La fallacia del Presidente

7 05 2009

Volevamo evitare di parlare del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma l’attualità ci offre uno spunto interessante per occuparcene. Il tema sono i suoi ragionamenti.

Nei dibattiti politici le fallacie sono all’ordine del giorno. Si attacca l’avversario, si citano fonti autorevoli per denigrarne delle altre, si citano i sondaggi. E così via. La fallacia che viene maggiormente utilizzata – soprattutto dai politici – viene chiamata dai latini ignoratio elenchi. Questa fallacia mira a distogliere l’attenzione dal tema dibattuto, introducendo informazioni irrilevanti. Un caso tipico è il cosiddetto ad hominem:

P sostiene q.
P è un farabutto.
Allora, q è sbagliato.

Ora la cosa interessante del nostro Premier è che raramente utilizza questo tipo di ragionamento. Raramente, cioè, introduce volutamente informazioni irrilevanti per distogliere l’attenzione dalla questione in discussione.

Il modo di argomentare del Premier è lucido e cartesiano. Discute le questioni nel dettaglio e offre quello che gli inglesi chiamano un “body of evidence”, cioè, tutta una serie di prove a sostegno delle proprie argomentazioni. Il recente intervento a Porta a Porta ne è un esempio lampante.

C’è però qualcosa che non funziona. Anche se apparentemente le dimostrazioni del Premier sembrano convincere, e convincono, in realtà si fa uso in modo abbondante di una fallacia, che in inglese viene chiamata – fra gli altri – card stacking. Potremmo dire, la fallacia del “truccare le carte in tavolo”. In pratica, questa mossa argomentativa sta nel utilizzare per dimostrare una certa conclusione solo le informazioni, che ne confermano la validità, omettendo tutte le altre. Insomma, si cerca e si utilizza solo ciò che costituisce una prova della nostra teoria, tralasciando e non discutendo tutto il resto.

Ecco come descrive la fallacia delle carte truccate wikipedia

Card stacking is a propaganda technique that seeks to manipulate audience perception of an issue by emphasizing one side and repressing another, for example by creating media events that emphasize a certain view, by using one-sided testimonial, or by making sure critics are not heard. Often used in persuasive speeches.

Solitamente questo genere di mossa argomentativa è favorita dal fatto che la persona che la utilizza non ha sostanzialmente contraddittorio. E quindi può spaziare su qualsiasi argomento utilizzando e manipolando le prove un po’ come gli pare.

Vi è un ultimo dettaglio da non trascurare: la persona che commette questo genere di fallacia deve avere solitamente un certo credito per poter aver presa su chi lo ascolta. Non avere contraddittorio non basta, occorre anche porsi come un’autorità creduta e stimata come tale.





Si parla di noi

22 04 2009

“Tra i tanti miei “amici” curiosamente ho incontrato qualcuno che si é iscritto non come una persona reale, quindi con nome e cognome, ma con un concetto. Si presentava dunque, come “ lalogicadihouse”, dove House sta per il noto personaggio di telefilm americano che tanto successo ha anche da noi.”

da http://www.italiasera.it/index.php?key=show&id=46459&val=





La divulgazione scientifica dei telefilm

5 04 2009

Pur essendo prodotti di massa, accade che alcuni film, telefilm e perfino dei cartoni animati possano contenere o trattare dei temi estremamente raffinati dal punto di vista intellettuale. Questo blog si pone come obiettivo di mostrare come dietro al dr House vi sono delle idee e dei concetti, che sono (e sono stati) al centro del dibattito scientifico e filosofico. E tutto questo rimanendo un prodotto essenzialmente destinato al grande pubblico.

Il successo di House, infatti, dovrebbe far riflettere, da un lato chi scrive programmi, ma anche lo studente, che spesse volte annaspa dietro alla superficialità delle cose che gli stanno attorno.

È bene osservare come il Dr. House non è un programma di divulgazione scientifica. Però, esattamente come avviene nel caso di un programma come Quark, ad esempio, la scienza (e anche la filosofia) entra in modo deciso all’interno della confezione del prodotto. Ed entra in un modo particolare. Spesse volte si pensa che la divulgazione sia sostanzialmente un racconto, che può avere la forma di una lezione o di una intervista, nella quale uno scienziato o un giornalista scientifico parlano di un argomento di interesse per la scienza.

