniamo alla morte. È in nostro potere evitare di morire? Certo che no, quindi il morire non è in alcun modo un bene o un male. È un fatto di natura. Ciò che ci fa soffrire non è quindi la morte, ma i nostri pensieri, i nostri giudizi attorno alla morte.

Qualcuno potrebbe dirmi: “certo, ma a Wilson dispiacerà non vedere più Amber”. Al che si potrebbe rispondere che dispiacersi per questo è come dispiacersi che vi sia la forza di gravità. È un fatto essere mortali, che va al di là del nostro potere. Perché giudicarlo? Semmai è in nostro potere quello di cercare di essere felici nel maggior numero di volte possibile.

Quindi, al dilemma di Wilson io risponderei, che sì, è giusto svegliarla per dirle che sta per morire. E salutarla per l’ultima volta.





Conoscenza, illusioni e spiegazioni magiche

20 04 2008

House sostiene che non c’è bisogno della magia per spiegare ciò che non si riesce a spiegare. Bene inteso, la posizione di House non è quella di uno scientista cocciuto, che non vuole credere che non ci sia niente oltre ciò che non possiamo spiegare. Semplicemente l’esistenza di fenomeni magici è una spiegazione che non regge. Ce ne deve essere una migliore.
Il tema dei maghi ci consente di introdurre un tema certamente affascinante, che è quello delle illusioni. Non quelle che si hanno in amore, ma quegli strani fenomeni in cui il nostro sistema percettivo in collaborazione con il cervello ci inducono a formulare delle spiegazioni magiche – per così dire.

Il movimento di una porta, che sembra essere causata dalla presenza di un fantasma, una macchia sul muro che sembra raffigurare un parente defunto, ecc. Ora cosa hanno in comune tutte quelle situazioni in cui sembra che ci sia qualcosa di magico, come nel caso dei trucchi degli illusionisti?
La bravura degli illusionisti sta nella capacità di indurre il nostro sistema percettivo in errore. E come? Ora, la percezione è uno di quei fenomeni cognitivi, che sembra che accada istantaneamente senza alcuna mediazione del “pensiero”. Vediamo un amico, vediamo il tavolo della sala, vediamo la televisione, ecc. E tutto sembra che avvenga senza che ci sia un “nostro” intervento. Spesse volte diciamo “ma non vedi che è così?”, come ad indicare che una cosa che possiamo vedere non dovrebbe suscitare disaccordo. E’ così e basta.
In realtà, la percezione è il frutto di un’attività abduttiva. Cosa vuole dire? Vuole dire che quello che vediamo – anche i visi più familiari – è il risultato di una inferenza, in cui il nostro cervello “pone ordine”, come nel caso di una diagnosi di House. Ciò che vediamo è in altre parole la spiegazione che il nostro cervello, in concerto con il nostro sistema percettivo, formula a fronte degli stimoli visivi che riceve. Ovviamente, la percezione – a differenza di altre forme cognitive più alte, come un ragionamento – è radicata nell’evoluzione degli esseri umani e per questo si ha l’”illusione”, che accada istantaneamente, senza alcuna mediazione. Ma come nel caso di un ragionamento, le premesse vengono sì obliterate, ma ci sono eccome.
Ora, tornando al caso della magia, la bravura degli illusionisti sta proprio nel manipolare gli stimoli che riceviamo, in modo tale che il nostro cervello sia ingannato a formulare una determinata “spiegazione visuale”, che però contrasta con quelle che solitamente compiamo. E in questo modo abbiamo l’impressione che qualcosa di magico sia avvenuto. In realtà, è successo semplicemente che una mossa fatta al momento giusto, un gesto compiuto in un certo modo piuttosto che un altro, ha ingannato il nostro cervello, così pronto e capace a compiere inferenze visuali, anche in presenza di pochi stimoli.

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Il grande ingannatore

25 03 2008

La realtà è uno dei grossi problemi che attraversa la filosofia, perché che tutto ciò che ci sta attorno sia un’illusione o meno è una questione che ha destato l’interesse di parecchi pensatori. Ed è un problema che in fondo riguarda tutti.

Perché, chissà come mai, ma gli esseri umani non si accontentano di pensare quello che pensano o di provare quello che provano. Ma vogliono anche che quello che pensano e quello che provano sia vero. Cosa succederebbe se veniste a sapere che le vostre esperienze non siano reali, se fosse frutto di un sogno o di un malefico scienziato, che ha messo il vostro cervello in una vaschetta piena di elettrodi?

