Wishful thinking e narcisismo cognitivo

7 03 2009

Il tipico ragionamento della logica di House è quello che in gergo viene chiamato abduzione. L’esempio è tradizionale è:

Tutti gli uomini sono mortali.
Socrate è mortale.
Quindi, Socrate è un uomo.

Come si può facilmente osservare non è detto che Socrate sia un uomo. Questo è il carattere ipotetico dell’abduzione e dei regionamenti che mirano a formulare delle spiegazioni plausibili rispetto a una serie di fenomeni.

Ora, una caratteristica di questo tipo di ragionamenti è che le “premesse” – diciamo così – possono essere di vario tipo. Cioè, possono inglobare “sintomi” o “segni” di varia natura. Segni che provengono dai cinque sensi, ad esempio, ma anche emozioni, regole e inclinazioni.

Un caso molto interessante da questo punto di vista è dato da quel tipo di ragionamenti che vengono chiamati wishful thinking. I wishful thinking sono quei tipi di ragionamenti in cui cui si inferisce che qualcosa è vera perché vorremmo che fosse tale.

La logica di House può aiutarci a spiegare il processo cognitivo, che porta alla formazione di questi tipi di ragionamenti. Ad esempio, potremmo dire:

Tutti gli uomini sono mortali.
Socrate è mortale.
Voglio che Socrate sia un uomo.
Allora, Socrate è un uomo.

In questo caso, le informazioni a disposizione si limitano a dire che socrate è mortale. Come già detto, Socrate potrebbe essere un gatto o un cane, che sono parimenti mortali. Ora, la differenza sta nel fatto che la nostra inclinazione a voler credere che Socrate sia un uomo gioca come una sorta di sintomo decisivo nella formulazione della conclusione “Quindi, Socrate è un uomo”.

Ora, il problema di questo tipo di ragionamenti è molto semplice da individuare: la nostra inclinazione, se è vero che ci porta a formulare l’ipotesi – magari corretta – ha tuttavia il problema di basarsi su un “segno” (la nostra inclinazione), che non riguarda tanto il mondo, quanto piuttosto noi stessi. In questo caso la nostra inclinazione è un sintomo scarsamente diagnostico rispetto alla conclusione che vogliamo raggiungere, che è quella di capire cosa sia Socrate. Certamente, il nostro desiderio spiega ciò che pensiamo, non ciò che c’è nel mondo. In questo senso, non trovo fuori luogo parlare di una sorta di narcisismo cognitivo, una situzione, cioè, in cui ciò che contano sono le nostre disposizioni, non il mondo circostante e i suoi vincoli.





Segno, quindi sono

29 12 2008

http://www.clipser.com/watch_video/1128116

Il filosofo e logico americano Charles Sanders Peirce sosteneva che qualsiasi atto cognitivo non può avvenire, se non attraverso un attività segnica. Cioè, le attività cognitive si sviluppano a partire da segni, dove i segni possono essere delle parole scritte – come nel video, ma anche delle immagini, dei suoni e perfino delle emozioni. Nel caso di House l’attività di diagnosi – che è a tutti gli effetti un processo cognitivo – si basa sui sintomi. Un detective basa le sue attività di indagine sugli indizi. Lo scienziato costruisce le sue teorie fondandosi su prove empiriche.

Il medico, il detective e lo scienziato rappresentano tre attività cognitive estremamente sofisticate. Ma in realtà tutti noi siamo coinvolti in questa continua attività di raccolta e interpretazione dei segni. Nel caso del medico o dello scienziato risulta essere maggiormente visibile, perché le ipotesi che vengono formulate a partire dai segni sono tutt’altro che scontante. Nel caso di House si parla infatti di diagnosi differenziali, cioè, di situazioni nelle quali più di una diagnosi spiegano i sintomi. Nella vita di tutti giorni, invece, la nostra attività “diagnostica” è continua, ma le ipotesi e le spiegazioni che formuliamo sono molto più scontate e corroborate dalle esperienze passate, ma in parte anche dall’evoluzione.