Ci sono casi, tuttavia, in cui la divulgazione può avvenire non solo attraverso un racconto, ma anche attraverso una rappresentazione, che può essere una scena di un film o una puntata di un serial televisivo. Il Dr. House, ad esempio, rappresenta con una grande precisione il processo di generazione delle ipotesi, come abbiamo potuto osservare nei post di questo blog.

Vi lascio con un bellissimo spezzone sul ragionamento religioso tratto dai Simpson.

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Fra scienza e religione

4 04 2009

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È normale che talvolta scienza e religione entrino in conflitto. Entrano in conflitto perché offrono due metodi di spiegare le cose del mondo, che non sempre collimano. La scienza – come è noto – cerca di utilizzare concetti che siano controllabili sperimentalmente. Mentre la religione spesse volte indugia su concetti, che vengono accolti senza una prova certa.

In realtà però questo tipo di argomento può risultare incompleto. Ad esempio, molti oggetti della scienza non li vediamo. Chi ha mai visto un atomo oppure delle particelle sub-atomiche? E degli elettroni cosa mi dite? In fondo, un elettrone non l’abbiamo mai visto, esattamente come non vediamo Dio o lo Spirito santo.

Questo è per dire che sia la scienza che la religione hanno a che fare con dei concetti, che non sono immediatamente presenti nelle nostre ecologie, cioè, in ciò che ci sta attorno e che percepiamo attraverso i nostri sensi.

Vi è però una distinzione, che è importante da fare. I concetti della religione non spiegano la realtà. Mentre invece quelli della scienza sì. Cosa vuole dire questo? Vuole dire che l’elettrone, anche se non lo vediamo con i nostri occhi, ha un potere esplicativo rispetto a certi fenomeni di carattere fisico. Nel caso del Dr House, per fare un altro esempio, la malattia può non essere immediatamente presente, tuttavia ha un potere esplicativo nei riguardi dei sintomi, che il paziente esibisce, per cui riconosciamo la malattia, perché ci sono i sintomi.

Al contrario, un concetto religioso – come ad esempio può essere la verginità della Madonna o la trinità – ha uno scarso potere esplicativo. Cosa potrebbe spiegare il fatto che un essere può essere uno, ma allo stesso tempo trino?

Per concludere, vi lascio un pezzo molto interessante tratto dalla puntata dei Simpson “Lisa la scettica”, in cui emerge chiaramente questa “differenza di vedute”.

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La legge sulle intercettazioni e la logica di House

28 02 2009

La logica con cui House e il suo team arrivano alla scoperta della malattia è la medesima logica con cui un investigatore arriva a scoprire il colpevole del delitto. Nel primo caso abbiamo i sintomi, che portano alla diagnosi della malattia, nel secondo caso abbiamo indizi, che portano a pensare che il colpevole possa essere Tizio o Caio. Quindi, sintomi e malattia da un lato, indizi e colpevole dell’altro.

Recentemente la proposta di legge sulle intercettazioni ha fatto discutere gli addetti ai lavori per un punto, che cito e che ci interessa direttamente:

Il Pm potrà chiedere l’autorizzazione a intercettare solo in presenza di ‘gravi indizi di colpevolezza’. Nelle indagini di mafia e terrorismo basteranno ’sufficienti indizi di reato’.

Ora, le intercettazioni cosa sono? Le intercettazioni sono uno strumento per ottenere dei nuovi “sintomi”. Nel caso di una diagnosi, una TAC o una conoscopia non vengono scelti a caso. Non si fa una risonanza magnetica al cervello a una persona che ha male a un braccio. A meno che si supponga che il male al braccio possa avere un’origine neurologica. Ma questa decisione deriva spesse volte da mere ipotesi.