Ma la lotta per essere reali non si ferma a una banale fiction filosofica, perché il problema è che il nostro cervello a volte sa ingannarci e lo sa fare bene. La tesi di House è che un modo per evitare di essere ingannati è quello di pensare che la realtà non sia altro che la spiegazione migliore a fronte dei dati che riceviamo. Così lo svegliarsi – magari sudati – nel nostro letto dopo essere caduti da un grattacielo forse ci può indurre a pensare che sia stato tutto un sogno. In questo caso si direbbe i sensi ingannano. Ma a ben vedere non è così. Perché è semmai il cervello che ci inganna. Nel suo complesso chimico/elettrico il cervello non sempre ci consente di svelare l’inganno. Alcune volte abbiamo bisogno di un appiglio al di fuori..





Dio è la spiegazione migliore?

12 01 2008

Dio e la religione è un tema che viene spesso tirato in ballo da House. Ne abbiamo parlato in un altro post. E l’idea che emerge è che House tratta Dio esattamente come se fosse una malattia da indovinare, cioè, un esercizio in cui mettere alla prova le proprie capacità abduttive. In altre parole, la strategia che House sceglie di utilizzare è la seguente: dati i segni, gli indizi, che abbiamo, Dio è la migliore delle spiegazioni possibili? Oppure i “sintomi” puntano più che altro a un altro tipo di spiegazione?

Già nel caso del guaritore, ci cui abbiamo reso ampiamente conto, House ci mette in guardia dall’altruibuire presunte guarigioni all’opera di Dio o di qualche suo mediatore in terra. Ma ci metteva in guardia sulla base ancora una volta del fatto che la spiegazione migliore è quella, che non ha bisogno di ricorrere a un intervento dal cielo.

Facciamo ora un salto indietro alla prima serie, 21esima puntata per la precisione. House racconta della sue esperienze (extra-sensoriali) a seguito del coma, in cui era piombato, e a seguito del quale avrebbe dovuto convivere con il dolore alla gamba.

Vediamo, dunque, di analizzare l’argomento di House. L’esistenza di Dio viene provata se, stando agli indizi, ai sintomi che riusciamo a raccogliere, essa sia la spiegazione migliore che possiamo formulare.

Ora, in questo spezzone di puntata viene detto, che spesse volte dei pazienti risvegliati dal coma riportano di avere avuto delle visioni, esperienze extra-sensoriali. Queste esperienze, alcuni sostengono, sono il sintomo che forse esiste una vita oltre la morte. E che questa morte sia collegata in qualche modo all’esistenza di un Dio extra-terreno, proprio come sarebbe la vita oltre la morte.

Giunti a questo punto House introduce una distinzione, che mette in dubbio la validità del “sintomo”. House sceglie di credere che le visioni che alcune persone hanno, quando sono in coma, siano reazione chimiche, che indicano che il cervello non è attivo. Sì, sono esperienze reali, reali nel senso che accadono. Ma sono reali anche nella dimensione in cui hanno anche un significato, come quelle che abbiamo durante la vita?

Qui House sembra quasi sospendere il giudizio, anche se poi ammette candidamente che la riposta è negativa, perché non ci sono prove conclusive del suo contrario.





La realtà come spiegazione migliore

10 12 2007

Come è possibile distinguere tra la realtà e ciò che realtà non è? Come è possibile capire che le esperienze che abbiamo sono reali? Alla fine delle seconda serie, il dr House ci offre, o meglio, ci suggerisce una possibile risposta.
Nella puntata in questione un ex paziente spara ad House e da lì in poi segue un lungo racconto delle allucinazioni che il nostro dottore avrà. Per farla breve, la teoria che House ci suggerisce, come detto, è la seguente: possiamo pensare che la realtà, quella consapevolezza che le cose che facciamo siano reali, è tale perché è la migliore spiegazione che possiamo formulare, date le varie sensazioni, percezioni, ecc., che arrivano alla nostra coscienza.
Ovviamente, tale spiegazione (che poi è un’abduzione) non viene formulata “pensandoci su”. Al contrario, è – come dire – un’inferenza che viene formulata istantaneamente e ha come risultato quella sensazione di “vedersi vivere”.
A riprova che questa idea può avere una qualche rilevanza, pensiamo al caso degli schizzofrenici. In questo caso, possiamo pensare che le loro “allucinazioni” siano il risultato dell’incapacità di formulare quelle abduzioni, che danno conto delle varie percezioni, sensazioni, all’interno di un quadro coerente. In altre parole, è come se essi vedessero più realtà, senza quella capacità di scegliere – fra le varie possibili – quale è quella più coerente con i dati che riceviamo dall’ambiente.

Oggi vi propongo perfino un secondo video.