Un caso tipico è riconoscere un amico per strada. Riceviamo dei segni (la forma del viso, il colore degli occhi, lo sguardo,il modo di camminare) e inferiamo che deve essere Tizio o Caio. Ovviamente il processo di generazione delle ipotesi avviene in modo inconsapevole. Ciò di cui siamo consapevoli è solo l’immagine che ci appare davanti. Anzi, in molti casi riusciamo addirittura a riconoscere un amico da pochissimi dettagli e magari imprecisi. Perché? Perché ci siamo abitutati a vederlo. E quindi siamo maggior mente predisposti a formulare – anche da pochi sintomi – l’ipotesi corretta.

Tuttavia, il fatto che  si tratta comunque di un’attività ipotetica si può notare nel momento in cui crediamo di vedere un amico, quando invece è solo uno che gli assomiglia molto. In questo caso siamo letteralmente ingannati a formulare l’ipotesi sbagliata. Questo indica il fatto che il vedere non è qualcosa di immediato, che accade senza mediazione, ma è anch’esso il frutto di una attività ipotetica, che si basa su segni. Un’attività abduttiva, per dirla in termini tecnici.





I sintomi mentono

25 11 2008

Una delle frasi più ricorrenti di House è che tutti mentono. E i sintomi? Possono anch’essi mentire?

sint

Per House anche i sintomi mentono. Ma cosa vuole dire esattamente? E’ possibile che un rash non sia un rash? E’ possibile che un versamente pleurico non sia un versamente pleurico?
Certo, i sintomi possono mentire. Possono mentire nel momento in cui ci conducono a delle interpretazioni sbagliate. I sintomi mentono tutte le volte che ci inducono a formulare una ipotesi sbagliate. Ad esempio, il pianto di un neonato può voler dire tante cose, che ha fame oppure che è il caso di cambiarlo. I sintomi mentono laddove ci portano a confonderci.

I sintomi ci portano a confonderci anche quando abbiamo ci mancano delle conoscenze. Ad esempio quando abbiamo a che fare con delle malattie su cui sappiamo ancora troppo poco. Un altro esempio è ancora il caso del bambino: all’inizio la madre non sa bene interpretare il pianto del proprio figlio, ma come diventa esperta è in grado di utilizzare dei segni aggiuntivi per “indovinare” cosa sta cercando di comunicargli il figlio.

C’è anche un altro caso in cui i sintomi o i segni possono mentire. Pensiamo al caso del linguaggio: quante volte dobbiamo correggere le parole che noi stessi abbiamo utilizzato, perché ci sembra di non aver reso bene ciò che volevamo dire. Ci sono dei casi in cui addirittura dobbiamo abbandonare i significati correnti e trovarne di altri, utilizzando, ad esempio, la poesia. O addirittura lasciando da perdere le parole per usare altri tipi di segni, come quelli musicali o delle immagini.

Insomma i sintomi (o i segni) mentono. Mentono perché ci confondono. Ci confondono perché non possediamo le conoscenze opportune per evitarlo. Basta un po’ di esperienza in più per evitare di essere “gabbati”. Oppure mentono perché siamo noi a non saperli utilizzare bene per dire ciò che vogliamo dire, nel linguaggio, nelle musica. E perfino con le emozioni.





Merito e conoscenza

24 06 2008

Si parla spesso di merito. A dire il vero se ne stra-parla, perché lo si presente come la panacea di tutti i mali. Ma è proprio così?
Per conto mio, il problema di fondare una società sul merito è quello di riconoscerlo, non solo di applicarlo. E il problema di riconoscerlo è legato alla conoscenza. Per cui meno conoscenza si ha, meno possibilità si hanno di veder trionfare il merito. È quasi una logica conseguenza.

Eppure si fondano politiche che vedono nel merito la variabile attraverso cui modificare il comportamento di un sistema. Questo sarebbe vero – come già accennato – se il problema fosse solo una questione di applicazione. Sappiamo chi merita, quindi basta strutturare delle leggi che siano in grado di applicare l’attribuzione di premi in base al merito. Ma così non basta.