La decisione di fare un esame piuttosto che un altro, in molti casi, ha una valenza esplorativa. Questo è un punto decisivo per capire meglio la questione legata alla legge sulle intercettazioni. Come nel caso della diagnosi, si parte sempre da degli inidizi e si iniziano a formulare delle ipotesi, che li spieghino. Il punto è che spesse volte la formulazione delle ipotesi plasubili passa proprio dall’utilizzo di strumentazioni esterne, come una risonanza magnetica e come le intercettazioni. In alcuni casi, la decisione di utilizzare queste strumentazioni dipende da un quadro indiziario che è tutt’altro che definitivo, proprio per la natura ipotetica e congetturale dell’attività diagnostica come di quella investigativa.

Come è possibile dunque richiedere all’investigatore di poter utilizzare le intercettazioni solo per trovare delle mere conferme delle proprie ipotesi? Sarebbe come chiedere al medico di fare una biopsia solo quando si è certi che il paziente ha un tumore. Invece per disporre una biopsia basta anche un quadro sintomatico non del tutto completo per far ipotizzare – anche solo ipotizzare – che si potrebbe trattare di un cancro, e che quindi servirebbero degli esami più approfonditi. Analogicamente, le intercettazioni possono essere disposte proprio per capire meglio cosa sta succedendo, laddove comunque si può ipotizzare che c’è qualcosa che non funziona.

Questo è per dire, in conclusione, che i sintomi o gli indizi non solo servono per formulare la diagnosi o scoprire la violazione della legge, ma possono essere utili per capire quando e perché si debba investigare ulteriormente proprio per capire meglio la faccenda. La ricerca dei sintomi e degli indirizi non avviene a caso, come ci vorrebbero far credere.





Egoisti o altruisti?

23 02 2009

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Nel video House sostiene la posizione per cui la motivazione principale che spinge gli uomini ad agire è una motivazione eminentemente egoistica. Anche nell’aiutare gli altri – osserva House – le persone seguono un “istinto” egoista. Le persone aiutano gli altri, perché provano piacere a farlo. E il piacere che provano è la motivazione principale, che li spinge ad agire in aiuto.

Quanto questa teoria sia giusta o sbaglia, è difficile spiegarlo in una manciata di parole. Una possibile obiezione – giusto per citarne una – potrebbe essere che provare piacere per aiutare gli altri è certamente diverso dal provare piacere solo per se stessi. Anche se l’emozione è la stessa, nella pratica essa si traduce in due comportamenti differenti, il primo altruista, il secondo potenzialmente egoista.

Vi è poi un secondo elemento, che dovrebbe far riflettere il nostro House. Perché proviamo piacere nell’aiutare altre persone? Una risposta è stata data dalle teorie evoluzioniste: l’altruismo – cioè, sacrificare se stessi per gli altri – ha una sua ragione evolutiva, e viene spiegato facendo leva su quella che viene chiamata la selezione dei gruppi, in inglese group selection.

Secondo questa teoria l’altruismo – benché sia un comportamento potenzialmente controproducente per se stessi – si sarebbe selezionato in virtù del fatto che gli individui non sono dispersi l’uno dall’altro, ma formano gruppi e alleanze. In questo contesto, l’altruismo perché sarebbe vantaggioso? Perché sarebbe un tratto o un comportamento, che favorirebbe la coesione del gruppo di appartenenza, dal quale dipende la sopravvivenza del singolo.

Un semplice esempio chiarisce molto bene questa idea. Immaginate due gruppi in competizione fra loro composti da due tipi di persone. Da un lato il tipo altruista che procaccia il cibo per se e per gli altri. Dall’altro il tratto di quelli che vanno a sbaffo, cioè, che mangiano e basta. Tenuto conto di questi due comportamenti, quale sarà il gruppo che riuscirà a garantire la sopravvivenza ai propri membri? A quale gruppo vorreste appartenere?

La risposta ovviamente è semplice: il gruppo nel quale la percentuale di altruisti sarà superiore a quella degli egoisti che vanno a sbaffo.





Rappresentazioni distruibite

22 02 2009

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Tradizionalmente il nostro sistema cognitivo – la nostra mente – è stato considerato come una sorta di elaboratore di simboli. Come un computer, il nostro sistema cognitivo riceve degli stimoli dall’esterno, a partire dai quali costruisce delle rappresentazioni simboloche interne del mondo, che successivamente manipola in relazione a delle regole prestabilite. Questa è grossomodo quella che viene chiamata la teoria computazionale della mente.

Ora, come si vede dal video in realtà la nostra mente spesse volte – per non dire sempre – ha bisogno di appoggiarsi a qualcosa che sta “fuori”, per cui non manipola semplicemente delle rappresentazioni, che stanno dentro la nostra testa. House e il suo team ripercorrono il processo diagnostico utilizzando una semplice figura del corpo umano, su cui segnano con croci e cerchi i trombi e le emorragie, che ha avuto il paziente. Perché?

La risposta sta nel fatto che il nostro sistema cognitivo non è come un computer. Cioè, non riceve gli stimoli, da cui poi costruisce rappresentazioni del mondo all’interno del suo cervello. Al contrario i vari strumenti esterni, con i quali interagiamo, sono parte integrante del nostro sistema di elaborazione, nella misura in cui ci offrono delle risorse cognitive aggiuntive.

Ad esempio, un disegno, uno schema o anche delle parole scritte su una lavagna creano ciò che vengono chiamate rappresentazioni distribuite. Cioè, quello che viene definito mente non è un semplice elaboratore di dati, che immagazzina ogni elemento dell’ambiente circostante. Al contrario, distribuiamo la nostra mente nell’ambiente, nella dimensione in cui ci serviamo di “appigli” esterni per tutta una serie di attività cognitive, ad esempio, per ricordare meglio oppure per visualizzare qualcosa, che difficilmente riuscirebbero servendoci solo delle nostre capacità “interne”.
Nell’esempio del video, ben difficilmente House e il suo team sarebbe stati in grado di visualizzare “mentalmente” tutto il percorso diagnostico portato avanti fino a quel momento. Ma con l’ausilio di carta e penna, cioè, di una rappresentazione distribuita nell’ambiente esterno, le cose cambiano totalmente.





Se lo scienziato si fa oracolo

18 02 2009

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Negli ultimi anni comunicare la scienza è diventato un argomento spesse volte citato al di fuori degli ambienti accademici. Basti anche solo pensare al numero di Festival che sono stati organizzati in Italia (e non solo) aventi come tema principale la scienza.

L’enfasi nei confronti della – detta volgarmente – “divulgazione scientifica” ci fonda su una pretesa legittima: è bene innalzare il livello di cultura scientifica dei cittadini. E questo per svariate ragioni, che non credo sia indispensabile descrivere qui.

Tuttavia sollevo alcuni dubbi, che in parte mi fanno pensare se l’enfasi sul tema del comunicare la scienza non rischi di sortire effetti quasi opposti rispetto a quelli prefissati.

Non di rado giornali e telegiornali pubblicano articoli o mandano in onda servizi, che richiamano l’attenzione su recenti scoperte di ricercatori del tipo “I film hard eccitano gli uomini, la colpa è dei neuroni a specchio”. Oppure, “Studiato il «cervello gay» È simile a quello delle donne”, “NEUROSCIENZE: FONDAZIONE MARIANI, SVELATO SEGRETO DEGLI STONATI”, “Svelato il segreto del caffé”. Vi è un ampio campionario, che si può reperire facilmente su internet utilizzando Google News e inserendo parole chiavi come “scienza”, “cervello”, “mistero”.

Intanto i titoli possono essere ad effetto, mentre l’articolo può anche approfondire il discorso. Ma il punto non è questo, perché è sbagliato l’approccio. Cioè, ciò che ci si può aspettare dalla scienza. La scienza svela misteri? Scopre segreti? Credo che comunicare la scienza non voglia dire trattare gli scienziati come oracoli e i risultati – spesse volte del tutto provvisori – come delle rivelazioni. La scienza è un metodo che consente di produrre delle conoscenze. Quindi, se si vuole comunicarla, non basta divulgarne gli esiti, ma anche e soprattutto il metodo.





Trucchi, illusioni e ignoranza

11 02 2009

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In questo video vediamo contrapporsi due modi di approcciarsi al mondo: la magia e la scienza. E la contrapposizione non è banale, perché per certi versi possiamo trovare degli elementi comuni. Ad esempio, sia House che il mago esibiscono un certo expertise, anche se di diversa natura. House è esperto nel produrre spiegazioni, mentre il mago è esperto nell’indurle a chi vede. In entrambi i casi, però, le persone rimangono affascinate: da un lato la capacità di House di indovinare la malattia, dall’altro l’abilità dell’illusionista di creare delle illusioni.