Se si vuole una società meritocratica, occorre prima di tutto mettere in circolo quelle conoscenze a partire dalle quali le persone sono in grado di valutare. Un esempio banale: se non so nulla di danza, come faccio a valutare se il vincitore ha veramente meritato la vittoria? Come prima cosa cercherò di sapere di danza.





La revisione delle credenze

4 06 2008

Per certi versi questo è un esempio di ciò che in gergo tecnico si chiama belief revision, cioè, di revisione delle credenze.
Perché cambiamo idea? In base a che cosa a un certo punto dismettiamo delle credenze in favore di altre? C’è una logica sottostante?
Prima di tutto occorre capire cosa sia una credenza: una credenza si può definire come l’esito di una inferenza – un’abduzione – che ha la capacità secondo chi la compie di spiegare una serie di elementi della realtà. Ad esempio, credo di vedere un amico, perché il mio apparato percettivo riceve una serie di elementi, da cui inferisco che quella persona che muove la mano per salutarmi è tizio o caio.

La credenza è quindi sempre un costrutto ipotetico, che dipende, in primo luogo, dagli indizi che riceviamo. Ad esempio, crediamo di vedere il nostro amico, perché ci sembra di scorgere la sua sagoma, il colore dei capelli, la sua camminata, ecc. Ma, ovviamente, se l’amico lo vediamo da lontano, avvicinandoci possiamo percepire dei nuovi “dati” e così ci possiamo trovare a rivedere la nostra credenza.

Le credenze che ci formiamo dipendono non solo dai dati che riceviamo dall’esterno, ma anche dalle nostre stesse capacità abduttive, cioè, dalla nostra capacità di formulare spiegazioni, al di là dei dati di cui disponiamo.
Queste nostre abilità abduttive dipedono in primo luogo dalle nostre conoscenze pregresse. Ad esempio, le credenze che possiamo formulare guardando le nuvole in cielo (es. “credo che pioverà”) sono ben diverse da quelle che potrà formulare un metereologo, perché a noi mancano tutta una serie di nozioni. In questo senso, le credenze possono cambiare, perché impariamo.





Strumenti di diagnosi, strumenti di scoperta

3 06 2008

In un recente articolo apparso su Scientific American, Michael Shermer ha criticato l’utilizzo spregiudicato di alcuni strumenti quali l’fMRI (risonanza magnetica funzionale) utilizzati normalmente nelle ricerche riguardanti il cervello. La critica essenzialmente si basa su due punti:

  • l’fMRI consente di registrare il cambimento del flusso sanguigno, non l’attività neuronale;
  • il fatto che nel compiere una determinata azione Y si riscontri un cambiamento del flusso sanguigno in una zona X del cervello non vuole dire che quella zona X è interamente predisposta a compiere (o causi) Y .

Coloro i quali vedono il dr House avranno già capito ciò di cui sto parlando, perché spesse volte l’equipe del nostro caro dottore è impegnata dell’utilizzo della macchina. La risonanza magnetica funzionale è uno strumento fondamentale per la diagnosi di patologie neurologiche.

Tuttavia, uno strumento eccellente per la diagnosi può rivelarsi meno utile nel momento in cui il nostro obiettivo è quello di scoprire, e non semplicemente diagnosticare. Abbiamo già discusso della differenza fra le cosiddette abduzione selettive e quelle creative: nel primo caso, il processo abduttivo ci porta a selezionare l’ipotesi migliore a partire da una librerie di ipotesi già note. Nel secondo caso, invece, l’abduzione che compiamo ci porta alla formulazione di una ipotesi totalmente nuova.
Tenendo a mente questa distinzione, possiamo allora pensare che strumenti quali l’fMRI allo stato attuale del loro sviluppo tecnologico possano essere molto utili per ampliare lo spettro dei sintomi a nostra disposizioni, soprattutto nel caso delle diagnosi. Tuttavia risulterebbero abbastanza lacunose nel caso in cui le usassimo per generare delle nuove ipotesi circa il funzionamento del cervello.





Conoscenza, illusioni e spiegazioni magiche

20 04 2008

House sostiene che non c’è bisogno della magia per spiegare ciò che non si riesce a spiegare. Bene inteso, la posizione di House non è quella di uno scientista cocciuto, che non vuole credere che non ci sia niente oltre ciò che non possiamo spiegare. Semplicemente l’esistenza di fenomeni magici è una spiegazione che non regge. Ce ne deve essere una migliore.
Il tema dei maghi ci consente di introdurre un tema certamente affascinante, che è quello delle illusioni. Non quelle che si hanno in amore, ma quegli strani fenomeni in cui il nostro sistema percettivo in collaborazione con il cervello ci inducono a formulare delle spiegazioni magiche – per così dire.

Il movimento di una porta, che sembra essere causata dalla presenza di un fantasma, una macchia sul muro che sembra raffigurare un parente defunto, ecc. Ora cosa hanno in comune tutte quelle situazioni in cui sembra che ci sia qualcosa di magico, come nel caso dei trucchi degli illusionisti?
La bravura degli illusionisti sta nella capacità di indurre il nostro sistema percettivo in errore. E come? Ora, la percezione è uno di quei fenomeni cognitivi, che sembra che accada istantaneamente senza alcuna mediazione del “pensiero”. Vediamo un amico, vediamo il tavolo della sala, vediamo la televisione, ecc. E tutto sembra che avvenga senza che ci sia un “nostro” intervento. Spesse volte diciamo “ma non vedi che è così?”, come ad indicare che una cosa che possiamo vedere non dovrebbe suscitare disaccordo. E’ così e basta.
In realtà, la percezione è il frutto di un’attività abduttiva. Cosa vuole dire? Vuole dire che quello che vediamo – anche i visi più familiari – è il risultato di una inferenza, in cui il nostro cervello “pone ordine”, come nel caso di una diagnosi di House. Ciò che vediamo è in altre parole la spiegazione che il nostro cervello, in concerto con il nostro sistema percettivo, formula a fronte degli stimoli visivi che riceve. Ovviamente, la percezione – a differenza di altre forme cognitive più alte, come un ragionamento – è radicata nell’evoluzione degli esseri umani e per questo si ha l’”illusione”, che accada istantaneamente, senza alcuna mediazione. Ma come nel caso di un ragionamento, le premesse vengono sì obliterate, ma ci sono eccome.
Ora, tornando al caso della magia, la bravura degli illusionisti sta proprio nel manipolare gli stimoli che riceviamo, in modo tale che il nostro cervello sia ingannato a formulare una determinata “spiegazione visuale”, che però contrasta con quelle che solitamente compiamo. E in questo modo abbiamo l’impressione che qualcosa di magico sia avvenuto. In realtà, è successo semplicemente che una mossa fatta al momento giusto, un gesto compiuto in un certo modo piuttosto che un altro, ha ingannato il nostro cervello, così pronto e capace a compiere inferenze visuali, anche in presenza di pochi stimoli.

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Il grande ingannatore

25 03 2008

La realtà è uno dei grossi problemi che attraversa la filosofia, perché che tutto ciò che ci sta attorno sia un’illusione o meno è una questione che ha destato l’interesse di parecchi pensatori. Ed è un problema che in fondo riguarda tutti.

Perché, chissà come mai, ma gli esseri umani non si accontentano di pensare quello che pensano o di provare quello che provano. Ma vogliono anche che quello che pensano e quello che provano sia vero. Cosa succederebbe se veniste a sapere che le vostre esperienze non siano reali, se fosse frutto di un sogno o di un malefico scienziato, che ha messo il vostro cervello in una vaschetta piena di elettrodi?

Ma la lotta per essere reali non si ferma a una banale fiction filosofica, perché il problema è che il nostro cervello a volte sa ingannarci e lo sa fare bene. La tesi di House è che un modo per evitare di essere ingannati è quello di pensare che la realtà non sia altro che la spiegazione migliore a fronte dei dati che riceviamo. Così lo svegliarsi – magari sudati – nel nostro letto dopo essere caduti da un grattacielo forse ci può indurre a pensare che sia stato tutto un sogno. In questo caso si direbbe i sensi ingannano. Ma a ben vedere non è così. Perché è semmai il cervello che ci inganna. Nel suo complesso chimico/elettrico il cervello non sempre ci consente di svelare l’inganno. Alcune volte abbiamo bisogno di un appiglio al di fuori..