Questa disanalogia in realtà ci serve per introdurre un altro tema, quello dell’illusione della conoscenza. Partiamo dal mago.
Quando percepiamo un qualsiasi oggetto o un viso umano, ci sembra che il processo mediante il quale si forma l’immagine sia del tutto istantanea e automatica. In realtà, non è così, perché la percezione è frutto di una inferenza, che è analoga a quella che formula il Dr House per scoprire la malattia di cui è affetto il paziente. Nel caso della visione non abbiamo, ovviamente, i sintomi, né malattie da scoprire. Ma abbiamo delle percezioni, da cui poi costruiamo le immagini che vediamo effettivamente. Anche se nella maggior parte dei casi “vediamo” ciò che c’è, in altri casi ci sbagliamo o ci inganniamo, proprio a causa della natura “ipotetica” delle nostre costruzioni visuali.
Gli illusionisti sono dei “maghi” a indurci delle costruzioni visuali per farci credere di aver visto cose che in realtà non ci sono.
Ora, un punto interessante è che il mago ci inganna, indipendentemente dal fatto che sappiamo o meno il trucco. È come il bastone che nell’acqua è spezzato, anche se sappiamo benissimo che non lo è. Questo avviene perché nel caso della percezione non abbiamo la possibilità di controllare le inferenze, che il nostro sistema visuale compie. E per questo siamo ingannati e le spiegazioni che formuliamo sono – per lappunto – delle illusioni.

Nel caso invece di House, l’illusione della conoscenza è una cosa diversa. Il lavoro di House è quello di raccogliere i sintomi e indovinare quale possa essere la causa che li spieghi. Anche in questo caso siamo davanti a un processo che porta a generare delle ipotesi. Tuttavia il tipo di “illusione” o la sorpresa che abbiamo è di diverso tipo, perché in questo caso non c’è propriamente il trucco. Semplicemente è l’ignoranza a impedirci di vedere le cose come esse sono.

Per comprendere questo punto, basta citare un esempio. Durante un numero di magia il nostro sistema percettivo è indotto a non vedere certe mosse e questo genera in noi uno stato di “ignoranza”, che ci porta a vedere delle cose che non ci sono. Questo tipo di ignoranza, però, è di diverso tipo, se confrontato con un altro caso. Supponiamo di essere in compagnia di un metereologo e di guardare assieme a lui il cielo. Il metereologo – rispetto a noi – vederà nel cielo molte più cose rispetto a quelle che vediamo noi. Ad esempio, non vedrà semplici nuvole, ma ne saprà distinguere il tipo e magari farci un piccola previsione del tempo.

Questo esempio è interessante, perché nel caso del metereologo non siamo portati a “vedere” delle cose che non ci sono; al contrario, non le vediamo proprio. In questo caso, l’ignoranza non è l’ignoranza del nostro sistema percettivo, che non riesce ad aggiustare il processo attraverso cui “decidiamo” cosa vedere. Al contrario, in questo caso l’ignoranza ci rende ciechi.





Nuovi esseri umani necessitano nuove etiche

10 02 2009

L’attualità ruba spazio alle teorie e alla spiegazioni. Oggi parlo di Eluana. E nel farlo vorrei porre in discussione una tesi, che mi pare centrale. Le tecnologie – ed è lecito prevedere che questo avverrà ancora di più in futuro – creano dei nuovi esseri umani, nuove forme di umanità, che in passato non erano pensabili. Non si scappa da questo.

E abbiamo di fronte due possibilità: fare finta di niente, invocando, talvolta la sacralità della vita, talvolta la libertà di autodeterminazione. Oppure prendere atto, che abbiamo davanti nuove forme di esseri umani, che necessitano ancora di etica, anche se differente da quella che abbiamo sviluppato per altre tipologie di esseri viventi. Esattamente come avviene, per esempio, nel caso degli animali e dell’ambiente, per i quali con il tempo si sono pensate forme di moralità specifiche.