Dio è la spiegazione migliore?

12 01 2008

Dio e la religione è un tema che viene spesso tirato in ballo da House. Ne abbiamo parlato in un altro post. E l’idea che emerge è che House tratta Dio esattamente come se fosse una malattia da indovinare, cioè, un esercizio in cui mettere alla prova le proprie capacità abduttive. In altre parole, la strategia che House sceglie di utilizzare è la seguente: dati i segni, gli indizi, che abbiamo, Dio è la migliore delle spiegazioni possibili? Oppure i “sintomi” puntano più che altro a un altro tipo di spiegazione?

Già nel caso del guaritore, ci cui abbiamo reso ampiamente conto, House ci mette in guardia dall’altruibuire presunte guarigioni all’opera di Dio o di qualche suo mediatore in terra. Ma ci metteva in guardia sulla base ancora una volta del fatto che la spiegazione migliore è quella, che non ha bisogno di ricorrere a un intervento dal cielo.

Facciamo ora un salto indietro alla prima serie, 21esima puntata per la precisione. House racconta della sue esperienze (extra-sensoriali) a seguito del coma, in cui era piombato, e a seguito del quale avrebbe dovuto convivere con il dolore alla gamba.

Vediamo, dunque, di analizzare l’argomento di House. L’esistenza di Dio viene provata se, stando agli indizi, ai sintomi che riusciamo a raccogliere, essa sia la spiegazione migliore che possiamo formulare.

Ora, in questo spezzone di puntata viene detto, che spesse volte dei pazienti risvegliati dal coma riportano di avere avuto delle visioni, esperienze extra-sensoriali. Queste esperienze, alcuni sostengono, sono il sintomo che forse esiste una vita oltre la morte. E che questa morte sia collegata in qualche modo all’esistenza di un Dio extra-terreno, proprio come sarebbe la vita oltre la morte.

Giunti a questo punto House introduce una distinzione, che mette in dubbio la validità del “sintomo”. House sceglie di credere che le visioni che alcune persone hanno, quando sono in coma, siano reazione chimiche, che indicano che il cervello non è attivo. Sì, sono esperienze reali, reali nel senso che accadono. Ma sono reali anche nella dimensione in cui hanno anche un significato, come quelle che abbiamo durante la vita?

Qui House sembra quasi sospendere il giudizio, anche se poi ammette candidamente che la riposta è negativa, perché non ci sono prove conclusive del suo contrario.





La realtà come spiegazione migliore

10 12 2007

Come è possibile distinguere tra la realtà e ciò che realtà non è? Come è possibile capire che le esperienze che abbiamo sono reali? Alla fine delle seconda serie, il dr House ci offre, o meglio, ci suggerisce una possibile risposta.
Nella puntata in questione un ex paziente spara ad House e da lì in poi segue un lungo racconto delle allucinazioni che il nostro dottore avrà. Per farla breve, la teoria che House ci suggerisce, come detto, è la seguente: possiamo pensare che la realtà, quella consapevolezza che le cose che facciamo siano reali, è tale perché è la migliore spiegazione che possiamo formulare, date le varie sensazioni, percezioni, ecc., che arrivano alla nostra coscienza.
Ovviamente, tale spiegazione (che poi è un’abduzione) non viene formulata “pensandoci su”. Al contrario, è – come dire – un’inferenza che viene formulata istantaneamente e ha come risultato quella sensazione di “vedersi vivere”.
A riprova che questa idea può avere una qualche rilevanza, pensiamo al caso degli schizzofrenici. In questo caso, possiamo pensare che le loro “allucinazioni” siano il risultato dell’incapacità di formulare quelle abduzioni, che danno conto delle varie percezioni, sensazioni, all’interno di un quadro coerente. In altre parole, è come se essi vedessero più realtà, senza quella capacità di scegliere – fra le varie possibili – quale è quella più coerente con i dati che riceviamo dall’ambiente.

Oggi vi propongo perfino un secondo video.